Oltre la fiaba del matrimonio indiano in Puglia

Oltre la fiaba del matrimonio indiano in Puglia

La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività che compio in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello pieno di understatement di Repubblica Bari:

“IL MATRIMONIO DEL SECOLO”

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Come tutte le altre testate locali in edicola Repubblica Bari si prodigava in una ridda pressoché infinita di particolari su quanto lo sposalizio sarebbe stato (traduco liberalmente): enorme, meraviglioso, smodatamente ricco, insultantemente (ma anche ammirabilmente) fastoso, lunghissimo, florale, tamarro, dorato, decisamente indiano ma pure orecchiette-munito almeno nella giornata di giovedì, quella dedicata agli chef locali. Il lieto evento veniva descritto esplicitamente come “fiaba” “episodio da mille una notte” e tacitamente come “quello che voi non vivrete mai sciocchini privi di aziende di famiglia che fatturano 3 milardi di dollari l’anno”.

Il matrimonio non solo era in quanto tale un atto contro natura, pensavo io, ma in questo caso specifico, dicevano i giornali , era organizzato in un regime di ristrettezze con l’esile budget di 10 milioni di euro per tre giorni.

Sfacciatamente oligarchico cioè ma anche episodico e ad appannaggio di gente che abitava lontano abbastanza da poter generare con la sua ricchezza più ammirazione che risentimento.

(e soprattutto sobrio)

«Però dieci milioni di euro…» sospirai in direzione della ragazza che era con me, per tutelare la privacy della quale, visto che lavora per un grosso giornale dotato di scarso senso dell’umorismo, rinominerò “Conchita”.

«Quando hai finito con quel pasticciotto andiamo al mare» rispose però Conchita poco impressionata. E sarebbe finita così, dato che io e l’India non ci siamo mai considerati troppo, non ho infatti mai sentito il bisogno, nemmeno nell’età più a rischio, di cercare il mio me stesso più vero veramente, in un paese dove le mucche sono sacre e la gestione dei cadaveri contempla “gettarli in un fiume” come soluzione.

Nei giorni seguenti però i dettagli sui media sempre più pantagruelici e assieme bollywoodiani dell’evento hanno incominciato a risuonare con l’incerta eco stonata e ridondante di chi ha da riempiere, in fretta e per pochi soldi, mezza pagina o più e non sa bene come farlo, un dramma che ho conosciuto molto bene nei miei passati giorni da cronista. La cifra a disposizione degli organizzatori ad esempio aumentavano e cambiano valuta, il tutto nello stesso giorno, per citare letteralmente:

«Il budget sale da 10 milioni di dollari a 20 milioni di euro, fino a sfiorare quota 25»

Questo svolazzo delicato da 5 milioni di euro che farebbe venire un attacco di panico a un fact checker del New Yorker, affiancato a un parco invitati che ora si diceva totalizzasse il 20% del Pil Indiano e ai due elefanti aviotrasportati dall’India, da Parigi, o dal luogo dove nascono i sogni, incominciava, non posso negarlo, ad arraparmi parecchio.

Aggiungi che i due rampolli Ritika Agarwal e Rohan Metha, pur essendo a detta di tutti indianissimi si erano già sposati la settimana precedente con rito civile a Londra, nota città della penisola indiana. Qualcosa non tornava. Nella lottizzazione del discorso mediatico l’immancabile “quota polemica” era però occupata dalla mobilitazione pro-marò capeggiata da un generale di brigata dell’esercito e da un ammiraglio dell’aviazione, oltre che, in maniera autonoma, dalla ormai semplice quanto necessaria pagina Facebook di protesta. In questo caso si trattava di “nessun amministratore fasanese al matrimonio indiano” gestita dal giornalista fasanese Romano Bianco.

Rimanevano quindi tutta una serie di questioni fondamentali in sospeso ovvero:

Gli indiani esattamente chi erano? Perché tutta questa tamarraggine? Perché si erano già sposati a Londra?

Quanto deve essere grande un aereo adibito all’Ele-trasporto? Non sarebbe stato più sensato calare i pachidermi dall’alto con dei jet pack?

Il sindaco di Fasano, Lello di Bari, sospeso dal suo ruolo dopo la condanna in primo grado per abuso di ufficio, avrebbe partecipato al matrimonio come auspicato dal padre della sposa?

Perché “no” solo agli “amministratori fasanesi”? Cosa sarebbe successo se per caso il presidente della regione Valle d’Aosta fosse stato un vecchio amico di famiglia degli Agarwal o un addestratore di elefanti?

L’atteggiamento con il cappello in mano nei confronti dello straniero con i soldi esibito da molte fra le autorità e i giornalisti era condiviso dagli abitanti della zona?

Si sarebbe riusciti a vedere qualcosa delle maxi celebrazioni o mi sarei dovuto travestire da odalisca e avrei dovuto cedere il mio corpo a un nerboruto bodyguard di Monopoli?

E soprattutto la domanda che nessuno nella campanilistica Puglia sembrava farsi: perché cazzo due miliardari indiani vengono a sposarsi a Fasano?

