Marino è rimasto solo, Roma gli ha voltato le spalle

Marino è rimasto solo, Roma gli ha voltato le spalle

Avrebbe dovuto «liberare» Roma dal predecessore Gianni Alemanno e adesso si ritrova prigioniero di un partito che lo guarda con sospetto. Si era presentato come il sindaco ciclista e oggi gli contestano la Fiat Panda parcheggiata sulle strisce gialle del Senato. Sembra un secolo fa, ma è passato soltanto un anno e mezzo da quando Ignazio Marino ha conquistato la fascia tricolore della Capitale con il 64 per cento dei voti. Oggi gli stalli del bike sharing sono desolatamente vuoti, la sintonia con Matteo Renzi si è raffreddata e il Pd romano non nasconde più i suoi imbarazzi. Delle proteste dei cittadini, invece, ormai si è perso il conto. Il sindaco è circondato.

«Cosa funziona bene a Roma? Nulla». Ha risposto così il 54 per cento dei romani all’indagine Swg, realizzata all’insaputa del sindaco. I risultati della ricerca – commissionata dall’ormai ex capogruppo democrat Francesco D’Ausilio – non lasciano troppo spazio all’immaginazione. Solo il 20 per cento degli intervistati si fida del sindaco Marino, l’80 per cento poco o nulla. E se oggi si tornasse alle urne appena il 23 per cento degli elettori rivoterebbe il primo cittadino, mentre il 75 per cento sceglierebbe un altro nome. «Non serviva un sondaggio per capire quanto sia grave la situazione di Roma», ripetono dal Pd locale in attesa della resa dei conti. La fotografia di Swg è impietosa: accanto alla parola Roma dominano gli aggettivi «sporca», «caotica» e «degradata». Non è un caso che il 61 per cento degli intervistati indica tra le emergenze il decoro urbano, il 59 per cento la raccolta dei rifiuti e il 53 per cento «i problemi legati al trasporto pubblico».

Fuori dal Campidoglio c’è la Città Eterna. Quella che nei sondaggi, ai bar e in strada boccia senz’appello l’operato della giunta. Sono troppi i problemi piccoli e grandi che funestano la quotidianità della Capitale facendo infuriare i romani. Così anche le buone notizie, come la raccolta differenziata al 38 per cento che proietta Roma seconda solo a Berlino in Europa, finiscono divorate da tutto il resto. Sgranare il rosario delle inefficienze è operazione fin troppo facile in una città dove degrado e disservizi diventano prassi da assuefazione. Tutto va male, nessuno si stupisce. Le responsabilità sono diverse e il sindaco non può essere la sola istituzione a rispondere del caos. Il Campidoglio ha tagliato gli sprechi pubblici e combattuto l’assenteismo. Eppure nell’elenco delle recriminazioni i cittadini sembrano avere le idee chiare. 

Pesano l’aumento di tariffe e tributi, dalle strisce blu alle rette degli asili nido. Brucia il taglio delle corse dei bus in seguito al piano di razionalizzazione che colpisce le periferie. Ennesimo schiaffo a un trasporto pubblico in eterno affanno. Poi le buche nelle strade, il traffico battente, i tombini tappati e i soliti quartieri che si allagano al primo acquazzone. E ancora le grandi opere che faticano a vedere la luce, a partire dall’attesa Metro C. Senza dimenticare l’abusivismo commerciale, la pulizia delle strade, la manutenzione del verde pubblico, i cassonetti straripanti oggetto di sciacallaggio da parte di sbandati e senzatetto. Che nel frattempo hanno moltiplicato insediamenti abusivi un po’ ovunque: dalle roulotte parcheggiate in città agli accampamenti ricavati nei viadotti cittadini.

Anche i municipi alzano la voce, prima frontiera amministrativa che deve fare i conti con le grane del quotidiano. Il sondaggio e le lotte fratricide nel partito, dicono, rischiano di oscurare i veri drammi della città. Il presidente del IX Municipio Andrea Santoro, eletto col centrosinistra, non usa giri di parole: «Se c’è una cosa che i romani non tollerano più sono le mancate risposte sulla manutenzione della città o sui tempi di realizzazione delle cose. Se una città non interviene in modo deciso su lotta al degrado, insediamenti abusivi, prostituzione, dove sembra che a tutti è concesso fare qualsiasi cosa in modo indisturbato, allora cittadini, associazioni o imprese non sentiranno mai che uscire dalla crisi è una sfida collettiva». E ancora, una stoccata all’inquilino del Campidoglio: «Non basteranno mai per ridare fiducia, seppur assolutamente condivisibili, le trascrizioni dei matrimoni gay».

La periferia fa storia a sé. Protagonista e comparsa in una narrazione che la snobba in favore del centro storico, unico fiore all’occhiello da esibire ai turisti. Borgate come Corcolle e Tor Pignattara sono condannate a una guerra tra poveri che solo ora finisce in tv e sulla stampa. Destano scalpore i ripetuti assalti violenti agli autobus e le aggressioni, ma la stragrande maggioranza dei quartieri periferici vive da anni in una condizione di degrado e invisibilità. Dalla sporcizia alla carenza di servizi, dall’illuminazione al controllo del territorio, l’alfabeto dell’inefficienza si impara a memoria facendo slalom tra palazzoni e grandi arterie. I comitati di quartiere della zona est di Roma stanno preparando una manifestazione per novembre. Protestano contro carenza di servizi e sicurezza, mancanza di decoro urbano, roghi tossici nei campi rom. Certo, le responsabilità non possono essere tutte di Ignazio Marino. I problemi vengono da lontano, è chiaro. Eppure da ambienti vicini al Campidoglio si riconosce una colpa evidente: «Questa giunta fatica a uscire dal primo municipio, quello del centro storico, ma Roma è fatta soprattutto da periferie». A tal proposito picchia duro l’eurodeputato e competitor di Marino alle primarie David Sassoli: «Va bene che il sindaco vive in centro, ma gli abitanti di Roma stanno anche alla Romanina, a Grotte Celoni, sul litorale, zone completamente ignorate che meriterebbero la stessa attenzione».

Il pensiero corre alla pedonalizzazione dei Fori Imperiali, scelta coraggiosa e mediatica, il primo intervento che Marino pubblicizzò una volta insediatosi al Campidoglio. Negli ultimi mesi è arrivata la chiusura alle auto a Piazza di Spagna e via del Babuino con annessa riqualificazione dell’arredo urbano a beneficio di cittadini e turisti. È di questi giorni la chiusura del “Tridente” del centro storico ai motocicli, misura che ha scatenato le ire dei centauri con rabbia condita da sfottò: «Marino fatti il motorino», «Marino adesso pedonalizza il Grande raccordo Anulare». Sempre di più, dentro e fuori il Pd, si vive con fastidio l’attivismo del sindaco su interventi “spot” e su battaglie mediatiche come quella per i diritti civili. «Poi però si dimentica di governare la città». Mentre Marino trascrive le unioni degli omosessuali, la Capitale gli chiede il divorzio. E il conto è salato anche nel sondaggio di Swg. Alla domanda «Come vanno le cose rispetto a quando c’era il sindaco Alemanno?» solo il 23 per cento promuove l’attuale primo cittadino. Per il 40 per cento andava meglio con il predecessore.

Dalla piazza al Palazzo la musica non cambia. Dopo le grane della formazione della giunta, le sostituzioni degli assessori, le nomine tribolate tra municipalizzate e Polizia locale, sono arrivati gli attriti col Governo sul decreto salva Roma. E pure l’iniziale sintonia con Matteo Renzi è andata sfumando. Negli ultimi giorni La Repubblica attribuisce al premier un virgolettato emblematico: «Se Firenze fosse stata ridotta così quando c’ero io, mi avrebbero cacciato a pedate». Pazienza. Nel weekend post-sondaggio Marino è andato in pellegrinaggio alla Leopolda. Seduto sorridente in seconda fila, «ha ricevuto molte richieste di selfie» osserva il vicesegretario del Pd romano Luciano Nobili. Ha parlato con Debora Serracchiani e incassato il sostegno della segretaria Pd del Lazio Lorenza Bonaccorsi. Ha sciorinato dichiarazioni al miele per Renzi, che però non è riuscito ad avvicinare. C’è chi parla di un «grande freddo» da parte del presidente del Consiglio nei suoi confronti.

E se dal Nazareno il vicesegretario Lorenzo Guerini invita Marino «ad andare avanti» seppur con «un cambio di passo», è nel Pd romano che si consuma la faida tra correnti. Giovani turchi, renziani, popolari, zingarettiani. Uno psicodramma a colpi di riposizionamenti, ambizioni e cambi di poltrona. Lunedì è andata in scena l’assemblea del gruppo consiliare, martedì la riunione del partito locale. La prima testa a saltare è quella del capogruppo in Campidoglio D’Ausilio, dimesso dopo la bufera del sondaggio: «Il rapporto con Marino è molto difficoltoso e spero che il mio addio possa rimettere in moto alcuni processi». Intanto continuano le bordate. Il deputato Pd Roberto Morassut, ex potente assessore della giunta Veltroni, spara col cannone: «Il sindaco è in crisi di consenso, ha limiti oggettivi e procede per spot».

Ieri campanello d’allarme, oggi clima da fine impero. Il crollo verticale della popolarità di Ignazio Marino è la punta dell’iceberg di un percorso tempestoso su tutti i fronti. Il sindaco «marziano» non ha mai sedotto il Pd romano. Ha tagliato i ponti con apparato e consorterie locali, ha messo la faccia su scelte di discontinuità (Zingaretti parla di «coraggiosa radicalità») e tagliato i rami ai gruppi d’interesse in una città dove la sinistra, con tutte le sue articolazioni, è abituata a comandare da decenni. Poco spazio ai dirigenti della nomenclatura, il primo cittadino ha agito «di testa sua» pestando piedi ovunque. Le soluzioni offerte non sono state sempre all’altezza della situazione. Gli errori non si contano in una città martoriata da problemi complessi e con un debito che scandisce ogni passo del Comune. Eppure il consigliere comunale Riccardo Magi, Radicale eletto nella lista Civica Marino, la mette così: «Le risorse economiche per aggredire i principali problemi della città ci sono, ma vengono inghiottite da una coltre di clientele, da decenni sempre identica, che gode di affidamenti diretti e senza gara grazie a protezioni politiche trasversali all’interno del Consiglio».

Quello che inizialmente era scetticismo si è trasformato in aperta ostilità nei confronti del chirurgo genovese. Così dai ranghi cittadini del Pd è cresciuta la fronda per ridimensionare Marino: dalle ipotesi di rimpasto con l’ingresso di Alfio Marchini nella maggioranza, fino alle elezioni anticipate. Oltre alla girandola del totonomi – Enrico Gasbarra o Marianna Madia – la critica che lambisce il Campidoglio risuona ossessiva: «Il sindaco fa tutto da solo e non si è circondato di una classe dirigente forte in grado di governare la città». Nell’attesa di rafforzare un’azione comune tra giunta e partito per amministrare la Capitale, il conto lo presenta il segretario del Pd romano Lionello Cosentino: «Nella città i problemi si sono aggravati e si sta peggio rispetto a un anno fa». I romani se n’erano già accorti.

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