Mangiare sano costa caro, anche in Italia

Mangiare sano costa caro, anche in Italia

Un chilo di pere: 2 euro e 49 centesimi. Un pacco di patatine fritte: 1 euro e 59 centesimi. Per convincere gli americani a mangiare sano, Michelle Obama si è messa addirittura a rappare con una rapa rossa in mano. Nessuna first lady italiana si è ancora spinta a tanto, ma anche da noi medici e nutrizionisti da anni invitano a ridurre zuccheri, sali e grassi nell’alimentazione quotidiana e ad aumentare le porzioni di frutta, verdura, carne magra e alimenti integrali. La verità, però, è che mangiare sano costa caro. Non solo negli States, dove la differenza di prezzo tra un secchio maxi di ali di pollo fritte e un cestino di verdure di Whole Foods è enorme. La forbice tra healthy e junk food è ampia anche in Italia, ai primi posti nel mondo per la qualità del cibo che offre ma anche per il suo prezzo.

L’ultima ricerca svolta sul tema è stata pubblicata sulla rivista PlosOne. Lo studio ha dimostrato come nel Regno Unito, in testa in Europa per il costo dei generi alimentari, la differenza di prezzo tra cibi sani e meno sani negli ultimi dieci anni sia aumentata, e di molto. Nel 2012 gli alimenti più calorici e meno salutari in Gran Bretagna costavano in media 2,5 sterline per mille chilocalorie, mentre quelli più sani avevano un prezzo di 7,49 sterline, circa il triplo. Dal 2002 al 2012 il prezzo medio degli alimenti sani è cresciuto di 0,17 sterline all’anno per mille calorie, contro le 0,07 sterline di quelli meno salubri.

Lo studio pubblicato ha analizzato i prezzi di 94 cibi e bevande inglesi tra il 2002 e il 2012. Ogni cibo è stato catalogato tra cinque sottogruppi e poi etichettato tra “più salutare” e “meno salutare” in base al profilo nutrizionale. Tra i cinque gruppi, frutta e verdura sono risultati i cibi più costosi in assoluto. E tra i cibi sani e quelli meno sani, il prezzo dei primi è quasi il triplo di quello dei secondi. I conti li aveva fatti anche uno studio pubblicato a fine 2013 sul British Medical Journal: a parità di calorie, mangiare sano costa circa un euro in più al giorno a persona (1,5 dollari), e circa 404 euro l’anno a persona (550 dollari). 

(Grafici tratti da PlosOne)

E in Italia? Non cambia molto. E non stiamo parlando di cibi biologici o difficilmente reperibili nei comuni negozi contro le più diffuse merendine al cioccolato. Parliamo di una cena sana e meno calorica contro una cena meno sana e più calorica. Facciamo un giro al supermercato e compriamo quello che ci serve per la prima e per la seconda. Se vogliamo mantenerci leggeri, potremmo comprare del petto di pollo da fare alla griglia con insalata e del pane integrale. Se propendiamo per una cena che ci sazi di più, oltre che più gustosa, potremmo mangiare delle lasagne alla bolognese. Ma perché cucinarle se le trovo già belle e pronte nel reparto dei surgelati? Attenzione, le versioni sane e non sane valgono anche per i vegetariani. Basta sostituire il pollo con del seitan alla griglia e le lasagne alla carne con una porzione di lasagne senza carne.

Per comprare 200 grammi di pollo, una insalata, 100 grammi di pane integrale e una mela, lo scontrino è di 5 euro circa (restiamo sullo stesso prezzo comprando del seitan). Una porzione di lasagne surgelate costa 3,99 euro, quelle senza carne (con ricotta e spinaci) 3,45 euro. Differenza di prezzo: 1/1,50 euro. Con il primo scontrino si comprano 545 chilocalorie. Con il secondo 690 chilocalorie circa (qualcosa in meno per la porzione senza carne). La differenza di calorie non è poi così alta, ma in termini di grassi, carboidrati e proteine sì.

Secondo l’ultimo rapporto Coop 2014, i soldi per la spesa alimentare mensile di una famiglia italiana se ne vanno soprattutto per frutta e ortaggi (18%), carne (23%), pane e cereali (16%). Tanto che nei primi mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo del 2013, gli acquisti di verdura fresca sono calati del 2,2 per cento. Nel Good Enough to Eat Index, la classifica dei Paesi in cui mangia meglio stilata da Oxfam incrociando reperibilità e qualità del cibo, i prezzi e la salute dei consumatori, l’Italia si è piazzata all’ottavo posto a pari merito con Australia, Irlanda, Lussemburgo e Portogallo. Prima di noi ci sono Olanda (prima in classifica), Francia, Svizzera, Austria, Belgio, Danimarca e Svezia. Se per la reperibilità degli alimenti abbiamo il punteggio massimo, scendiamo di qualche posizione per la qualità, che resta comunque alta, ma soprattutto per il costo e le condizioni di salute di chi mangia.

Nella stessa classifica, infatti, l’Italia si piazza alla 21esima posizione relativamente al prezzo del cibo rispetto ad altri beni e servizi, insieme a Regno Unito e Austria. Il nostro carrello della spesa è tra i più cari d’Europa. Da un’indagine Eurostat viene fuori che l’Italia è il settimo Paese europeo con i generi alimentari più cari. I prezzi più alti si registrano per formaggi, latte e uova. Un litro di latte fresco costa in media 1,64 euro, quello a lunga conservazione 1,25, ma in alcuni casi può sfiorare anche i due euro. Un chilo di stracchino o crescenza può costare anche 16,5 euro. Per le uova, dipende da quali si scelgono: il prezzo oscilla da una media 1,87 per sei pezzi da galline in gabbia a 2,43 per quelle biologiche. Quali sono le migliori? Non di certo quelle che costano di meno.

E se costo del cibo è un problema, soprattutto in un momento di crisi si tende a scegliere quello che costa meno e non quello più salutare. Non è un caso che dal 2007 la spesa per consumi alimentari si sia ridotta del 13 per cento, con un picco di riduzione del 15% degli acquisti di pesce, tra gli alimenti più cari. In Italia, insomma, la qualità del cibo è buona, ma i prezzi sono alti. A meno che non scegliamo cibi poco salutari. E questo sembra ricadere sulla salute dei consumatori. È diabetico il 4,9% degli italiani, il 5,2% delle donne e il 4,5% degli uomini, pari a circa 2,9 milioni di persone. Il 33% è in sovrappeso e il 9,7% è obeso. E più è bassa la fascia di reddito più aumenta il peso e l’incidenza del diabete. Quello che non viene speso al supermercato, lo spendiamo poi tra medici e medicine.

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