Se due rampolli giapponesi venissero a sposarsi, che ne so, a Crevalcore mi chiederei il perché, invece qui nessuno sembrava avere nulla da eccepire. Per quanto sia noto come per il sud poche cose siano più naturali del fatto di essere amato, sentivo che bisognava indagare.

(i portici del centro storico di Fasano. via Gofasano.it)

Gradualmente Conchita sembra interessarsi alla storia. Dall’headquarter de Linkiesta, a chilometri di profondità dentro una fredda montagna lombarda, mi fanno sapere che la storia si può fare. Così con l’idea di vedere prima se il muro di gomma che secondo i media avvolgerebbe impenetrabile l’evento sia davvero così spesso, decido di approcciarmi gradualmente al territorio fasanese, e scelgo di farlo con una ricognizione che per forza di cose deve partire da una circospetta mangiata di bombette nella vicina Cisternino.

Finiamo in uno dei tanti locali che da quelle parti uniscono una macelleria al ristorante, ti scegli la carne al bancone, poi ti siedi e te la servono cotta.

Alla 25° bombetta, Conchita ha quasi perso i sensi e con il telefono spara Somewhere over the rainbow di Israel “IZ” Kamakawiwoʻole a volume sedicenne algerino sul bus 36 e io ne approfitto per approcciare uno dei camerieri sulla storia del matrimonio degli indiani.

Guarda un po’ lui ci deve lavorare proprio venerdì, solo non è ancora sicuro perché danno 70 euro, dice con lo sguardo di chi non si allontana dalle bombette per compensi a meno di tre cifre. «Ci possiamo sentire però, così ti racconto tutto», mi spiega fissando Conchita.

Da lì io e la mia amica rotoliamo satolli verso il centro di Fasano dove trovo un barista che risponde volentieri alle mie domande, sempre senza levare lo sguardo di dosso da Conchita, e assicura di avere un sacco di foto di Borgo Egnazia luogo dove si svolgerà la prima delle serate del matrimonio (foto per altro tranquillamente reperibili sul sito della struttura, ma questo ancora non lo sapevo).

(Un particolare di Borgo Egnazia)

Capisco comunque alcune cose:

1. C’è margine per scoprire qualcosa di più delle cifre del budget che era 10 milioni poi 20 poi 25 e poi ha sfiorato il Pil della scandinavia.

2. Per evitare di finire nella sezione “omicidi per gelosia” del Quotidiano di Brindisi bisogna che lavori a questa storia da solo.

3. Fondamentale però è l’intuizione che mi dona Conchita prima di svenire su un divanetto al 2° amaro del capo (Cochita non regge l’alcool),

Ricorda Quit: gli elefanti sono l’epicentro simbolico della storia!

Sento che ha ragione: se troverò gli animali, coglierò il senso profondo di tutta questa vicenda.

Così il giorno successivo siamo di nuovo a Fasano e mi lancio sulle tracce dei pachidermi con un comodo identikit tracciato sul taccuino.

(l’identikit)

Sui giornali si legge l’agiografico resoconto dell’incontro fra il sindaco sospeso Lello Di Bari e il padre della sposa Pramad Agarwal, che ci tiene molto ad invitare il fasanese almeno come amico se non proprio come autorità. Di Bari di fronte a questa via d’uscita sapientemente offerta dal miliardario, è felice di accettare.

(L’ulivo nell’invito è stato interpretato da più parti come segno di grande conoscenza del territorio da parte degli sposi. Non è infatti scontato notare uno dei 60milioni di esemplari che si trovano in Puglia, 14 per ogni abitante)

Quanto al bene pubblico che da più parti gli si chiede di restaurare in zona come mancia sui 10, 20, 25 o millemila milioni di euro che ha già speso, Agarwal risponde che beni pubblici no, ma sta valutando di comprare casa da queste parti. Allora rilanciano chiedendo se, già che c’è, per caso non gli piacerebbe comprarsi almeno l’Ilva di Taranto, e lui gentilmente declina ancora, assicurando però che della Puglia gli piace proprio tutto-tutto.

Per motivi che forse afferiscono con il suo non essere il ministro degli esteri indiano ma un imprenditore londinese, Agarwal non risponde (almeno pubblicamente) alla lettera aperta sulla Gazzetta del Mezzogiorno del deputato Pd Dario Ginefra che, prendendo con forza le distanze dalle polemiche sui marò, chiedeva esattamente un interessamento per la questione dei marò. Lo faceva con le seguenti parole

«provate a svolgere una volta tornati in India» forse intendendo per le ferie «una funzione attiva per aprire una breccia proprio dove, sino ad oggi, hanno fallito le nostre democrazie».

(Pramod Agarwal / crediti: Stringer/Getty Images)

Ma chi è esattamente Pramod Agarwal, padre della sposa e misterioso magnate del ferro? Agarwal è nato a Bombay da un clan originario dello stato di Haryana e vive da anni a Londra con la sua famiglia, esattamente come i Metha (la famiglia dello sposo) ecco il perché del matrimonio civile nella capitale inglese.

