I nostri studenti non sanno nemmeno cosa sia l’economia

I nostri studenti non sanno nemmeno cosa sia l’economia

I quindicenni italiani sono risultati penultimi all’indagine sulle competenze finanziarie dei giovani nei Paesi Ocse. Tali punteggi, pubblicati a inizio luglio, sono peggiori di ben 14 punti rispetto a quelli che si potevano attendere in base alle competenze di matematica e lettura emerse nelle altre indagini Pisa dell’Ocse (2012). Le domande sul significato di questi risultati continuano a essere tante, le risposte complicate, il che fare da delineare. Una delle spiegazioni per questi punteggi disastrosi si può ricercare nel fatto che economia e finanza sono illustri sconosciute per i ragazzi nei primi due cicli di scuola e, alle superiori, solo il 15% le studia nei suoi curriculum. Eppure, le scelte nell’uso delle risorse personali e collettive, l’attitudine a cogliere nei mercati rischi ed opportunità, la capacità imprenditoriale di innovazione continua non sono forse doti da coltivare dagli anni della scuola, e sfruttarle per il lavoro e alla vita adulta?

Non a caso i dati negativi riflettono anche le debolissime competenze economico-finanziarie delle classi dirigenti e nella società italiana, in cui prevale il giuridico, l’amministrativo, il causidico. Le scelte le compiono i tecnici, dei risparmi si occupa la banca, la dichiarazione dei redditi la fa il commercialista. Le capacità economiche dei cittadini sono deboli, gli aspetti economici secondari anche quando dovrebbero predominare.

Il documento del governo “La Buona Scuola” dedica poco spazio alla questione, solo una colonnina a pagina 97, ma ricorda che “nel sistema italiano oggi man­ca un vero indirizzo di liceo economico, e che l’opzione economi­co-sociale rappresenta un’ar­ticolazione nel percorso del liceo delle scienze umane, ma corre il rischio di non essere adeguatamente valorizzata a causa di una non piena auto­nomia. È per questo necessa­rio procedere da un lato ad una modifica ordinamentale per la valorizzazione delle discipline economiche anche all’interno del percorso dei licei scientifico e classico”. La volontà di rafforzare questa opzione economica liceale (che per ora coinvolge solo il 2% degli studenti delle superiori) trasformandola in un autonomo liceo, che possa crescere in licei scientifici e classici, dove la piantina delle competenze economiche e finanziarie potrebbe trovare terreno più fertile dell’attuale, è un bene.

L’incipit alla soluzione del problema che propone La Buona Scuola è impegnativo: “diffondere lo studio dei principi dell’economia in tutte le secondarie”. Questi principi sono considerati parte delle nuove alfabetizzazioni dei giovani, assieme alle competenze digitali e alle lingue straniere.

Con questa affermazione, le basi culturali dell’economia sono chiamate pesantemente in gioco. L’economia, se è una scienza, è scienza giovane con principi mutevoli, condizionati nell’accademia dai conflitti tra le scuole di pensiero, e nella società da strumentalizzazioni e intrusioni ideologiche e politiche. L’economia “buona” è quella che dà criteri per effettuare scelte, che studia come le risorse possano essere base per un’ulteriore crescita della ricchezza, che analizza la razionalità dei comportamenti umani assieme ad aspetti non razionali. Nell’economia “buona” dati storici di lungo periodo intervengono potentemente e l’analisi matematica e statistica comprova in modo empirico le differenti teorie. L’economia diviene così un ponte possibile tra le scienze dure e le cosiddette humanities.

Che fare nella scuola per dare spazio a questi principi? Nelle scuole medie e superiori servono almeno alcune decine di ore per affrontare con i ragazzi questi principi e per integrarli bene con le altre discipline. Un’ipotesi di lavoro potrebbe essere quella di sviluppare nelle scuole medie l’economia personale e della famiglia, nelle superiori i mercati, fino agli aspetti più complessi che determinano il funzionamento del sistema economico e dell’economia internazionale. Nella società italiana qualcosa finalmente si muove, il bisogno di economia è sempre più sentito; la scuola e i docenti hanno invece perplessità, legittime, e resistenze, spesso ideologiche. Si tratta in ogni caso di provare: e la prova dei fatti sarà decisiva.

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