Altro che contratto unico, le emergenze sono altre

Altro che contratto unico, le emergenze sono altre

Attorno alla legge delega sul lavoro c’è una grande attesa ma, in questa estate non certo rovente, l’argomento centrale sembra essere il tema dell’abolizione dell’Articolo 18 e l’introduzione nel nostro ordinamento di un contratto a tutele crescenti, il cosiddetto contratto unico.

Il contratto a tutele crescenti rappresenta senz’altro uno dei temi più rilevanti nel mercato del lavoro italiano, tuttavia la paura da parte degli addetti al lavoro è che per l’ennesima volta la volontà di portare avanti il dibattito su tale argomento porti a “trascurare” altri elementi della riforma altrettanto rilevanti, quali la riorganizzazione complessiva dei servizi e politiche attive del lavoro; e  l’introduzione di un sostegno economico, come il reddito minimo, svincolato dal periodo contributivo che possa affiancare gli attuali ammortizzatori sociale (strumento presente in quasi tutta Europa).

A parte il fatto che non si comprende l’inspiegabile comportamento del Governo verso la proposta fatta da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, (un contratto del lavoro a tempo indeterminato, dove le tutele e le indennità in caso di licenziamento aumentano con la durata del contratto), dopo aver introdotto pochi mesi fa nel nostro ordinamento un contratto a termine più flessibile che nei fatti potrebbe disincentivare formule contrattuali più “stabili”. Inoltre, un contratto a tutele crescenti non è mai stato realizzato in Europa, sarebbe quindi opportuno sviluppare questo strumento attraverso un approccio tipicamente anglosassone: sperimentazione, valutazione e infine generalizzazione.

Tornando al Decreto Lavoro in discussione,  uno degli elementi di primaria importanza è quello che riguarda la costituzione e definizione dell’agenzia unica del lavoro, struttura che avrà il compito di coordinare a livello centrale i Centri per l’impiego e le misure volte al collocamento dei disoccupati.  Attualmente, come ho avuto modo di segnalare in altri interventi,  la situazione in cui versano i Centri per l’impiego è tutt’altro che positiva e nelle dichiarazioni del governo non si comprende quali azioni si porteranno avanti per evitare che la nuova Agenzia non risulti un vero e proprio “carrozzone” pubblico che innesta i dipendenti di Isfol, ItaliaLavoro, Cnel, parte dell’Inps, personale Cpi, personale delle Agenzie del lavoro regionali e provinciali senza uno straccio di progetto di riorganizzazione.

In tema di politiche del lavoro, il primo ministro Renzi propone la possibilità di adottare per l’Italia il modello tedesco. Tuttavia, guardando unicamente le risorse destinate ai servizi pubblici per l’impiego il rapporto tra Germania e Italia è 10 a 1.

A spanne, in Germania si spendono per le politiche del lavoro (Centri per l’impiego,formazione e sussidi) 45-50 miliardi di euro all’anno; in Italia se va bene arriviamo a 22-24 miliardi e, nella maggioranza dei casi, le risorse sono spese in Sussidi e Cassa integrazione. Spetta al Governo Renzi illuminarci su come intende trovare i miliardi necessari per realizzare anche in Italia il modello tedesco.

Va evidenziato che tutt’ora non si conosce minimamente l’impatto della Garanzia Giovani – ovvero il piano promosso dal governo per aiutare i giovani disoccupati a trovare un lavoro – sul mercato del lavoro, ma stando alla recente cronaca sul caso siciliano e dal materiale che sta raccogliendo il gruppo di studio dei dottorandi di Adapt l’attuazione del programma sta presentando molteplici “difficoltà” in molte regioni italiani.

Infine, sempre nel decreto lavoro e in riferimento al modello tedesco, si parla della possibilità di modificare la contrattazione collettiva da livello nazionale a un livello più decentrato (regionale, area vasta o aziendale). Questo è certamente una delle tante chiavi di successo del mercato del lavoro tedesco che può permettersi, secondo i dati Ocse, il 70% di occupati e appena il 5% di disoccupati. Il vero problema in questo caso sono le parti sociali, in particolare i sindacati, che dovrebbero accettare un nuovo sistema che agevola i giovani disoccupati, quando la maggioranza dei loro iscritti sono lavoratori standard con contratti a tempo indeterminato.

Se guardiamo alle riforme degli ultimi anni, la scarsa partecipazione dei giovani al sindacato è costato molto caro. Infatti, in tema di contrattazione collettiva, regolamentazione (articolo 18 e contratti atipici) o modifica della Cassa integrazione si è sempre finiti in un complesso confronto tra “tutelati” e “non tutelati”, che negli ultimi anni ha sempre favorito i primi proprio perché sindacalizzati (vedi Cassa integrazione in deroga). Questa rappresenta la sfida più grande, non solo per il Governo Renzi, ma per gli stessi sindacati.