Nasce professionalmente come trader con interessi in Russia e Hong Kong ma nel 2004 in Brasile intuisce in anticipo il boom del ferro che verrà causato dall’espansione dell’economia cinese e compra la sua prima miniera. Fa così il salto di qualità e si espande soprattutto in Sudamerica, ricevendo di recente, nonostante le proteste degli abitanti della zona interessata, anche l’appoggio del presidente uruguaiano di sinistra Jose Mujica per il progetto di scavo Valentine, un affare da 3 miliardi di dollari.

Pramod mantiene il centro direzionale della sua azienda, la Zamin, a Londra e non sembra intenzionato a fare business in India per timore, dice, delle lungaggini burocratiche necessarie a fare qualsiasi cosa da quelle parti. Gli analisti sostengono che non ha nemmeno voglia di differenziare la sua attività ma punta ad una espansione all’interno del suo settore che definire ambiziosa è pochino: passare da 5 miliardi di tonnellate l’anno al 45 nel giro di un lustro.

Agarwal ha già sistemato una figlia con un matrimonio a Venezia, che se non è stato il più costoso fra i matrimoni dei miliardari indiani (c’è anche chi ha speso 50milioni per una singola cerimonia) è stato comunque molto apprezzato dagli esperti di settore per originalità e cura dei dettagli. Quelli di noi che non guardano al mondo con un sistema di valori mutuato dalle pagine di Chi potrebbero a questo punto chiedersi che senso abbia spendere tutti questi soldi per un matrimonio, ma sarebbe una domanda che sconta un certo pregiudizio romantico occidentale e paga dazio a tutta la retorica delle “Mille e una notte” e “fiaba all’ombra degli ulivi” che, come detto, ha contraddistinto la campagna mediatica italiana sull’evento .

Il business dei matrimoni indiani è precisamente un business, non solo per quanto riguarda la realizzazione ma anche per la loro natura di rito socio-economico in cui l’amore come lo concepiscono i libri Harmony o le rubriche di Natalia Aspesi trova ben poco posto. In India esistono persino dei mediatori il cui lavoro è quello di intrecciare gli interessi delle grandi famiglie combinando matrimoni convenienti per gli affari in cui le stesse sono coinvolte. Pankaj Shastri, un broker matrimoniale che tratta solo famiglie con dei billion ha dichiarato a Forbes india:

«normalmente le contrattazioni avvengono in forma di budget per il matrimonio. Le famiglie devono trovarsi d’accordo su un budget che li rappresenti come status»

Il matrimonio è dunque un momento per confermare il proprio status ma anche per instaurare nuovi rapporti e creare opportunità di business, e non sono rari gli sposalizi da cui nascono accordi che generano ricavi in grado di coprire ampiamente le spese milionarie di organizzazione dell’evento. Il carattere a metà fra conferenza aziendale e la riunione di clan è talmente conclamato che di recente è nata la tendenza a celebrare, prima dell’evento vero e proprio, anche dei matrimoni paralleli con invitati solo i veri giovani amici degli sposi, relativamente meno sfarzosi ma più divertenti per i partecipanti.

All’interno di questo quadro non è facile scoprire l’attuale attività di Arun Metha, il padre dello sposo, il quale, forse proprio per questo motivo, è praticamente assente dalle cronache italiane dell’evento. Ex co-fondatore in Olanda della Mexx, brand di abbigliamento mondiale non presente in Italia, Metha ha venduto la società all’azienda americana Liz Claiborne nel 2001. Vive anch’egli a Londra, passa molto tempo nella sua villa nel sud della Francia, e ci sono pochi dubbi sul fatto che il figlio Rohan rappresenti un partito consono a Ritika Agarwal.

Nel pomeriggio di mercoledì faccio un sopraluogo a Borgo Egnazia. Fra i campi di ulivi spuntano da lontano due gru bianche, sospese sopra quella che apparentemente è una masseria ristrutturata a fini turistici ma vista da vicino assomiglia più a un paese privato vero e proprio. Dall’alto Borgo Egnazia è grande quasi quanto il vicino paese di Savelletri,

(Borgo Egnazia sulla sinistra e Savelletri sulla destra)

All’esterno del lato verso l’entroterra sono piantati i tendoni bianchi del personale, gruppi di giovani parcheggiano le loro auto fra gli ulivi, si infilano in jeans e maglietta dentro le tensostrutture e ne escono in livrea da camerieri. Poi ci sono gli attori, i figuranti e i ballerini, con i vestiti più larghi, i piercing, i tatuaggi e le acconciature un po’ scapigliate. Una Cinquecento con madre e figlia armate di smartphone scivola lenta sulla strada che costeggia il muro di cinta, dei turisti stranieri in bicicletta intravvedono le strutture e le americane del palco e si fermano a chiedere «there is music?» ai buttafuori che fanno sì sì con la testa senza sapere bene come spiegargli che però non sono invitati. Questo è il periodo dell’anno in cui sulla costa di Fasano i turisti italiani sono ripartiti, sostituti da russi francesi e inglesi. Fuori da Borgo Egnazia passano furgoni con la guida a destra, macchine, pullman turistici. Dentro il borgo fervono ancora i preparativi, una delle gru muove un albero ricoperto di luci. Passando davanti all’ingresso principale, s’intravvedono golf cart trasportare donne indiane con indosso vestiti tradizionali. Degli elefanti però nessuna traccia.

