La generazione della crisi, sognatori e senza lavoro

La generazione della crisi, sognatori e senza lavoro

La vittima per eccellenza della crisi economica in Italia ha tra i 20 e i 30 anni, una laurea o forse anche qualche titolo in più, una forte voglia di emergere e un lavoro (quando ce l’ha) per niente soddisfacente. Di solito le possibilità che ha sono due: restare in Italia, con il rischio di perdersi per strada, o andare via, molte volte senza tornare più. Dal 2007 al 2013 la quota di under 30 sul totale degli occupati è scesa dal 16,6 al 12,3 per cento, e non solo per effetto del calo demografico. Nello stesso periodo, 94mila ragazzi hanno deciso di lasciare definitivamente l’Italia. «I giovani sono senza dubbio la categoria più colpita dalla crisi», dice Alessandro Rosina, professore associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano. «In Italia esiste un divario sempre più ampio tra i desideri e la possibilità di realizzarli. Chi resta posticipa per il momento il sogno di fare il lavoro che piace e ogni altro progetto di vita nella speranza che qualcosa prima o poi cambierà, senza però rassegnarsi del tutto. E questo è un elemento distintivo dei Millennials».

Guardiamo ai numeri. Gli ultimi dati Istat dicono che ad agosto 2014 la disoccupazione giovanile, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi, era al 44,2 per cento. Da questa percentuale sono esclusi gli inattivi, quelli che non sono occupati e non cercano lavoro, perché magari stanno ancora studiando, che in Italia in questa fascia d’età sono 4 milioni 372mila. Già prima della crisi eravamo uno dei Paesi meno capaci di offrire alle nuove generazioni possibilità di arricchimento e benessere. In una fase recessiva, come quella che stiamo vivendo, le cose sono peggiorate. Negli ultimi sei anni tra i giovani under 30 si sono persi oltre un milione di posti di lavoro. Non solo il calo della domanda di lavoro ha ridotto la possibilità di ingresso nel mercato per chi è alla ricerca del primo impiego, ma i giovani sono anche quelli che perdono più facilmente il lavoro sia per la scadenza dei contratti a termine sia perché la prospettiva di trasformazione di questi rapporti di lavoro in contratti a tempo indeterminato si è ridotta drasticamente.

Dall’inizio della crisi, nel 2008, il tasso di disoccupazione giovanile è raddoppiato. E il 53% di chi cerca lavoro lo fa ormai da almeno 12 mesi. Peggio di noi in Europa hanno fatto solo Spagna, Grecia e Croazia. La condizione più critica è quella della fascia dei 25-29enni, quelli che vivono la fase di transizione dall’università al mercato del lavoro: in questo gruppo l’occupazione è diminuita dell’11,6 per cento. L’unico segno più si ha nel numero dei Neet, i giovani che non lavorano e non partecipano a nessun ciclo di istruzione o formazione, aumentati del 31,4%, attestandosi a quota 2,4 milioni nel 2013, la più alta in Europa dopo Bulgaria e Grecia. Questa quota comprende anche i disoccupati, cioè coloro che un lavoro lo cercano eccome: e sono loro che nel bacino dei Neet aumentano più degli inattivi, mostrando come esista una quota sempre maggiore di giovani “involontariamente Neet” e sfatando l’idea dei ragazzi che rimangono sul divano, nel limbo di non occupazione e non studio, per scelta di vita.

Sogni e progetti di vita vengono per il momento congelati nella speranza che qualcosa prima o poi cambierà

Tra i laureati, certo, la disoccupazione è più contenuta. L’istruzione assicura ancora maggiori chance, ma non è tutto. La condizione più problematica non sembra essere legata di per sé alla bassa istruzione di partenza, come si legge nel Rapporto Giovani 2014 dell’Istituto Toniolo, ma a un rischio maggiore che i meno istruiti entrino nella spirale negativa di una prolungata condizione di inattività. D’altra parte chi ha titoli di studio più alti ha sì con maggiori opportunità di trovare un lavoro, ma tende anche a prolungare i tempi di stabilizzazione rischiando più degli altri di dover adattare al ribasso le proprie aspettative e di restare intrappolato in una condizione di sottoinquadramento professionale. L’Italia d’altronde è tra gli ultimi Paesi comunitari per impiego di capitale umano qualificato nel processo produttivo: la quota di laureati (che nel nostro Paese sono solo il 16,3% contro il 28,4 della media Ue28) sul totale dell’occupazione supera di poco il 20 per cento. Non solo: la laurea ha anche uno scarso rendimento economico. Cosa che spinge, tra le altre cose, i giovani più formati al trasferimento verso Paesi in grado di valorizzare meglio le competenze acquisite. Secondo l’ultimo Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, nel 2013 quasi 95mila italiani sono emigrati all’estero: il 36,2% ha tra i 18 e i 34 anni, il 26,8% tra i 35 e i 49.

