La Sfinge senza segreti

La Sfinge senza segreti

La Sfinge senza segreti è il terzo dei quattro racconti de Il delitto di Lord Arthur Savile e altri racconti (qui il testo completo in lingua originale), del celebre scrittore irlandese Oscar Wilde, pubblicato nel 1891.

Un pomeriggio, seduto al Café de la Paix, osservavo lo splendore un po’ trasandato della vita parigina e, di fronte al mio bicchiere di vermut, riflettevo sul curioso panorama di orgoglio e povertà che passava di fronte ai miei occhi, quando sentii qualcuno esclamare il mio nome.

Voltandomi, vidi Lord Murchison. Non ci eravamo più visti dai tempi del college, quasi dieci anni prima; per questo, contento di averlo incontrato, gli strinsi la mano calorosamente. Ai tempi di Oxford eravamo grandi amici, lo apprezzavo molto, era così bello, allegro e corretto. Di lui dicevamo che sarebbe stato un grande uomo, se solo non avesse avuto il vizio di dire sempre la verità. Ma in realtà tutti lo apprezzavamo ancora di più, ne sono convinto, proprio per la sua franchezza. Lo trovai molto cambiato. Aveva un che di ansioso e disorientato, e sembrava scosso da un dubbio su qualche cosa. Ero convinto che non potesse trattarsi di scetticismo moderno, poiché Murchison era il più convinto fra i conservatori e credeva nel Pentateuco tanto quando credeva nella Camera dei Pari. Per questo, conclusi che doveva trattarsi di una donna e gli domandai se si fosse già sposato.

«Non capisco a sufficienza le donne», mi rispose

«Caro Gerald», gli dissi, «le donne sono fatte per essere amate, non per essere comprese».

«Non posso amare ciò di cui non posso fidarmi», mi rispose.

«Credo che ci sia un mistero nella tua vita, Gerald», esclamai. «Parlamene».

«Andiamo a fare un giro», mi rispose, «Qui è troppo affollato. No, non la carrozza gialla, qualsiasi altro colore – ecco, quella verdone va bene»; e in pochi istanti ci avviammo a passo svelto sul boulevard in direzione della Madeleine.

«Dove andiamo?», chiesi.

«Oh, dove vuoi!» rispose. «Al ristorante del Bois; ceneremo lì e poi mi racconterai tutto di te».

«Prima voglio sapere di te», dissi. «Parlami del tuo mistero».

Estrasse dalla tasca una scatoletta marocchina con una fibbia argentata, e me la porse. La aprii. Dentro c’era la fotografia di una donna. Era alta e magra, con i suoi grandi occhi distratti e i capelli sciolti emanava un fascino strano. Sembrava una chiaroveggente ed era avvolta in una maestosa pelliccia.

«Che ne pensi di questo volto?» disse. «È veritiero?»

Lo esaminai attentamente. Mi sembrava il volto di qualcuno che aveva un segreto, ma non riuscivo a decifrare se si trattasse di un segreto buono o maligno. La sua bellezza era una bellezza modellata da molti misteri – una bellezza, in realtà, più psicologica che plastica – il leggero sorriso che compariva sulle labbra era appena accennato per essere davvero dolce.

«Allora», disse impaziente. «Cosa ne dici?».

«È la Gioconda avvolta nello zibellino», risposi. «Parlami di lei».

«Non ora», disse, «dopo cena». E iniziò a parlare d’altro.

Quando il cameriere ci portò il caffè e le sigarette ricordai a Gerald della sua promessa. Si alzò dalla sedia, camminò un paio di volte su e giù per la stanza e, sprofondando in una poltrona, mi raccontò la seguente storia:

«Una sera», disse, «camminavo in Bond street, erano circa le cinque. Ci fu un terribile scontro fra carrozze, il traffico venne quasi bloccato. Vicino al marciapiede c’era una piccola carrozza gialla che, per un motivo o per un altro, catturò la mia attenzione. Mentre le passavo a fianco, nella carrozza vidi il volto che ti ho mostrato questo pomeriggio. Ne rimasi immediatamente affascinato. Per tutta la notte e tutto il giorno seguente continuai a pensare a quel volto. Vagavo su e giù per quella triste strada, sbirciando in ciascuna carrozza, in attesa di quella carrozza gialla, ma non riuscii a trovare la mia belle inconnue, e infine iniziai a credere che doveva essere stata semplicemente una visione.