(Preparativi. Durante lo show dalle braccia partiranno fuochi d’artificio. Spero usi un deodorante senz’alcool)

Il borgo sembra effettivamente off limits così faccio un salto in città alla redazione di Fasano Live, uno dei tre giornali online di una città con 40mila abitanti, gli altri sono GoFasano e la versione web dello storico cartaceo “L’osservatorio”.

La sede di FasanoLive è in uno scantinato ristrutturato di fresco poco lontano dal centro e i giornalisti sono tutti molto giovani. Vincenzo è il cronista che sta seguendo la storia per il sito e per un quotidiano cartaceo locale, mi accoglie nel suo ufficio e racconta con un certo orgoglio come questo non sia il primo matrimonio di milionari che si svolge sul territorio.

(preparativi a Borgo Egnazia)

Lo scorso anno ad esempio era stato il turno di Justin Timberlake che con l’occasione aveva voluto anche vedere il famoso presepe vivente di Pezze di Greco. A Ottobre.

Glielo si era dovuto fare apposta convocando i figuranti fuori stagione. Quest’anno poi a luglio nel più assoluto riserbo era stato il turno di un ex vice presidente di Google ( che nella versione che circola nei bar della zona diventa inevitabilmente “il presidente”) Nikesh Arora. Ora a Fasano è il momento della terzogenita di Agarwal e del giovane Metha, un evento che sta attirando molta più attenzione degli altri perché nonostante tutte le notizie attorno ai contratti di riservatezza (per 5 anni) che sarebbero stati firmati dai dipendenti è stato il più pubblicizzato sin dall’inizio. Il risultato è che così tanti giornalisti da queste parti non si sono mai visti. E il balletto dei dati? Il 20% del Pil indiano non è un po’ troppo? Forse è un dato un po’ alto concede Vincenzo, ma al tempo stesso non crede che i lettori qui prestino davvero molta attenzione al reale significato di queste cifre. Cosa manca ancora? Servirebbero le foto da dentro, spiega, tutto il resto ormai l’abbiamo fatto.

Gli chiedo se hanno pensato a un drone ma lui con il sorriso di chi queste cose non deve certo farselo dire dal topo di città, risponde «hanno i tiratori scelti, si rischia di perderlo, troppi soldi».

E delle critiche che mi dici? C’è chi sostiene che l’impatto dell’evento per l’economia della città sia minimo. Vincenzo non è d’accordo racconta delle grandi quantità di pollo acquistate da un’azienda fasanese, dei 100 iphone, 400 schede e 50 computer acquistate in città e delle tante persone assoldate per l’evento (si parla di 700 in tutto, di cui circa 200 dal territorio), oltre ai dipendenti fissi delle strutture impegnate nel matrimonio. Fatti un giro nel capannone-magazzino nella zona industriale sud, aggiunge, li hanno preso quasi tutti ragazzi di Fasano. E comunque sì, qualcuno che ha proprio in odio il turismo c’è, ma si tratta di pochissime persone per fortuna, gente che vive lontana, che non sa quanto il territorio abbia bisogno di soldi e di lavoro, ci danno dei venduti quando a me nessuno mi ha mai detto niente su quello che scrivo, fortunatamente, conclude, Facebook non è il mondo reale.

Senti ma perché venire a sposarsi proprio qui? Perché è la terra più bella del mondo, spiega con il claim ufficiale di ogni campanile italiano. Il vero orgoglio di Fasano comunque, anche più del turismo di alto livello è la pallamano, sport in cui la città è campione d’Italia, Vincenzo ad esempio è appena tornato dall’Alto Adige dove era andato a seguire la squadra per il giornale.

Mentre mi accompagna fuori, discutiamo di dati e di traffico, gli incubi di tutti i giornalisti della nuova generazione. «il matrimonio va forte, di solito invece le cose che tirano di più sono gli incidenti, specie se ci sono coinvolti dei giovani» spiega un po’ rassegnato o realista, che dir si voglia. Una volta per una frase così si sarebbe incolpato il giornalista, oggi grazie alle statistiche in tempo reale non si può che prendersela con i lettori.

Più tardi seguo il consiglio di Vincenzo e raggiungo la zona industriale sud di Fasano, che è ben distanziata dalla città e vicina alla superstrada Brindisi-Lecce. Di notte è un luogo un po’ spettrale, piena di strade laterali chiuse da sbarre elettroniche e totalmente priva di segni di vita. Solo in fondo in mezzo a un nugolo di TIR, si erge il capannone della Track zero, uno dei partner della società organizzatrice del matrimonio, la Balich world wide shows del veneziano Marco Balich, producer di grandi eventi fra i quali le cerimonie delle olimpiadi di Sochi e di Londra, e personaggio noto anche alle cronache rosa per il suo legame con la presentatrice tv Victoria Cabello.

