“Brooklyn Nine-Nine” e la familiarità della tradizione

“Brooklyn Nine-Nine” e la familiarità della tradizione

Il 78mo distretto è un edificio grigio, rettangolare e anonimo in Bergen St, per andare verso il Barkley Center, dove giocano i Nets. A Prospect Hights, non lontano da Dean St, Boerum Hill e quella che adesso tutti hanno in testa come Brooklyn gentrificata, ma che fino a qualche anno fa era semplicemente Brooklyn. Il 78mo non è nemmeno un distretto particolarmente movimentato o famoso per qualcosa in particolare. Probabilmente in pochi si fermerebbero a guardarlo, se non fosse il distretto di Brooklyn Nine-Nine. Il fatto è che è anche l’unica location riconoscibile a New York, se si escludono gli scorci del ponte visti attraverso i vicoli di Dumbo, che ogni tanto sbucano nei promo ma che di fatto non esistono nelle puntate.

Brooklyn Nine-Nine è spuntata fuori dal nulla più o meno un anno fa e, senza praticamente passare per lo schermo, è volata ai Golden Globe . Per un po’ mi ha lasciato indifferente, come il 78mo distretto quando gli si cammina accanto pensando ad altro, poi ho cominciato a seguirla per noia. Facevo scorrere le puntate settimana dopo settimana, ogni tanto mi dimenticavo e ne recuperavo due o tre alla volta. Poi una sera, circa a metà della prima stagione, qualcosa è scattato. Era come se avessi alzato lo sguardo per la prima volta sull’edificio a forma di scatolone buttato in mezzo a Brooklyn e mi rendessi conto di averlo già visto molte volte: tutto era diventato familiare, riconoscevo i personaggi e i rapporti. Riconoscevo i luoghi, le espressioni, le voci. Brooklyn Nine-Nine mi era entrata in testa e adesso non ne posso fare a meno.

Andy Samberg ha la faccia di chi deve far ridere per forza. Popola il Web e le riviste con un campionario sterminato di espressioni buffe, è come se non fosse mai stato serio in vita sua. Una sensazione piuttosto stucchevole. Oltretutto è uno di quegli attori che sono stati un po’ ovunque negli ultimi dieci anni, senza mai guadagnarsi un ruolo da protagonista. Per chi segue le serie è uno di quei volti noti a cui è difficile dare una collocazione. Dal 2005 al 2012 è stato nel cast del Saturday Night Live, e ci troviamo in un periodo storico in cui non si tratta di un fiore all’occhiello, poi ha attraversato da personaggio secondario più o meno tutto il palinsesto comico con una gamma che va da American Dad a 30 Rock, passando per Portlandia e Spongebob. Anche lui, nella mia testa, ha subito lo stesso destino dello show per cui si trova finalmente in prima fila. All’inizio ero infastidito, sapevo di avere davanti una specie di mattatore in fasce ma non riuscivo a collocarlo. Non trovavo la spaccatura tra il personaggio — Jake Peralta, un detective esibizionista e sfacciato, con un problema di accettazione dell’autorità ma che in fondo sa fare bene il suo lavoro — e l’attore — più o meno la stessa cosa, senza nemmeno un cambio di voce. Poi, piano piano, mentre il 78mo diventava qualcosa di conosciuto, ho cominciato ad apprezzare Peralta, con lui il suo interprete e a ruota quasi tutto il resto del cast.

Come se fosse necessario, a metà dell’articolo mi trovo a confermare che sì, Brooklyn Nine-Nine è una specie di capolavoro ordinario. Perché si incastra lì, alla perfezione tra il poliziesco e la sitcom. Dal primo mutua il linguaggio, le ambientazioni e la forma scattante e diretta dei dialoghi. Dalla seconda prende i tempi comici, le pause, la leggerezza nel trattare qualsiasi tema. Ha l’ormai rarissimo pregio di non provare a fare niente di particolarmente innovativo con la trama — le situazioni sono quelle condivise da più di sessant’anni di comedy, riadattate per l’occasione — ma di delegare tutta la sua freschezza all’ambientazione e alla bravura degli interpreti. E allora si finisce per ridere ancora dell’ennesima puntata a tema vasectomia e della ruvidezza dei capi nei confronti dei subalterni. Ci si trova ancora, dopo un’eternità passata a riconoscere l’ovvio, a chiedersi se la tenerezza tra i protagonisti sfocerà mai in una storia d’amore.

Oltre a Samberg, che vanta in posto in prima fila se non altro per riconoscibilità, il cast comprende alcune chicche da non sottovalutare. Terry Crews è una montagna, lo avevo archiviato assieme al dissolversi di Everybody Hates Chris — in cui interpretava il padre stacanovista e feroce di Chris Rock — e risentire il suo vocione vagamente lamentoso incrinarsi assieme alle rughe del suo testone pelato, è qualcosa che va molto vicino alla familiarità. Ha la capacità di rompere la sua presenza fisica da ex linebacker professionista, in una recitazione sincera e sinceramente imbarazzata. Appena dietro di lui viene Andre Braugher, nella parte del capitano burbero, gay e deliziosamente quadrato, la cui inespressività finisce spesso per superare la gamma abominevole di faccette si Samberg.

Scivolando attraverso Melissa Fumero, Joe Lo Truglio e Stephanie Beatriz, mi permetto di mantenere ancora una nota di criticità: Chelsea Peretti . Se Samberg ha la faccia del ragazzino impertinente, ma in fondo è un attore straordinario e se c’è qualcuno a cui non piace, pace, fa parte del personaggio, Peretti è semplicemente antipatica. Mi era capitato di vederla impegnata in qualche pezzo da stand-up e poi in una parte secondaria in Louie. Avevo pensato che la voce nasale e l’atteggiamento strafottente facessero parte della messa in scena, che se l’avessi vista calata in altri abiti l’avrei giudicata diversamente. Dopo una stagione e qualche puntata di Brooklyn Nine-Nine, ancora non ha trovato lo spiraglio di simpatia che servirebbe a risollevarla da una posizione difficile, per lo meno nei miei confronti.

Per tirare le somme: Brooklyn Nine-Nine ha preso il passo e lo gestisce con la familiarità della star di quartiere. Gioca sulla sua posizione geografica ma riesce a mantenersi abbastanza universale da essere capita da tutti. Si mette in un angolo illuminato, ma non disturba l’evolversi del palinsesto. È lì, come il 78mo distretto su Berger St. Tutti lo sanno e gli vogliono bene, e quando capita di alzare lo sguardo e fermarsi a osservare lo scatolone grigio e quadrato, viene anche da pensare che è un bell’edificio. Proprio un bell’edificio.

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