“Io, sindacalista renziana, sfido il vecchio apparato”

“Io, sindacalista renziana, sfido il vecchio apparato”

Anche il sindacato ha i suoi rottamatori. Come successe nell’ormai vecchio Pd bersaniano, qualcosa si muove pure nella Uil. Mentre il cambio della guardia tra Luigi Angeletti (alla guida della Uil dal 2000) e Carmelo Barbagallo sembrava ormai cosa fatta, è spuntata una candidatura che ha scompigliato le carte di quella che doveva essere una successione di velluto tra dirigenti, proprio come è accaduto di recente nella Cisl tra Bonanni e Furlan. La candidata outsider si chiama Magda Maurelli, ha 40 anni, e dal 2010 guida la UilTemp, la categoria degli atipici del sindacato. Barbagallo, 67 anni, siciliano, è segretario aggiunto e potente responsabile dell’organizzazione del sindacato da ormai 14 anni. Angeletti sta svolgendo le consultazioni tra le categorie, ma l’esito sembra ormai scritto già da tempo. Il 10 novembre, nel consiglio federale nazionale di Roma, il nome di Barbagallo sarà proposto come nuovo numero uno proprio dall’attuale segretario generale. E il 21 novembre il “ministro dell’interno della Uil”, come Barbagallo viene chiamato, dovrebbe essere eletto. O almeno così dovrebbe essere, salvo sorprese. Perché la candidatura di Magda Maurelli, successiva alla sua sfiducia da parte della segreteria nazionale per «il troppo uso dei social network», ha movimentato le acque di via Lucullo e aperto una riflessione sulla rottamazione nel sindacato. Lei, favorevole al Jobs Act e alla spinta innovatrice renziana, dice: «È questo il sindacato che vogliamo consegnare al futuro? Il sindacato che finora ha difeso solo i lavoratori dipendenti mentre non si accorgeva che il mondo del lavoro stava cambiando?». 

Magda, partiamo dal principio. Com’è arrivata la sua candidatura alla guida della Uil?
Nel 2010 sono stata eletta alla segreteria nazionale della UilTemp per guidare la categoria degli atipici. In quattro anni abbiamo costituito anche i livelli regionali e raggiunto quasi gli 80mila iscritti. Abbiamo firmato il contratto nazionale degli interinali, preso accordi importanti sulle collaborazioni nelle aziende e siamo stati molto presenti nei call center. Barbagallo, 67 anni, da 14 anni segretario organizzativo della Uil, già da un anno ha cominciato a “organizzare le sue truppe” e a chiedere supporto alle categorie. È una figura da sempre alla dirigenzadel sindacato, una sorta di ministro dell’Interno della Uil. Quando mi è stato chiesto di appoggiare la sua candidatura, io mi sono contrapposta. È davvero questo il sindacato che vogliamo consegnare al futuro? Basta con questi apparati solidi e cementificati. Il sindacato va cambiato, perché deve essere cambiato, dalla base. Barbagallo non può essere il futuro, perché non rappresenta il mondo del lavoro che avanza.

Ma come funziona la successione nel sindacato?
Il segretario generale fa una sorta di consultazione e poi designa. È una sorta di monarchia successiva. Nel nostro statuto, come in quello degli altri sindacati, c’è scritto che qualsiasi iscritto può candidarsi alla carica di segretario generale. Ma una consultazione vera non c’è mai. Alla segreteria finiscono i soliti del Palazzo che hanno già chiesto il consenso all’interno del sindacato, ed essendo figure di grande potere c’è anche una certa difficoltà a distaccarsi da loro. Con i congressi c’è una parvenza democratica, però i giochi si sono fatti prima tra i vertici. Non esiste una competizione vera e propria tra i candidati.

“in questi anni i sindacati sono stati complici di fratture sociali enormi, hanno rappresentato solo i dipendenti dimenticandosi di tutti gli altri”

Cosa ha comportato questo suo dissenso?
Da noi il dissenso non può esistere. I dirigenti oggi si sono circondati da corti di yes man, ma senza il dissenso è chiaro che finisce tutto. Dopo la mia contrapposizione è cominciata una sorta di guerriglia contro di me. È stato chiesto alle regioni di votare la mia sfiducia come segretario nazionale della UilTemp, sostenendo in un documento che la segreteria nazionale UilTemp avesse spettacolarizzato sui social network il dramma dei lavoratori precari, perdendo di vista “i valori reali della rappresentanza dei territori e della contrattazione”. A seguito di questo documento, per giunta, uno dei miei colleghi è stato licenziato e a un altro è stata revocata l’aspettativa sindacale non retribuita. L’unica argomentazione esposta è quindi un presunto distacco dal mondo reale per “troppo uso dei social network”. Aggiungo dicendo che l’80% delle domande da parte dei lavoratori mi arriva attraverso Facebook e Twitter. Il 5 settembre, dunque, io e il mio gruppo di lavoro abbiamo dato le dimissioni. E da lì è partita la voglia di dire basta con questi metodi. Mi sono candidata per rompere questi schemi.

Quali sono gli schemi del sindacato che vuole cambiare?
In questi anni i sindacati hanno avuto difficoltà a comprendere un mercato del lavoro che cambiava nei processi produttivi e nei valori. Nel frattempo però sono stati complici di fratture sociali enormi. Negli stessi posti di lavoro ci sono lavoratori con le stesse qualifiche e gli stessi titoli di studio, ma alcuni hanno contratti da dipendenti a tempo indeterminato con certi diritti, altri sono cocopro o false partite Iva senza diritti. La gente non vede più in noi un interlocutore perché abbiamo perso la nostra funzione sociale. Non si può parlare dei precari come invisibili quando in realtà stiamo parlando di milioni di persone, eppure è stato fatto. Io stessa sono stata cocopro e so quali difficoltà ci sono a comprare qualsiasi bene, non la casa, con un pagamento a rate. Ecco, tutto questo non è stato compreso. Il sindacato ha faticato a capire che esisteva un altro mondo. E non c’entra né l’età né il nome dei vari Camusso, Landini o Barbagallo, c’entra soltanto l’incapacità di leggere la società. Il sindacato si è posizionato e organizzato a livello territoriale, ma noi ora stiamo parlando di un processo globale del mercato del lavoro. In questi anni abbiamo difeso il posto di lavoro dipendente nelle aziende, nella pubblica amministrazione, le istanze dei pensionati. Ma tutti gli altri? Ci sono tante persone che in questo momento lavorano con un portatile in una piazza o in un bar. Va difeso il lavoro in quanto tale, non solo le persone che sono all’interno delle aziende. Bisogna ricostruire un patto sociale nuovo. Anche perché il pensionato o il padre che aiuta economicamente il nipote o il figlio precario secondo me avrebbe voglia di sentirsi dire che noi sindacati stiamo cercando di risolvere i problemi dei suoi familiari. Chi non ha un precario in casa o un disoccupato? Ecco, dobbiamo riappropriarci dei luoghi di lavoro e dei non luoghi di lavoro. Io ho fatto molte assemblee online. E con le categorie dei lavoratori abbiamo trasformato le sedi sindacali nei luoghi del nuovo mondo del lavoro.

Come giudica il Jobs Act renziano?
La riforma del lavoro la vedo positivamente. Siamo forse il Paese che ha prodotto più riforme del lavoro in assoluto, con una sovrapposizione di tante regole e nessuna regola. Per la prima volta stiamo cercando di semplificare tutto questo. Non doveva arrivare Renzi a farlo, dovevamo chiederlo noi. Il Jobs Act va bene perché va verso il futuro. Va bene la semplificazione delle forme contrattuali, va bene il livellamento dei lavoratori senza distinzioni tra lavoratori non solo di serie A e di serie B, ma anche quelli di serie Z che vengono pagati 3 euro per un articolo. Il cocopro non è diverso da un dipendente nella sua dignità rispetto al lavoro, per cui è giusto estendere gli stessi diritti a tutti. Gli strumenti iniziali, le tutele e i diritti devono essere dati a tutti.

“i sindacati hanno perso la loro funzione sociale e per questo non sono più gli interlocutori privilegiati né dei lavoratori né del governo”

Ci sarà però qualcosa che non le piace del Jobs Act…
Sulla riforma dei servizi per il lavoro vedo ancora poco. Dobbiamo puntare sulle politiche attive del lavoro. Noi oggi quando chiude un’azienda non facciamo altro che finanziare la disoccupazione, quando invece dovremmo finanziare l’occupabilità. Non possiamo lasciare da sole le persone quando non hanno un lavoro. Serve una regia pubblica, come l’agenzia nazionale dei centri per l’impiego di cui si parla nel Jobs Act, ma con una collaborazione con le agenzie per il lavoro private che hanno il know how per intervenire. Oggi il 70% della domanda di lavoro passa attraverso gli amici e le relazioni, solo il 3-4% passa attraverso i centri per l’impiego. Non possiamo continuare a far sì che solo chi ha gli amici giusti trova un lavoro. Bisogna valorizzare il talento offrendo strumenti uguali a tutti e puntare sulla meritocrazia davvero, non solo come slogan politico.

E l’articolo 18?
Quello sull’articolo 18 è un dibattito per intellettuali. Alla gran parte dei lavoratori dell’articolo 18 non gliene frega più niente. Io stessa non so cos’è, non ci ho mai avuto a che fare. Quando incontravamo i lavoratori precari, le persone volevano capire cosa succedeva tra un contratto e l’altro, perché non funzionavano i centri per l’impiego, non ho mai sentito un cocopro che mi chiedeva dell’articolo 18. Non possiamo pensare che lo Statuto dei lavoratori, che è la conquista più importante sui temi del lavoro, sia intoccabile. Lo Statuto dei lavoratori non è più adeguato. Per modificarlo ci serve la forza dei padri che hanno fatto quello Statuto, una spinta riformatrice che ora ci manca del tutto. I lavoratori invece sono già pronti a sfidare il mercato del lavoro globale, non cercano il posto fisso. La classe lavoratrice è talmente emancipata che vuole di più e il sindacato non ha saputo rispondere a questa richiesta.

Renzi però ha messo un po’ da parte i sindacati. A parte quella riunione di un’ora nella sala verde…
Non è stato Renzi a metterci da parte, ci siamo messi da parte da soli. Se non hai più una funzione sociale, è normale che non sei un buon interlocutore. Il vecchio sindacato non sa chi sono i precari, non conosce le store di queste persone. E allora perché dovrebbe parlare con noi?

E la velocità dei colloqui del governo con i sindacati? Mancanza di attenzione?
Anch’io credo in quella velocità. Il dialogo è fondamentale, ma dobbiamo abbandonare quei tempi lunghissimi. La velocità non è mancanza di attenzione. Quelle lunghe riunioni della vecchia concertazione, lunghe terapie di gruppo, non servono più a nessuno. 

“non è stato Renzi a mettere da parte i sindacati, ci siamo messi da parte da soli”

Cosa ne pensa della manifestazione della Cgil del 25 ottobre a Roma? È d’accordo?
Questa è la manifestazione della Cgil. La Cgil questa manifestazione di domani l’avrebbe fatta a prescindere ed era già programmata. E non credo che quella di domani sia una iniziativa politica, anche se ci sono diverse adesioni politiche. Resto comunque dell’idea che sia un errore proclamare questa iniziativa di un solo sindacato perché i sindacati devono tenere la classe lavoratrice unita. La vera sfida non è contrapporsi a Renzi o al governo, ma avere una visione unitaria e fare delle proposte. Purtroppo questa non è la storia di questi anni. Detto questo, ho rispetto della manifestazione, per me la piazza è sacra perché rappresenta il colore e la passione del lavoro. Ma la piazza deve essere del mondo del lavoro unito. In piazza bisogna portare le proposte, bisogna avere degli obiettivi che vanno poi declinati in azioni. Bisogna assumersi la responsabilità del futuro. Non basta urlare alla deriva dei diritti senza rendersi conto il lavoro intorno sta cambiando.

Ma ha ancora senso lo sciopero generale?
Lo sciopero generale lo vedo come ultima istanza. Io la vivo come incapacità mia di non aver negoziato bene e di non aver saputo trovare soluzioni. Credo molto nella contrattazione per produrre effetti positivi e quindi serve un dialogo continuo con la controparte. Anche se non è più neanche il momento di parlare di controparte. Soprattutto quando si parla di impresa. Il sindacato deve difendere la buona impresa che crea occupazione. Così come dobbiamo dialogare con Renzi. A una proposta non possiamo solo rispondere con una schermaglia.

Quindi lei è una sindacalista renziana?
La UilTemp ha sempre portato una frattura nel sindacato. Sono una persona riformista e una persona che vuole la modernizzazione del sindacato perché ce l’ho nel Dna. Se vogliamo usare una definizione veloce, allora si può dire che sono renziana. Se modernizzare e riappropriarsi del futuro è renziano, che ben venga. Non mi interessa la definizione. Pretendo di gestire il futuro e non subirlo, come sta accadendo nella Uil, dove il futuro sembra non essere altro che il prodotto di un passato.

“dobbiamo trovare la stessa spinta riformatrice che avevano i padri dello Statuto dei lavoratori per modificarlo e renderlo attuale”

Lei vede un futuro donna anche per la Uil come è già avvenuto per Cgil e Cisl? Ma come vivono le donne nel sindacato?
Le designazioni al femminile fanno bene al sindacato, e la maggior parte degli iscritti al sindacato è donna. Ma all’interno del sindacato le donne faticano ad avanzare nei ruoli. Esistono coordinamenti per le pari opportunità che sono una specie di riserve indiane. Recinti creati dagli stessi maschi. Le donne nel sindacato vengono perlopiù cooptate, come io stessa sono stata cooptata. Ma ora pare che stia emergendo una consapevolezza diversa. Le donne alla guida Cgil e Cisl sono donne molto forti che portano con sé altre donne. Però bisogna uscire dal recinto e dalla sindrome del Panda da proteggere e aiutare. Cominciamo ad aprire le porte.

Ma quante probabilità ha di vincere contro uno forte come Barbagallo?
Noi andiamo al congresso. È il congresso che decide. Siamo partiti in pochi ora siamo in tanti. Crediamo e aspettiamo le conclusioni finali. Il Palazzo è lontano dalla realtà e anche dagli stessi sindacalisti sparsi in tutta Italia.