Ottanta euro non bastano, in Italia mancano gli asili

Ottanta euro non bastano, in Italia mancano gli asili

Un pacco da 28 pannolini di una delle marche più conosciute in circolazione costa quasi 8,50 euro. «Tenendo conto che un neonato ne consuma 5-6 al giorno, il bonus da 80 euro al mese promesso da Renzi mi servirà quasi solo per comprare i pannolini». A fare i conti è un giovane papà. Che aggiunge: «La spesa maggiore per una famiglia con un bimbo resta comunque l’asilo nido: solo per quello se ne vanno quasi 600 euro al mese». Anche se «80 euro sono sempre meglio di niente».

Se si fa un giro tra i prodotti per neonati in un supermercato di Milano, con uno scontrino da 80 euro – come quello che ha promesso il presidente del consiglio Matteo Renzi nei primi tre anni di vita del bambino a partire dal 2015 per le neomamme con un reddito di famiglia che non superi i 90mila euro l’anno – nel carrello finiscono in effetti pochi prodotti. Oltre a due pacchi di pannolini da 8,50 euro l’uno che durano meno di due settimane, si riescono a comprare una confezione da 800 grammi di latte in polvere da 12,55 euro (quello biologico in farmacia costa 13,90 euro); una di crema di riso e una di crema di mais da 4,45; sei confezioni da due di omogeneizzati (quelli di carne o pesce costano intorno a 2,50, quelli di frutta un euro in meno); un pacco di biscotto granulato da sciogliere nel latte da 5 euro; un bagnoschiuma alla calendula da 13 euro; una crema da 5,19 euro; un borotalco da 1,77 euro e un pacco di salviettine da 4,40 euro.

A questo scontrino, che copre solo una parte della spesa igienica e alimentare per un bambino, vanno aggiunti vestiti, ciucci, bavaglini, biberon, passeggini, medicine. Le spese, ovviamente, sono maggiori per i primogeniti e via via si riducono per i secondi e i terzi figli. E se mamme e papà lavorano, e i nonni non sono vicini, si deve mettere in conto la voce di spesa più grande: quella per gli asili nido, fondamentali per garantire la conciliazione tra lavoro e famiglia. Il problema è che in Italia sono pochi e costosi. Anche quelli comunali. A inizio settembre 2014, nell’illustrare il suo programma dei mille giorni, Matteo Renzi aveva annunciato a sorpresa «mille asili nido in mille giorni». Ma poi non se ne è saputo più nulla. Quello che si sa è che un disegno di legge per una riforma del sistema educativo della fascia 0-6 anni è fermo in Senato, ma per metterlo in pratica servirebbero 1,5 miliardi all’anno. 

I nidi pubblici, secondo l’ultimo dossier di “Cittadinanzattiva”, nel nostro Paese riescono a coprire solo l’11,8% dell’utenza potenziale, oltre 20 punti in meno rispetto al 33% raccomandato dall’Europa entro il 2010, con notevoli differenze tra Nord, Centro e Sud. Anche nei prezzi e negli orari. In alcune regioni del Mezzogiorno la copertura si ferma addirittura all’1 per cento.

Nel 2013, nel caso in cui una coppia sia riuscita a superare lo scoglio delle liste d’attesa (in media il 23,5% dei richiedenti un posto rimane in attesa), ha speso mediamente 309 euro al mese per mandare il proprio bambino all’asilo nido comunale (nel 2012 la spesa era 305 euro). La tariffa minima, calcolata in base all’Isee, varia tra i 15 e i 350 euro; quella massima (fino a 82mila euro di Isee) tra i 110 e i 750 euro. «Chiaramente», si legge nel dossier, «minori saranno le risorse a disposizione del Comune e maggiore e sarà la contribuzione richiesta all’utente del servizio». In assenza di quelli pubblici, ci sono i privati, che possono chiedere rette fra i 500 e i 1.000 euro o più al mese, cifra che non si allontana dallo stipendio di una baby-sitter o di una tata. 

