Bruce Springsteen, storyteller

Bruce Springsteen, storyteller

Oggi Bruce Springsteen compie 65 anni. Più del grande rocker, tuttavia, vogliamo omaggiare l’impareggiabile storyteller, capace di raccogliere – o di inventare – piccoli frammenti di vita e di renderli universali. Per spegnere le candeline insieme al Boss, quindi, abbiamo pensato di raccogliere non tanto quelle che a nostro sindacabile giudizio sono le sue cinque migliori canzoni – magari lo sono anche, eh… –  quanto piuttosto i suoi cinque migliori racconti.

Independence Day (da The River, 1980)
La voce di Springsteen è la voce del verbo andare. Per Springsteen, tuttavia, andare vuol dire anche ricordare cosa si lascia. Freehold, New Jersey, dov’è nato e cresciuto, ad esempio. Ma è soprattutto il padre Douglas, di professione autista di autobus, il vero fantasma di gran parte della sua produzione. Figura autoritaria e disillusa, capace di reprimere ogni sua ambizione, di rendere tutto più buio: la stanza, la casa, la città che li avvolge. È notte e Bruce lo invita ad andare a letto e a rassegnarsi: la mattina dopo se ne andrà, sarà il giorno dell’indipedenza e non c’è niente che lui potrà dire o fare per far cambiare idea al figlio. C’è spazio, tuttavia, per un pesantissimo frammento di empatia e affetto: «Penso che siamo troppo uguali, io e te», canta ed è il suo modo per dirgli che gli vuole bene.

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Thunder Road (da Born to run, 1975)
L’armonica, la porta che sbatte, Mary e il suo vestito, Roy Orbison che canta struggente Only for the lonely. Ma soprattutto lui, là fuori e il motore dell’auto che freme, impaziente di partire, di lasciarsi alle spalle quella «città di perdenti» e tutti i suoi fantasmi. Non ha molto da offrire Bruce, ma del resto, «cos’altro potremmo fare, se non tirar giù il finestrino e lasciare che il vento soffi nei nostri capelli?» L’urgenza travolge tutto e poco importa che Mary sia o meno salita in auto con Bruce. Quel che importa – come si diceva, e come diceva Kerouac – è andare.

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The Promise (da The Promise, 2010)
Se la libertà e il viaggio verso la terra promessa sono il filo conduttore di Born to Run, Darkness on the edge of town, il suo successore, è il disco della disillusione e delle speranze tradite.  Anche se è uscita nel 2010 in una raccolta di b-side che ne prende il nome, The Promise, è un outtake di quell’album: «Ho seguito il mio sogno, come nei film – canta il Boss – ma viverlo diventa ogni giorno sempre più difficile». La promessa è rotta, la strada non porta a nulla. Mary non compare mai nella canzone – anche perché forse su quella macchina nemmeno ci è mai salita – ma un verso sembra proprio dedicato a lei ed è la frase più disillusa di tutte: «Thunder Road… piccola, avevi ragione».

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Highway patrolman (da Nebraska, 1982)
Nebraska è il disco più cupo di Springsteen, il suo viaggio nel buio della depressione. Highway Patrolman, forse, è il cuore di tenebra di quel viaggio. È il racconto del viaggio di un uomo, un poliziotto di nome Joe Roberts, che accompagna Franky, il fratello criminale, al confine con il Canada, per farlo scappare: «È la linea sottile tra la stabilità e quel momento in cui il tempo si ferma e diventa tutto nero», ha detto il Boss di questa sua canzone. Mentre lo vede scomparire oltre il confine, Joe ricorda di quanto lui e Franky ridevano e scherzavano assieme: «Ma un uomo che volta le spalle alla sua famiglia è di sicuro un poco di buono» è la frase con cui Joe congeda Franky. Una frase che suona sinistra come una condanna auto inflitta: chi volta le spalle a chi, Bruce?

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The River (da The River, 1980)
Se c’è una storia che racchiude in sé l’epopea malinconica della working class del New Jersey depresso di fine anni ’70 quella è The River. Anche perché, a differenza di molte delle storie di Springsteen, è vera. La più grande delle due sorelle di Bruce si chiama Virginia, detta Ginny. Nel 1978 rimane incinta ed è di fatto costretta a sposare il padre del bambino, tale Mickey Shave, che per sbarcare il lunario fa il carpentiere e che il Boss trasforma nell’Io narrante di chi deve lasciare da parte i sogni di gioventù per diventare in fretta un adulto responsabile. Il vero protagonista della loro storia, tuttavia, è il fiume, la loro via di fuga che lentamente si prosciuga, non lasciandogli alcuna possibilità di scappare dal loro destino. Per la cronaca, fino al 2009, Ginny ignorava di essere la Mary del testo e che quella storia parlasse di lei. Lo ignorava anche Mickey, con cui è, ancora oggi, felicemente sposata. C’è chi parte e chi si perde, ma solo chi davvero attraversa il deserto, alla fine, arriva.