In Italia, 3 lavoratori su 100 sono false partite iva

In Italia, 3 lavoratori su 100 sono false partite iva

Quote di false partite Iva sul totale del lavoro dipendente (Fonte: Eurofound, 2010) Per vedere il grafico in dimensioni ingrandite, cliccare qui

Definire e misurare il fenomeno delle cosiddette “false partite Iva” non è semplice. La migliore stima per un confronto fra paesi, è identificarle tramite una tripla procedura, per cui una partita Iva nasconderebbe lavoro subordinato nel caso in cui il lavoratore abbia un solo cliente (1),  non possa assumere lavoratori dipendenti, anche nel caso di carichi di lavoro che eccedono le proprie capacità (2) e non possa prendere autonomamente decisioni organizzative sul proprio lavoro (3).

Utilizzando tale definizione, si può notare come il fenomeno in Italia interessi il 3% della forza lavoro, una delle percentuali più alte in Europa: se si considera il totale dell’economia siamo quarti, dopo Turchia, Polonia, Grecia e Portogallo. Se ci si limita al settore privato (agricoltura esclusa) ci sopravanzano solo Grecia, Slovacchia e Repubblica Ceca. I paesi con le quote più alte sono spesso economie dove l’informalità, fiscale soprattutto, la fa da padrone. Una delle ragioni spesso additate per la presenza di tale forma non standard di lavoro è anche “l’effetto rifugio” da una regolamentazione troppo stringente sui contratti, sia quelli a tempo indeterminato, sia quelli a tempo determinato.

A prima vista, nel confronto internazionale, la seconda ipotesi parrebbe quella più veritiera:  l’utilizzo maggiore di “false partite Iva” dipende soprattutto da una regolamentazione più rigida dei contratti a tempo determinato, sebbene altri importanti fattori sarebbero all’opera nel mediare tale relazione, come si può notare nel caso di paesi come Olanda e Irlanda.

Intervenire per legge per regolare tale forma di lavoro non è tuttavia senza rischi. Come già si è detto, la definizione stessa di “falsa” partita Iva è aleatoria e sfuggente. Il rischio di uccidere forme di collaborazione professionali genuine – in ultima istanza, lavoro – con spirito dirigista è alto. Forse sarebbe meglio ripensare la legislazione fiscale sottostante, provando a mitigare una tassazione indubbiamente più favorevole, soprattutto per il datore di lavoro, ed attendere di monitorare i risultati delle riforme della regolazione dei contratti di lavoro subordinato. La frenesia in tempo di domanda di lavoro scarsa, porta con sé molti rischi: quello di spararsi da soli sui piedi con riforme frettolose, è uno dei peggiori.

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