Altra questione sono gli orari. Il tempo pieno (in media 9 ore al giorno) è garantito nell’87% dei capoluoghi italiani, ma ci sono città – concentrate tutte al Sud – che offrono solo l’orario ridotto (sei ore al giorno in media). In molti casi, quindi, per permettere alla mamma di tornare al lavoro, all’asilo va aggiunta la baby sitter, pagata all’incirca 10 euro all’ora (e spesso in nero).

Secondo Federconsumatori, mettere al mondo un figlio oggi costa in media mille euro al mese fino ai 18 anni. Le spese, ovviamente, variano in base al reddito. E sono cresciute del 20-25% negli ultimi 50 anni. Anche se su abbigliamento e cibo oggi riusciamo a spendere meno dell’inizio degli anni Sessanta: -50% per i vestiti, -9% per l’alimentazione. Per i coraggiosi che decidono di mettere al mondo un secondo bebè, però, la buona notizia è che gli costerà in media il 22% in meno rispetto al primogenito. In ogni caso, rispetto a una coppia senza figli, una con un bambino oggi in Italia spende tra il 25 e il 35 per cento in più. Non è un caso, forse, che nel 2013 si sia toccato il record negativo di nascite nella storia della Repubblica italiana.

Mentre la spesa per i figli cresceva, il fondo per i finanziamenti alle famiglie nel nostro Paese è sceso dal miliardo del 2007 ai 45 milioni. E la spesa italiana in servizi per la famiglia equivale ancora all’1,5% del Pil, mentre in Francia si spendono quasi il 4 per cento e la media Ocse è del 2,6 per cento. «La spesa pubblica per le famiglie con figli è di gran lunga inferiore alla media dell’Ocse e meriterebbe di essere considerata una priorità rispetto agli altri impieghi “concorrenti” delle scarse risorse pubbliche», si legge in uno studio economico dell’Ocse del 2013.

(Fonte: Ocse)

Dopo i finanziamenti del 1977, come fece notare uno studio del Cnel nel 2010 quando ancora si rincorreva l’obiettivo dell’Europa, bisognerà aspettare il 2002 per un finanziamento di soli 50 milioni per gli asili nido. L’ultimo governo a intervenire con un piano straordinario sugli asili nido è stato nel 2007 il governo Prodi, che stanziò 350 milioni, più 450 milioni di cofinanziamento delle Regioni. Con quei soldi la copertura è cresciuta, ma non a sufficienza.

I finanziamenti di sostegno alla spesa delle famiglie, come quella di Renzi, non sono mancati. Il grande assente sono le politiche di sistema. Il governo Berlusconi, con Giulio Tremonti, nel 2005 aveva introdotto un bonus bebè da 1.000 euro a pioggia per i primogeniti, con l’effetto collaterale che poi arrivò anche al figlio di Francesco Totti. Dal 2012, poi, con la riforma Fornero, è stato aggiunto il bonus da 300 euro al mese per un massimo di 6 mesi negli 11 mesi successivi al congedo obbligatorio, con variazioni per la soglia di reddito massimo stabilita di regione in regione. Anche il governo Letta aveva stanziato 20 milioni all’anno fino al 2015 per il bonus bebè, destinandolo però solo alle famiglie più bisognose. Ora, con la nuova legge di stabilità, arriva il nuovo fondo famiglia da 500 milioni di euro, che si tradurrà con il bonus di 80 euro entro la soglia dei 90mila euro lordi annui a partire dal 2015. Tradotto in pannolini: 58 milioni di pacchi. Se saranno questi finanziamenti ad aiutare le giovani coppie italiane o a convincerle a fare un bebè è tutto da verificare. Qualcuno, come Pippo Civati, una domanda se l’è posta: «Perché spendere 80 euro per tre anni quando quelle risorse ingenti potrebbero essere investite per aprire asili nido?». Nel Friuli Venezia Giulia della renziana Debora Serracchiani ci hanno già pensato: da agosto niente bonus bebè, visto che le nascite nella regione continuavano a restare basse, ma risorse destinate ai servizi per l’infanzia, a partire dall’abbattimento delle rate degli asili nido.