Circa una settimana dopo, ero a cena con Madame de Rastail. La cena era fissata per le otto, ma alle otto e mezza eravamo ancora nel salotto in attesa. Finalmente la cameriera aprì la porta e annunciò Lady Alroy. Era la donna che avevo tanto cercato. Entrò molto lentamente, sembrava un raggio di luna in pizzo grigio, e per mia grande gioia, mi fu chiesto di accompagnarla a cena.

Una volta seduti, notai candidamente: “Credo di averla vista in Bond Street qualche giorno fa, Lady Alroy”. Diventò molto pallida e mi disse, a voce bassa: “La prego, non parli così forte, potrebbero sentirla”.

Rattristato dal pessimo inizio, mi buttai sconsideratamente sul tema delle opere teatrali francesi. Parlò molto poco, sempre con la stessa voce musicale, e sembrava preoccupata che qualcuno stesse ascoltando. Mi innamorai in modo stupido e passionale, e l’aura indefinibile di mistero che la avvolgeva scatenò in me una curiosità ardente. Mentre se ne stava andando, appena finita la cena, le chiesi se avrei potuto rivederla. Esitò un istante, si guardò intorno per vedere se ci fosse qualcuno nei paraggi, e poi disse: “Sì, domani alle cinque meno un quarto”. Supplicai Madame de Rastail di raccontarmi di lei, ma tutto quello che riuscii a scoprire fu che era vedova e che aveva una bella casa in Park Lane, e quando un noioso accademico inziò a presentare una tesi sulle vedove, esemplificandola come esempio della sopravvivenza del più adatto nel contesto matrimoniale, me ne andai a casa.

Il giorno successivo arrivai a Park Lane puntuale, ma il maggiordomo mi informò che Lady Alroy era appena uscita. Andai al club piuttosto triste e molto confuso e, dopo averci riflettuto, le scrissi una lettera, domandandole se avrei potuto avere un’altra possibilità un altro pomeriggio. Non ebbi risposta per diversi giorni, ma infine ricevetti un breve messaggio che diceva che sarebbe stata a casa domenica alle quattro, con un incredibile poscritto: “La prego di non scrivermi più qui, le spiegherò quando ci vediamo”. Domenica mi ricevette, e fu molto affascinante. Ma, mentre stavo andando via, mi chiese, se ci fosse stata occasione di doverle nuovamente scrivere, di indirizzare la mia lettera a: “Sig.ra Knox, presso la biblioteca Whittaker, Green Street”. “C’è un motivo”, disse, “per cui non posso ricevere lettere a casa mia”.

Nel corso dei mesi, la incontrai molto spesso, e quell’aura di mistero non la abbandonò mai. A volte ero convinto che fosse sotto il controllo di qualche persona, ma era così inavvicinabile che non potevo crederci. Era davvero difficile riuscire a decidermi, perché era uno di quegli strani cristalli che si vedono nei musei: un momento sono trasparenti, il momento dopo annebbiati. Alla fine, mi decisi di chiederle di sposarmi: ero stufo dell’incessante segretezza che imponeva alle mie visite e alle poche lettere che le inviavo. Le scrissi alla biblioteca chiedendole se fosse libera il lunedì seguente alle sei. Rispose di sì, ed ero al settimo cielo. Ero infatuato di lei, nonostante il mistero, anche se ai tempi ero convinto che fosse proprio quello il motivo del mio innamoramento. No, era la donna che amavo, non il mistero. Il mistero mi turbava, mi faceva impazzire. Perché il destino mi aveva messo su questa strada?»

«L’hai scoperto, allora?», domandai con ansia.

«Temo di sì», mi rispose. «E puoi giudicarlo da te».

