Per tutelare i giovani tanto vale abolire l’articolo 18

Per tutelare i giovani tanto vale abolire l’articolo 18

L’articolo 18, inteso come la possibilità del lavoratore di essere reintegrato se il licenziamento viene giudicato illegittimo (detto anche tutela reale), è un simbolo tradizionalmente e comprensibilmente caro alla sinistra. In politica, i simboli contano più di qualunque altra cosa, ma è bene capire come funziona l’articolo 18 oggi e come funzionerebbero le due alternative di riforma proposte.

Nella prima alternativa i nuovi assunti non avrebbero diritto alla copertura ex articolo 18 fino al termine del terzo anno di contratto; nella seconda alternativa non avrebbero mai una copertura ex articolo 18 e il licenziamento avverrebbe solo a fronte di un’indennità monetaria. La discussione chiaramente verte solo sul licenziamento di tipo economico poiché per un licenziamento disciplinare o discriminatorio rimane in ogni caso l’obbligo di reintegro, se il licenziamento è giudicato illegittimo.

Vale la pena ricordare che la riforma Fornero ha già indebolito molto l’articolo 18 per il licenziamento individuale per motivi economici. Come al solito in Italia non sono stati raccolti i dati per la valutazione, tuttavia sappiamo che la legge Fornero ha ridotto il contenzioso giudiziario: i licenziamenti individuali ex articolo 18 nelle grandi imprese sono poco più di 20.000 all’anno, di questi più della metà sono risolti in sede di conciliazione.

D’altro canto, la riforma Fornero non ha ridotto l’incertezza né i costi dei licenziamenti. Per quanto ne sappiamo, le conciliazioni costano all’impresa circa 12 mesi di salario; per questo sono un costo ragionevole solo per il licenziamento di lavoratori con alte anzianità aziendali ma non certo per lavoratori che sono stati in azienda pochi mesi o pochi anni.

L’incertezza rimane finché il giudice rimane arbitro di un licenziamento per motivi economici. Non è dato sapere il numero esatto delle sentenze di reintegro del lavoratore licenziato, si dice siano circa 3000. Questo numero si è probabilmente ridotto dopo la riforma Fornero — se non altro perché più della metà dei licenziamenti si risolve con una conciliazione prima di finire in tribunale — tuttavia  questo non basta a eliminare l’incertezza insita in un procedimento di licenziamento individuale.  Tant’è vero che la legge Fornero — che avrebbe dovuto rendere più semplici i licenziamenti individuali e marginalmente più difficili quelli collettivi nelle imprese sopra i 15 dipendenti — ha sortito l’effetto opposto: i licenziamenti individuali nelle grandi imprese nel 2013 sono rimasti circa 22.000 (come nel 2011, prima della riforma) mentre i collettivi sono aumentati da 59.000 unità a 89.000 unità.

Quella legge ha quindi avuto l’apprezzabile effetto di ridurre il contenzioso ma non ha indotto le imprese a utilizzare più facilmente i licenziamenti individuali  (e quindi di conseguenza a sentirsi più libere di assumere lavoratori a tempo indeterminato).  Ciò è dimostrato dal fatto che le assunzioni a tempo indeterminato non sono aumentate e così neppure le trasformazioni dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. La ragione è presto detta: la legge Fornero non è stata percepita come una riforma radicale. A fronte del dibattito assai acceso di due anni fa, quella riforma partorita con grande fatica e grandi compromessi non ha dato i frutti sperati.     

Per questo, l’abolizione dell’articolo 18 è giustificata sulla base del fatto che le riforme di compromesso non pagano se non sono percepite come cambiamenti radicali. 

Per salvare il simbolo dell’articolo 18 bisognerebbe scegliere l’opzione che prevede di far partire tutti i nuovi contratti senza la copertura dell’articolo 18 (prevedendo unicamente un’indennità monetaria a fronte del licenziamento) per poi farlo rientrare in vigore dopo 3 anni o, come proposto da alcuni, dopo 6 o più anni. La genesi stessa di questa proposta che risale a circa 10 anni fa è chiara: riconoscendo la difficoltà politica di abolire il reintegro tout court, se ne dà il diritto — ai nuovi assunti — solo dopo alcuni anni.

Questa alternativa salverebbe simbolicamente l’articolo 18 ma è tutto da vedere se in pratica risulterebbe diversa dall’abolizione totale del reintegro per i nuovi assunti. È dato dubitarne perché, anche oggi che è in vigore l’articolo 18, la metà dei lavoratori italiani con un contratto a stabile ha un’anzianità aziendale inferiore ai 5 anni; questa percentuale sale all’80%  fra gli under 35. Se l’azienda non volesse entrare nel regime protetto da articolo 18 potrebbe semplicemente scegliere di abbreviare i (pochi) contratti a tempo indeterminato dei giovani licenziando prima che scatti la tutela reale, rendendo il diritto al reintegro un privilegio di pochi piuttosto che un diritto di tanti.

Ciò che oggi rende possibile l’abolizione dell’articolo 18 è proprio il fatto che, mentre per gli adulti è considerato un simbolo di equità, per i giovani rappresenta sempre di più una profonda iniquità. Tanto varrebbe quindi abolirlo del tutto per i nuovi assunti e costruire attorno ad esso un sistema di ammortizzatori più generoso, una nuova contrattazione con un salario minimo e una via per la partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’azienda. 

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