Il gap tra i desideri e la possibilità di realizzarli «Negli ultimi anni le generazioni che più hanno subito il deterioramento delle loro prerogative sono due», spiega Alessandro Rosina. La prima è la “generazione x”, entrata nel mondo del lavoro nella seconda metà degli anni Novanta, «quando il rapporto tra il debito pubblico e il Pil ha superato il 100% e si è messo mano al mercato del lavoro, con il pacchetto Treu, aprendo a una maggiore flessibilità senza però investire nelle politiche attive. Questo ha spiazzato i giovani e li ha portati a difendersi anziché a dare il meglio di sé, costringendoli ad appoggiarsi alle famiglie». La seconda è la generazione dei “Millennials”, quelli nati dal 1982 in poi, che oggi tentano di entrare nel mondo del lavoro, «i cosiddetti nativi digitali, abituati a un mondo globalizzato e a cooperare in Rete, convinti di avere migliori competenze rispetto alle generazioni precedenti. Il vantaggio di cui godono è di aver visto già le difficoltà della precarietà sui fratelli. Rispetto alla “generazione x”, già alle superiori questi sapevano che ad aspettarli c’era una realtà difficile». Ma tra loro è anche «più forte la voglia di emergere e mostrare quanto valgono. La sfortuna è che hanno incontrato la crisi economica e la realtà che si sono trovati davanti è peggiore di quanto si aspettassero». E se inizialmente pensavano che la crisi fosse qualcosa di temporaneo, arrivati quasi alla fine del 2014 con scarsissimi segni di ripresa, «si sono anche resi conto che non è più solo una situazione di passaggio. Ma non vogliono ancora rassegnarsi a vedere al ribasso i propri obiettivi».

La novità è che, almeno per ora, i progetti vengono congelati. I sogni restano nel cassetto, ma solo temporaneamente. I ragazzi sono disincantati, ma non completamente rassegnati. «Fare il lavoro dei propri sogni è stato spostato come obiettivo di lungo periodo», spiega Alessandro Rosina. «Nel medio periodo, si punta alle scelte di vita importanti, come creare una famiglia e avere dei figli. Nel breve periodo, invece, si accettano anche lavori sottopagati e non proprio in linea con i propri studi pur di lavorare». Se infatti all’inizio della crisi tra un lavoro pagato meglio e uno più stimolante veniva scelto il secondo, ora «sono diventati più pragmatici, accettando anche lavori che non c’entrano niente con il proprio percorso di studi. Sono scelte adattive. Ma questo non vuol dire che rinunciano al lavoro che hanno sempre sognato». Semplicemente spostano i sogni più avanti nel tempo, affidandosi ancora per molto tempo alle famiglie, nella speranza che qualcosa possa cambiare. Per non rischiare troppo tempo in panchina, ancora una volta i giovani giocano in difesa, anche se avrebbero capacità, titoli e voglia di andare all’attacco. Oltre l’80% svolge un lavoro che non considera pienamente soddisfacente, uno su due si accontenta di un salario più basso rispetto a uno che considera adeguato e quasi la metà si adatta a svolgere un’attività che considera non del tutto coerente con il proprio percorso di studi. 

Sono diventati pragmatici e accettanno anche lavori non in linea con i propri studi, ma non si sono ancora rassegnati

In un momento di crisi, avere un lavoro è considerato già un successo di per sé, anche se non pienamente in linea con le proprie aspettative. Aumentano così tra i giovani i lavori part time, di cui la maggior parte è composta da part time involontari, cioè lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno e che quindi non permettono una totale autonomia economica. Ma aumentano anche coloro che puntano a mettersi in proprio, non come vocazione imprenditoriale ma come scelta alternativa per chi non trova il lavoro che sogna nel mondo del lavoro subordinato.