La festa a Borgo Egnazia però ormai è iniziata e così quando arrivo al magazzino non c’è quasi più nessuno, solo una bella ragazza sui trent’anni che a un banchetto all’ingresso vende panzerotti a un euro e birre Forst a due per i lavoratori. Fin troppa calma oggi, sospira come chi ha visto passare una festività che non tornerà prima di un anno. Il grande capannone alle sue spalle fino a poche ore prima era diviso in due parti, quella in cui venivano cuciti i vestiti per gli spettacoli, e quella dove c’erano le prove delle coreografie. Ora sono entrambi vuoti, rimangono solo delle pile di casse di legno alte fino al soffitto. Fuori dal capannone, osservando i Tir e il cielo, bevo una Forst con un autotrasportatore di Bologna sui cinquanta, pancia prominente, codino, e una certa vena narrativa sul tema “tour musical in sud America durante la sua giovinezza”. Ok, ma questa volta invece?

«Questa volta qua al posto degli strumenti che porto da una vita mi hanno fatto portare di tutto e da ovunque. Siamo stati fino in Bulgaria a prendere i vestiti».

Che vestiti?

«Ma di ogni. Cose da antichi romani, minotauri… cose così».

Minotauri… Ma l’elefante?

No, del pachiderma ancora nessuna traccia.

Torno a Borgo Egnazia, davanti all’ingresso principale presidiato dalla sicurezza adesso stazionano una serie di troupe televisive, ma da lì tutto quello che possono filmare sono i Vito Mercedes con i vetri scuri che si infilano nei check point ed entrano nel borgo sfilando fra le due fila di bracieri ornamentali.

Supero in auto gli avamposti dei media e raggiungo i tendoni all’estremo opposto del borgo. Lì ci sono giovani lavoratori in pausa che mangiano, bevono o chiamano a casa a raccontare quanti soldi tengono questi indiani. Da dentro le mura giunge a volume altissimo un’infinita musica epica che sembra presa dal menù iniziale di un videogioco sull’antica Grecia. Mi siedo con alcuni di loro e chiacchieriamo un po’. L’argomento unico è lo splendore misurato in cifre non verificate. Camion pieni di 200mila euro di fiori dall’Olanda

(arredi floreali a Borgo Egnazia)

proiettori da 60mila euro, alberghi per gli ospiti a 150mila euro al giorno, campagne affittate per parcheggiare le auto a 10mila per tre giorni, le cifre transitano di bocca in bocca come una palla di neve fatta di euro che diventa più grande ad ogni passaggio,

Tutto qui è splendido soprattutto in quanto grandemente costoso, un processo che ricorda vagamente Mary Louise Parker in Weeds quando scopre che per fare felici i ricchi newyorkesi deve vendergli l’erba a dieci volte il suo prezzo.

Gli immaginari si fondono acrobaticamente e Shakira (che ha cantato al matrimonio della primogenita di Agarwal a Venezia e si dice canterà anche a questo) sarebbe stata avvistata nei dintorni con Vucinic ex attaccante, molto compianto, del Lecce. Dopo un altro po’ di chiacchere e bevute con i ragazzi salta fuori il modo per entrare dentro Borgo Egnazia.

(dentro il matrimonio)

Ne approfitto e finisco proprio sotto l’albero che avevo visto preparare nel pomeriggio. Alla mia sinistra gli invitati, sistemati su degli spalti, guardano lo spettacolo delle proiezioni epiche a tema greco-romano sulla facciata del palazzo di fronte, alla mia destra invece ho il backstage degli attori che impreziosiscono la coreografia. L’attore più vicino a me, guarda un po’, è vestito proprio da Minotauro.

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Lo show assomiglia molto a una cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici, senonché l’iconografia pur spettacolare ricorda quel tipo di semplificazione con cui di solito noi occidentali ci rapportiamo al resto del mondo, questa volta però l’onda della rappresentazione per sommi capi ci torna indietro spinta dai venti del denaro globale. Per una sera l’altro da dipingere sulle pareti in un infedele trompe-l’œil fatto di luci, non è il santone, il selvaggio, l’imperatore lontano, ma la nostra età classica. L’effetto è un po’ straniante ma decisamente al passo coi tempi.

Lo spettacolo s’interrompe quando le famiglie dei festeggiati salgono sul palco e ringraziano i presenti e gli abitanti della zona che li ha accolti. Nel discorso di Agarwal, nonostante sia davanti a più di mille persone, c’è una vibrazione d’intimità così forte che anche se sono dentro da poco e potrei avventurarmi più a fondo nel borgo decido di aver visto quanto basta. E poi le inaugurazioni delle olimpiadi le ho sempre trovate un po’ noiosette.

Tutto attorno a me comunque baluginano gli smartphone di invitati e dipendenti che fotografano e girano video, ed è chiaro che presto le immagini arriveranno anche ai giornalisti in posa qui fuori di fronte ai bracieri. (Nei giorni successivi infatti sono apparse diverse gallery: qui gallery Repubblica, qui gallery Osservatorio Oggi). Così varco in senso opposto i controlli di sicurezza e me ne vado a mangiare. Pollo fasanese anche per me, come per gli indiani, ma non ai tavoli con le forchette placcate in oro ma in un ottimo ristorante di Speziale, poco lontano.

(tavoli con le famigerate forchette)

Il mattino seguente salgo in quota, verso la Selva di Fasano, frazione del comune abbarbicata su quelle colline che più a nord diventano le Murge. In una zona molto silenziosa, immersa nel verde e piena di villette si trova anche l’abitazione di Romano Bianco, giornalista e scrittore fasanese da anni di stanza Roma. C’è lui dietro il gruppo facebook “nessun amministratore fasanese al matrimonio indiano” più volte citato anche dai telegiornali Rai.

Bianco è un uomo simpatico, a suo modo preparato e ricco di forti convinzioni. Mi fa accomodare in terrazzo di fronte al giardino pieno di alberi e incomincia a parlare del suo arcinemico Lello di Bari. Un esponente, dice, di quel partito unico degli affari che in Puglia come nel resto d’Italia non conosce bandiera politica. Romano si definisce, a malincuore, l’unica opposizione locale, dato che “il movimento in comune” una specie di omologo fasanese del movimento 5 stelle è a suo parere chiuso nell’immobilismo (lui li chiama “il partito narcisista fasanese”) e i giornali che ritiene compattamente compiacenti verso i progetti di Lello di Bari e degli imprenditori turistici. Secondo Bianco il turismo a Fasano non è questo grande affare (qui il suo slogan è «Lusso ai forestieri/tasse ai fasanesi»), le retribuzioni dei dipendenti comuni di molte strutture turistiche sono basse e gli straordinari pagati pochissimo, mentre le tasse dei rifiuti per i residenti aumentano e le strutture alberghiere godono di sgravi fiscali. Gli stessi complessi che chiudono le spiagge più belle per uso privato, quelle di un tratto di costa fra i pochi della provincia di Brindisi ad essersi salvato dalle speculazioni edilizie degli anni 70 e 80. A Savelletri, aggiunge, la pasta costa il doppio che a Fasano (7,2 km di distanza). Be’ al mare è normale, obbietto «io sono per i prezzi differenziati per fasanesi, in Trentino lo fanno e cosa ci manca a noi per essere come il Trentino?» Qui in effetti non so bene come reagire, bloccato dall’immagine mentale di ulivi innevati. Per non parlare, continua Bianco inarrestabile, dal crescente numero di incidenti stradali dovuto anche alla presenza crescente di turisti. Pure sull’indotto per il territorio del matrimonio indiano ha dei grossi dubbi, anche perché per Bianco ciò che conta per calcolare i benefici è solo il fasanese in senso stretto, e se il pane, come sembra, gli sposi l’hanno preso a Monopoli (14,6 km di distanza) non è un vero vantaggio per il territorio. Anche se non lo dice esplicitamente l’impressione è che per lui sia un po’ come se lo avessero importato direttamente da Bombay. Fra le tante cose forse quella che fa infuriare di più Bianco è il famigerato dato del “20% del Pil indiano” che sarebbe presente alle nozze, dato che è stato ripreso senza controlli da quasi tutti i media. Sulla pagina della protesta, Nicola Lamacchia un suo amico (fasanese) analista trasferitosi in svizzera dove lavora per una società finanziaria, ha fatto un lungo intervento dove a suo dire smonta il dato arrivando a un più modesto 2-3%. Il vento però sta cambiando e comunque vada il processo di appello di Lello di Bari, il tempo del sindaco del turismo di lusso, secondo Bianco, si avvia alla fine. Ma da dove deriva tutto questo autonomismo fasanese? Fasano, dice, è sempre stata una città autonoma da quando era un feudo indipendente dei cavalieri di Malta, il retaggio viene da lì. Poi mi mostra la bandiera fasanese di sua ideazione che è, testualmente, così composta:

Striscia celeste come il cielo di Fasano

Striscia verde come la campagna di Fasano

Striscia azzurra come il mare di Fasano

Disco centrale giallo come il sole di Fasano.

Molto bella, ma i marò?

Ai marò bisogna che gli sia garantito un giusto processo che sia in Italia o in India, cosa che non si può dire stia avvenendo, poi possono pure essere condannati se sono colpevoli. Nel frattempo però un amministratore italiano non può andare a un matrimonio di indiani.

Non è mica il ministro degli esteri.

Lo stesso, è un segnale.

Poi ci salutiamo perché deve partire per l’Austria dove va a seguire la squadra del Fasano nella Champions League di pallamano, davvero l’unico minimo comune denominatore fra il giornalista Bianco e i suoi giovani colleghi del web.

Scendo dalla collina e punto verso il municipio, dove ho un appuntamento con il vero grande vincitore di tutto l’affaire matrimonio indiano, il sindaco sospeso Lello di Bari che da giorni sta passando da un’intervista all’altra fra giornali nazionali, internazionali e tv.

Di Bari è al secondo mandato, ha un condanna in primo grado per abuso di ufficio per il piano di recupero del centro storico di Fasano, l’appello è previsto per novembre di quest’anno quindi ai sensi della legge Severino nel frattempo è sospeso dall’incarico. Benché militi nel centrodestra nel passato è stato anche in giunta sotto Nicola Latorre, dalemiano di ferro. Carismatico medico chirurgo, Di Bari è una personalità divisiva, amata ma anche molto discussa nel paese, non solo da Romano Bianco. Quando lo incontro in municipio indossa camicia Ralph Lauren, al polso porta in bella vista un Rolex e la custodia del suo smartphone riporta il logo Ferrari, una delle sue passioni più note.

(Il sindaco Lello Di Bari al matrimonio. Via Osservatoriooggi)

Sa bene che questo è il suo momento e non fa nulla per nascondersi, anzi accetta ogni contatto con la stampa, tutte occasioni buone per raccontare la sua narrazione ovvero quella di un territorio che ha saputo arrivare all’onore delle cronache con una pianificazione lungimirante e lunga più di un decennio. A suo agio, assertivo e non privo di analiticità, Di Bari è ben rodato sugli argomenti più dibattuti di questi giorni, ma non da comunque l’impressione che in un altro momento sarebbe stato facile da cogliere in fallo, è uno scafato politico di piazza.

Ad esempio prima ancora che riesca a fargli presente la polemica sull’opportunità di partecipare dopo la sua condanna e la conseguente sospensione, lui mi ha già raccontato la genesi della sua amicizia con Agarwal, nata nell’incontro di due ore avvenuto due giorni prima al termine del quale si chiamavano per nome ed era diventato amico di famiglia della dinastia del ferro. Da qui l’invito alla cerimonia in questa nuova forma privata. Problema risolto insomma, almeno per lui.

In questi mesi però anche dopo la sospensione ha a presenziato a molte eventi pubblici.
Solo se mi invitavano, e sempre in forma privata, dovevo dirgli di no?

È per questo che ci troviamo in anticamera e non nell’ufficio del sindaco?
Esattamente, lì ora c’è il vicesindaco.

È pur vero che l’anticamera è sempre parte del municipio. Ieri è stato alla festa?
Sì e devo dire che è un evento di dimensioni immani che non mi sarei aspettato ora qui a Fasano, anche se siamo abituati ai matrimoni di grandi dimensioni. Un evento di questo tipo me lo figuravo fra qualche anno. Sono passati solo 12 anni (14 in realtà, forse Di Bari si confonde con l’anno in cui diventò assessore ndr) dall’operazione Primavera voluta dal ministro Bianco contro il contrabbando che al tempo era la più importante attività economica della zona. Stroncato il contrabbando si trattava di capire cosa fare in questo territorio, dal 2002 al 2007 come assessore all’urbanistica e dal 2007 in poi come sindaco intrapresi insieme ad alcuni imprenditori che avevano sia la volontà che i mezzi economici, questa direzione che oggi ci porta all’attenzione del mondo.

Si riferisce ai Melpignano e ai Muolo.
Esattamente, e poi ad altri come loro. C’è da dire che nelle nostre strutture vige il rispetto della privacy, in questo caso invece sono uscite indiscrezioni due settimane prima ma anche perché non c’è stato un veto da parte delle famiglie degli sposi. Un mese fa quando è venuto il vicepresidente di Google hanno mantenuto un riserbo assoluto della privacy, di quell’evento non sappiamo assolutamente niente. Nel caso di Justin Timberlake c’era la richiesta di privacy ma c’erano anche delle esclusive con delle riviste, in questo caso invece è stato diverso, e le proporzioni sono, ripeto, immani, chissà quando ricapiterà un evento come questo. In soli 12 anni credo sia un ottimo risultato, con 530mila presenze nel 2013 eravamo al 6° posto fra le località turistiche della Puglia, dopo posti come Gallipoli, Peschici o San Giovanni Rotondo, quest’anno probabilmente miglioreremo ancora.

Il turismo chiuso nei resort però ha un impatto economico limitato sul territorio.
Era chiuso nei resort all’inizio, ora le cose sono cambiate. Il problema è che all’inizio fuori dai resort non c’erano servizi all’altezza delle aspettative di quel tipo di turisti. Tutti i nostri bar ora hanno del personale che parla inglese, una cosa impensabile fino a 3-4 anni fa, parlavano solo dialetto e l’italiano. Ora i turisti escono, non rimangono chiusi nelle “cattedrali nel deserto”.

E per quanto riguarda i marò?
Noi siamo sempre stati solidali con i marò, abbiamo anche esposto uno striscione qui in piazza. Ma non si poteva pretendere che il sindaco di una piccola di città di provincia risolvesse una crisi internazionale dove sia il governo indiano che quello italiano hanno delle responsabilità. Tra l’altro anche volendo un sindaco non ha l’autorità per impedire un matrimonio in forma privata. A parte che fare una promozione del territorio come questa sarebbe costata milioni di euro, mai avrei pensato di rilasciare un intervista al “Times” di Londra, non c’è solo questo se è vero, come è vero, che questo matrimonio ha portato ricchezza a tutto il territorio italiano dato che le due agenzie principali dell’organizzazione sono di Milano e di Roma, gli autotrasportatori sono arrivati da tutta Italia così come tante altre figure che hanno collaborato. Non sono state impiegate solo persone del nostro territorio, ma da tutta la Puglia e da tutta l’Italia.

Saluto il sindaco-non sindaco e il suo discorso della vittoria e me ne vado mentre risponde al telefono con una giornalista di Mediaset felice che nella location scelta per il secondo giorno si riesca a vedere qualcosa anche da fuori.

Che fosse impossibile declinare l’invito al matrimonio come sembra sottintendere Di Bari non è del tutto vero. Il governatore della Puglia Nichi Vendola, ad esempio, era a sua volta fra gli invitati e ha anch’egli incontrato il padre della sposa prima della cerimonia. Con un equilibrismo d’alta quota di quelli che capita di dover fare ai leader di sinistra in un mondo dominato dai capitalisti si è detto felice della pubblicità per il territorio pugliese, stimata anche qui non si capisce esattamente come in un controvalore di 100 milioni di euro, così come si è rallegrato per l’indotto, però poi ha declinato l’invito perché «in un momento di così grande crisi non ritengo opportuno partecipare ad un evento così sfarzoso». Ha fatto però sapere che gli sarebbe piaciuto riceve un pumo di grottaglie placcato d’oro, la bomboniera, da lasciare in regione a fine legislatura.

A questo punto comunque rimane aperta solo la questione degli elefanti. Il mistero sui giornali, seppur a celebrazioni iniziate continua: non si sa da dove ne quando arriveranno né dove staranno. L’arcano lo risolviamo per primi io e Conchita quella stessa mattina. L’animale simbolo del “matrimonio del secolo” in realtà è presente in un solo esemplare e se ne sta in gran segreto, ma rispettando le severe prescrizioni di legge, in una vecchia fabbrica vicino al mare, a pochi chilometri da Savelletri. Non arriva dalla capitale francese, né dall’India, ma dalla più prosaica Foggia, dove era in forze al Circo Nazionale d’Italia, ha più di trent’anni e il suo proprietario è un uomo originario di Lugo di Ravenna.

(l’elefante indiano-foggiano)

Da vicino i sogni sono spesso un po’ più simili alla realtà del previsto. Il mare della vecchia fabbrica si sta alzando, ha preso una tonalità di azzurro virata verso il grigio e il cielo sembra promettere la pioggia tanto temuta dagli sposi.

L’estate è finita, la festa degli indiani-londinesi della nuova aristocrazia globale continuerà anche in caso di pioggia, neve, grandine o attacchi di scimmie volanti, io e Conchita decidiamo di ripartire per il nord.

Le immagini e i video dei festeggiamenti varcheranno da sole i muri dei resort di lusso sulle onde dei wi-fi e finiranno sui giornali grazie all’inevitabile narcisismo primario tipico dell’epoca dei “social” , un tempo storico in cui solo i dirigenti di società come Google sono davvero capaci di vivere nell’ombra, il che dovrebbe insegnarci qualcosa, ma no, tranquilli, non lo farà.

D’altro canto, è anche vero che come diceva Wittgenstein ben prima che dio inventasse il modem a 56k

Se hai una stanza dove non vuoi che entrino certe persone mettici una serratura di cui non hanno una chiave. Ma non ha senso parlare di questa stanza, a meno naturalmente che tu voglia fargliela ammirare da fuori

Chiudo la portiera, lascio fuori il fischio del vento che arriva dall’adriatico e percorro la manciata di chilometri verso la superstrada Brindisi-Bari, le 4 corsie che separano Fasano dai resort sulla costa dove arrivano per brevissimi periodi celebrità del mondo globale, un business a cui questo piccolo mondo si è votato anima e corpo. Una volta qui si viveva delle sigarette senza bollo che arrivavano dalle navi madre ormeggiate di fronte al Montenegro e ora si segue il profilo Twitter delle star per capire se verranno o meno a cantare agli eventi super segreti e si lavora nelle cucine e negli alberghi.

Un piccolo paese in cui il punto di riferimento del potere locale è uno di quei medici scesi in politica tipici del sud, un po’ sciamani, un po’ capo-popolo, un po’ macchiette, con una condanna in primo grado che fa sempre curriculum ma anche un progetto di lungo termine in mente, un piccolo paese dove l’economia è in mano a una manciata di imprenditori molto efficienti che hanno capito che nel futuro globale e sempre più iniquo che ci aspetta il lusso è un settore che difficilmente conoscerà crisi. Un piccolo paese dove popolazione accetta il modello di sviluppo con l’attitudine tipica del sud per cui i soldi anche se sono pochi e mal distribuiti non si discutono, perché potrebbe sempre andare peggio. Un paese dove proprio come a Roma centrodestra e centrosinistra vanno spesso d’accordo, dove i media nazionali scendono a cercare sensazione più che senso, un paese dove chi proprio non è d’accordo su nulla è perché vive altrove o in collina, e chissà se la penserebbe davvero così se stesse ancora da queste parti. E poi c’è la fama, il proprio nome sulle mappe, la pubblicità, le troupe, i cronisti, e, certo, anche i reporter di long-form. Soprattutto c’è “l’importante è che se ne parli”, il mantra con cui la provincia, povera fino all’altro ieri, incontra la società dello spettacolo totalizzato. E infatti, eccoci qua.

Quitaly (indiana editore) La seconda ristampa della raccolta di reportage e inediti di Quit è in libreria e su Amazon e ibs.it.

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