«Arrivò il lunedì e andai a pranzo con mio zio. Verso le quattro, mi ritrovai a Marylebone Road. Mio zio, come sai, vive a Regent’s Park. Volevo arrivare a Piccadilly, e presi una scorciatoia attraversando molte strade malandate. Improvvisamente, mi trovai di fronte Lady Alroy, coperta dal velo, che camminava a passo spedito. Arrivata all’ultima casa della via, salì i gradini, tirò fuori una chiave ed entrò. “Ecco il mistero” mi dissi. Sembrava il tipo di posto dove si affittano camere. Sull’uscio trovai il suo fazzoletto, che le era caduto. Lo raccolsi e lo misi in tasca. Poi, iniziai a pensare che cosa avrei dovuto fare. Arrivai alla conclusione che non avevo alcun diritto di spiarla, così continuai verso il club. Alle sei andai a trovarla. Era seduta sul divano, in un abito di tessuto argento arricciato da alcune strane pietre di luna che era solita indossare. Era incantevole. “Sono così felice di vederti” disse “sono stata a casa tutto il giorno”. La guardai sorpreso e, estratto il fazzoletto dalla tasca, glielo porsi. “Ti è caduto in Cumnor Street questo pomeriggio, Lady Alrody” dissi, con molta calma. Mi guardò con terrore ma non allungò la mano per prendere il fazzoletto. “Cosa stavi facendo lì?” domandai. “Che diritto hai di farmi queste domande?” replicò. “Il diritto di un uomo che t’ama” risposi. “Sono venuto qui per chiederti di diventare mia moglie”. Nascose il volto fra le mani e scoppiò in lacrime. “Me lo devi dire”, proseguii. Si alzò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Lord Murchison, non c’è niente da dire” – “Sei andata lì per incontrare qualcuno” urlai; “È questo il tuo mistero”. Sbiancò terribilmente e disse: “Non ho incontrato nessuno” – “Non puoi dire la verità?” esclamai. “L’ho detta”, rispose. Ero furioso, agitato; non so che cosa dissi, ma le dissi cose orrende. Poi corsi fuori dalla casa. Mi scrisse una lettera il giorno seguente; gliela rinviai ancora chiusa; e partii per la Norvegia con Alan Colville.

Ritornai dopo un mese, e la prima cosa che vidi sul Morning Post fu la morte di Lady Alroy. Aveva preso freddo all’Opera ed era morta nel giro di cinque giorni per colpa di una congestione polmonare. Mi chiusi in me stesso e non vidi nessuno. L’avevo amata così tanto, così follemente. Dio mio! Quanto avevo amato quella donna!

«Sei poi andato in quella via, in quella casa?», dissi.

«Sì», rispose.

«Un giorno andai a Cumnor Street. Non riuscii a trattenermi, ero divorato dai dubbi. Bussai alla porta, e una donna molto rispettabile mi aprì. Le chiesi se avesse stanze da affittare. “Beh, signore”, rispose, “in teoria i salotti sono affittati, ma sono tre mesi che non vedo la signora, e visto che l’affitto non è stato pagato, può averli”. “È questa la signora?” le dissi, mostrandole la foto. “È lei, senza dubbio” esclamò. “Quando ritorna?”, chiese. “La signora è morta”, risposi. “Oh, spero di no!” disse la donna – “era la mia migliore cliente. Mi pagava tre ghinee a settimana soltanto per sedere in salotto di tanto in tanto”. “Incontrava qualcuno qui?” chiesi; ma la donna mi assicurò di no. Veniva sempre da sola e non vedeva nessuno. “Cosa diavolo faceva qui?” domandai ansioso. “Stava semplicemente seduta in salotto, signore. Leggeva, a volte beveva il tè”, la donna rispose. Non sapevo cosa dire, allora le diedi una sterlina d’oro e me ne andai. Ora, cosa pensi che significhi tutto questo? Non crederai che la donna stesse dicendo la verità?».

«Penso proprio di sì».

«Ma allora perché Lady Alroy andava lì?».

«Caro Gerald», risposi, «Lady Alroy era semplicemente una donna con la mania del mistero. Affittava queste stanze per il puro piacere di andarci nascosta da un velo, immaginandosi di essere una eroina. Aveva la passione per la segretezza, ma era semplicemente una Sfinge senza segreti».

«Lo credi davvero?»

«Davvero», risposi.

Tirò fuori la scatola marocchina, la aprì, e guardò la fotografia. «Chissà», disse infine.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta