La parte divertente secondo Sam Lipsyte

La parte divertente secondo Sam Lipsyte

Lui me l’ha spiegata così: «Avevamo un gruppo punk e il nostro maggiore obbiettivo, quando suonavamo dal vivo, era scandalizzare il pubblico. Volevamo schifarli, farli andare fuori di testa. Ogni tanto strizzavo gli occhi per individuare il più grosso tra loro, e quello che avesse l’aspetto più omofobo. Scendevo dal palco e lo accarezzavo con voluttà. Però suonavamo bene, è questo che ci ha fregato». Impiego qualche secondo per rimettere a fuoco lo sfondo, dalla vetrata dell’ufficio di Sam Lipsyte si vede il piazzale centrale del campus della Columbia. La facciata della biblioteca con le sue colonne e gli uffici di mattoni rossi tutto intorno. Alcuni ragazzi piuttosto giovani corricchiano per infilarsi in un portone e sfuggire alla pioggia piccola e insistente. Guardo Lipsyte che ridacchia nel suo maglione, compìto: «E come è finita?». «Come finiscono queste cose: tutti avevamo aspirazioni diverse e a un certo punto abbiamo smesso di suonare. Ognuno è andato per la sua strada».

Ho letto degli anni del punk qualche giorno fa, in un profilo sul New Yorkfirmato da Boris Kachka, e mi è sembrato incredibile. Lipsyte l’ho conosciuto che firmava le copie in una libreria di Manhattan, qualche settimana prima di intervistarlo. È un padre di famiglia, rubicondo e sorridente, quel genere di persona che infonde sicurezza al primo sguardo. Ha una voce profonda che non va d’accordo con l’immagine del punker provocatore di Kachka, ma stride anche con la sua voce narrativa. A questo però sono abituato. Gli scrittori non sono mai veramente come te li aspetti e uno come Lipsyte ha il passo giusto per potersi permettere il passato che vuole e il presente da professore universitario. «Sono cresciuto nel New Jersey, non troppo lontano da qui. E ho sempre pensato di volermi trasferire a New York, che appena l’avessi fatto sarei entrato in contatto con quell’ecosistema letterario di cui tutti parlavano. Naturalmente non era come l’avevo immaginato, ma è andata bene comunque. Non è una questione di stabilire le connessioni giuste, di utilizzare le conoscenze, perché se non sai scrivere il tuo libro non verrà pubblicato comunque. È più una faccenda di vicinanza ad altre menti che stanno lavorando nello stesso campo. Trovarsi tutti vicini aiuta a mettere in circolo le idee, a svilupparle più velocemente. Ti forza a migliorare continuamente».

Ci siamo messi a parlare di cosa vuole dire insegnare scrittura creativa e di cosa implica l’insegnamento in genere. Lipsyte è una di quelle che si potrebbero definire “voci fuori dal coro” rispetto alla letteratura americana contemporanea, descritta attorno ai master in scrittura — i famosi Mfa — capaci di formare autori eccellenti, ma tutti in qualche modo simili per struttura e argomenti. Sterili e sottili. Quella che emerge dalle pagine di La parte divertente — la sua ultima raccolta di racconti, pubblicata da minimum fax e tradotta da Anna Mioni — è una voce satirica e disperata, che si nutre ancora degli anni del punk come se fossero appena passati. Come se l’anima del professore si mischiasse a quella dello studente che è stato. Olio nell’acqua. «Una volta ho partecipato a un panel assieme a Michael Cunnigham e mi ricordo che spiegava che da una parte dello spettro della scrittura si trova la musica e dall’altra il significato e di come lui cercasse di mantenersi in mezzo. Probabilmente succede anche in alcune mie storie, mi trovo nel mezzo e mi sposto verso l’una o l’altra estremità. Ma cerco sempre di non dimenticarmi della musica». Lipsyte è un ricercatore, uno sperimentatore, un avanguardista. Usa lo studio della lingua per spiegare il mondo con ironia tagliente. «Esploro il modo in cui le persone parlano. C’è chi usa il linguaggio per nascondere quello che vuole dire, chi ha fini politici, chi ha fini oppressivi, chi ha fini manipolativi. C’è la lingua della felicità, la lingua della disperazione, ci sono migliaia di modi in cui le persone usano la lingua per illudersi. Credo che uno scrittore che abbia questo tipo di consapevolezza dovrebbe semplicemente usarla. Una storia si fonda sui mattoni della trama, ma poi bisogna usare la lingua per complicare le cose, per renderle avvincenti, ambigue, qualche volta».