Tutto, in ogni caso, viaggia sul filo dell’incertezza e della assenza di uno sguardo di lungo termine. Senza contare che avere un lavoro non è più una assicurazione di benessere: i working poor sono più di 2 milioni e sono soprattutto giovani. Il lavoro atipico riguarda il 25,4% dei 15-34enni e il 31,7% dei laureati. Come emerge dai dati contenuti nell’Indagine sulle famiglie della Banca d’Italia, si vede come la situazione lavorativa degli under 40 di fine anni Ottanta, retribuzione compresa, fosse decisamente migliore di quella attuale. 

Non a caso, tra il 2007 e il 2011 i matrimoni in Italia sono calati a un ritmo del 4,8 per cento annuo. E il 2013 è stato l’anno in cui si è toccato il punto più basso delle nascite nella storia della Repubblica italiana. Colpa anche di «una flessibilità introdotta nel mercato del lavoro senza politiche adeguate di sostegno al reddito. Siamo stati i più bravi a trasformare la flessibilità in precarietà. Non è stata introdotta la flexsecurity, ma la flessibilità è stata associata a insicurezza e instabilità. L’unico investimento serio e organico indirizzato ai giovani è stato quello della Garanzia giovani, ma non sta funzionando». Questi continui fallimenti hanno portato anche un marcato risentimento nei confronti delle generazioni precedenti, accusate da più parti di essersi chiuse nella difesa del loro benessere senza lasciare spazi di crescita per i giovani. Nello stesso tempo, però, la pensione o lo stipendio dei genitori per molti ragazzi restano l’unico sostegno in una situazione di instabilità.

Chi non accetta di vivere questa instabilità e di posticipare la realizzazione dei propri desideri ha solo un scelta: andare all’estero. «Molti dei giovani che vanno all’estero, anche solo per fare una esperienza di studio, alla fine decidono di restare. Il problema è che nel nostro Paese esiste un divario tra i desideri e la possibilità di realizzarli, così come esiste un gap tra i giovani che vanno all’estero e l’incapacità del nostro Paese di attrarli di nuovo». I talenti non circolano, ma scappano. La paura più forte è quella di «rimanere in Italia e vedere deteriorare le proprie competenze», in un Paese che investe poco in sviluppo e innovazione. «Finché l’Italia offrirà di meno, i giovani non torneranno. Ci sono giovani che dicono che se solo ci fosse un minimo di possibilità, tornerebbero anche a nuoto». Il profilo di chi se ne va è vario, ma «in proporzione se ne vanno di più quelli con un livello culturale più elevato e competenze maggiori. Chi ha studiato di meno, coglie di meno le occasioni all’estero. Non a caso, ad esempio, i dottorandi hanno una più alta propensione ad andarsene. Anche perché più è alto il capitale umano più vengono accolti favorevolmente nel Paese di destinazione. E questa è una perdita enorme per l’Italia». In compenso il nostro Paese non è in grado di attirare talenti dall’estero. «Non riusciamo ad attirare i nostri giovani, figuriamoci gli stranieri».

Quelli che si possono riattrarre più facilmente sono coloro che sono andati via da poco, che nella maggior parte dei casi sono disponibili a prendere in considerazione la possibilità di tornare e in un caso su tre pensano di farlo nel breve periodo. Le possibilità diminuiscono per chi all’estero ha già creato una famiglia. «Non basta solo un posto di lavoro per riportarli in Italia», dice Rosina, «in questo caso servono servizi di welfare adeguati, asili nido, e anche in questo siamo carenti».

Allora ecco perché l’80% dei giovani sostiene che la scelta più giusta per migliorare la propria condizione sia quella di andarsene all’estero. «Alcune volte», spiega Rosina, «i ragazzi esagerano nel criticare il sistema Paese per fare uscire la frustrazione. Tendono a essere ipercritici nella speranza di essere ascoltati. Non è che l’80% è davvero disposto a partire, ma il fatto che lo dicono è un indicatore della loro profonda insoddisfazione».  

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