I racconti e i romanzi di Lispyte sono punteggiati di piccoli tic letterari che risaltano come brillanti scintillanti di abbattimento, immersi nel fluido oleoso della narrativa. Ogni tanto le frasi esplodono di giudizio verso il lettore che si apre all’intero universo e rientra nella narrazione come se nulla fosse e torna al mondo delle piccole cose. Chi lo conosce bene sa trovare questi tic, questi indizi della sua attività di formazione delle giovani menti, sparsi per la nuova narrativa americana. I “bachi”, per dirla con Ben Marcus, la persona che lo ha portato alla Columbia. «Ma è come sentire qualcuno che canta come Dylan. Solo Dylan può contare come Dylan». Il paragone è senz’altro azzeccato, in termini di unicità. Non c’è niente di paragonabile al nichilismo di Lipsyte, al suo risolvere le situazioni più disperate scendendo di un livello nella scala del pessimismo e in qualche modo spuntando con la testa dall’altra parte per respirare.

«Come molti scrittori, ho iniziato con una raccolta di racconti. Credo che la cosa migliore dei racconti è che ti permettono di imparare dai tuoi errori. Se hai impiegato qualche settimana per scrivere un racconto e poi scopri che è una schifezza, te ne fai una ragione, passi al prossimo con il bagaglio di quello che hai imparato e cerchi di non ripetere gli stessi errori. Ma se hai impiegato quattro, cinque, sei anni a scrivere un romanzo e ti rendi conto che è una schifezza, be’, quello è un altro paio di maniche». Scrivere racconti è il modo che Lipsyte di giocare con le voci dei suoi personaggi, di farsi insegnare la vita da loro mentre li modella nella plastilina del linguaggio. «Con i racconti puoi prendere una serie di direzioni diverse di volta in volta, provare tutti i sentieri che hai a disposizione e vedere qual è quello che ti si taglia meglio addosso. E poi, diciamocelo, i racconti sono una forma suprema di narrativa, l’anello di congiunzione tra la poesia e il romanzo».

Se all’inizio della conversazione facevo fatica a immaginare la voce disillusa e ribelle uscire dallo stesso volto misurato e accomodante che avevo davanti, verso la fine comincia a sembrarmi tutto naturale. Ho visto il processo creativo di Lipsyte prendere forma, ho visto le sue opinioni sulla vita e sul mondo adattarsi a quella scrittura meravigliosamente saltellante e sperimentale. L’ho visto insegnare a un gruppo di studenti che pendevano dalle sue labbra e tutto ha assunto il senso che mi aspettavo. È una questione di onestà. Estrema, impagabile, infinita onestà, che si slega attraverso tutta la storia dello scrittore, dagli anni del punk al New Jersey, da New York alla Columbia. «Quello che insegno ai miei studenti come prima cosa — mi dice quando gli chiedo dell’importanza dei programmi di scrittura creativa — è di trovarsi un lavoro. Che lo facciano appena laureati o dopo due anni di master, poco importa. Puoi essere il miglior scrittore del tuo tempo, ma questo non vuol dire che tu ci possa pagare un affitto. Il miglior architetto, ingegnere, avvocato, possono dormire sonni tranquilli. Questa è la prima cosa che devono accettare». Non è nemmeno più pessimismo, ma la forma più alta di realismo materiale a cui io abbia mai assistito.

Esco dal campus e guardo gli studenti che scappano dalla pioggia in maniera diversa. Qualcuno di loro adesso sta andando a farsi contaminare da un baco di Lipsyte. E non posso che invidiarli in silenzio.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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