Precari a vita, per uno stipendio servono due lavori

Precari a vita, per uno stipendio servono due lavori

Due contratti, dieci ore di lavoro, 1.300 euro netti di stipendio. La giornata di Simone, 30 anni, una laurea e un master, è divisa in due parti: al mattino fa il giornalista freelance, nel pomeriggio lavora in un’agenzia di comunicazione. Con l’aggiunta di qualche altra collaborazione qua e là per arrotondare un po’, da fare di sera o nel week end. Per nessuno dei suoi datori di lavoro è un dipendente a tutti gli effetti. Il suo stipendio è la somma di una partita Iva e un contratto a progetto. «Faccio più lavori perché nessuno, preso singolarmente, mi permette di campare», spiega. Ma «anche perché mi piace cambiare, fare cose diverse. Magari tra due anni sarò pronto a vendere un rene pur di avere un posto fisso. Per ora va bene così».

Nell’Italia che si accapiglia su temi come il posto fisso e l’articolo 18, in tanti ormai per arrivare a uno stipendio “vero” si dividono già tra più contratti più o meno veritieri. Calcolare quanti siano davvero i “lavoratori multipli” però non è semplice: dietro il secondo lavoro ci può essere una partita Iva, un contratto di collaborazione o addirittura nessun contratto. E i dati forniti da Eurostat sono il frutto dell’indagine sulle forze lavoro basata sulle autodichiarazioni. «E da noi chi fa un secondo lavoro lo dichiara?», domanda uno statistico. «La risposta, per la maggioranza, è no».

“in Italia chi fa un secondo lavoro lo dichiara? La risposta, per la maggioranza, è no”

In Italia, a meno che non si lavori nel pubblico, in teoria sarebbe possibile cumulare un contratto subordinato a tempo pieno con un altro subordinato part time, ma nella pratica è molto raro perché non è possibile superare le 40 ore settimanali. Si può invece cumulare un tempo pieno con una partita Iva o una collaborazione, o anche due contratti part time, ma sempre non superando le 40 ore settimanali totali e purché una persona possa riposare almeno 11 ore tra un turno di lavoro e l’altro. Il cumulo di più rapporti di lavoro, comunque, in generale prevede anche che non ci siano conflitti in termini di concorrenza tra un’attività e l’altra. «Queste sono le regole», dicono i consulenti del lavoro, «poi in tanti passano per il nero».

In base ai dati Eurostat, in effetti, in Italia i lavoratori con un secondo impiego sarebbero molti di meno rispetto ad altri Paesi europei come la Francia o la Germania: nel quarto trimestre del 2013 gli italiani che dichiarano di fare un secondo lavoro sono 301mila (in calo di circa 100mila unità rispetto allo stesso periodo del 2008), poco più dell’1% del totale della forza lavoro, percentuale più bassa in Europa, ben sotto la media dell’Eurozona del 3,7 per cento. Di questi oltre un terzo (133mila) dichiara di avere una laurea, un master o un dottorato. Nel conteggio sono compresi sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi: solo questi ultimi, in una recente analisi di Cgil, sono oltre 4 milioni.

In testa per i doppi lavori, in Europa, c’è la Germania, con quasi 2 milioni di lavoratori impegnati in più di un contratto. A seguire il Regno Unito, con 1,1 milioni di lavoratori multipli, e la Francia, con poco più di 900mila lavoratori che dichiarano di avere due impieghi. Il primato tedesco, in parte, è spiegabile anche con l’introduzione dei cosiddetti mini job (non più di 10 ore di lavoro alla settimana o non più di 450 euro di retribuzione netta a settimana) dopo la riforma del lavoro Schroeder. Riforma alla quale ora il nostro Jobs Act si ispira con l’estensione dei voucher, i buoni lavoro che permettono di pagare il lavoratore per ora lavorata e senza alcun contratto, anche all’industria. «In Italia i voucher sono serviti finora a far emergere il sommerso tra colf e badanti», spiega Marco Leonardi, professore di Economia politica all’università Bocconi di Milano, «ora potrebbero servire a far emergere lavori saltuari o secondi e terzi lavori pagati in nero, ma anche l’abuso di cococo, cocopro e partite Iva». Resta un rischio: come già accade per gli stage, un datore di lavoro potrebbe sfruttare i buoni lavoro per sostituire un singolo lavoratore dipendente con più persone capaci di coprire lo stesso numero di ore lavorative.

“faccio più lavori perché nessuno, preso singolarmente, mi permette di campare”

Nel 2013 in Europa le ore impiegate settimanalmente per un secondo lavoro sono state in media 12. In Italia si sale a una media di 12,7: per chi fa un lavoro a tempo pieno si scende a 12,3 ore extra, per chi ha invece un contratto part time si sale a 13 ore. A lavorare di più per un secondo lavoro in Italia sono gli uomini, con 13,9 ore di lavoro settimanali extra rispetto al primo impiego principale. Le donne si “fermano” invece a 11,4 ore dedicate al secondo lavoro. E tra chi dichiara di avere un secondo lavoro, gli uomini sono oltre la metà.

Ma se il part time involontario, cioè quello che uno fa in mancanza di un rapporto di lavoro a tempo pieno, nel nostro Paese è cresciuto fino a rappresentare il 63% del totale del lavoro part time, si può ipotizzare che un lavoratore cercherà un altro lavoro aggiuntivo per recuperare quella parte di stipendio che manca. Negli Stati Uniti, ad esempio, dove la disoccupazione è scesa quasi ai livelli precrisi, la quota di chi fa più di un lavoro part time – in assenza di un full time – ha quasi raggiunto quota 2 milioni, con un aumento del 20% rispetto a dieci anni fa. «Il mercato del lavoro sta crescendo in termini di quantità», dicono gli esperti, «ma non di qualità».

È la storia di Giuseppe, per esempio, 27enne grafico a part time obbligato perché l’azienda per la quale lavora non può spendere di più. «Lo stipendio part time è di poco più di 1.000 euro, ma non mi basta. Ho bisogno, ma anche voglia, di fare qualcos’altro», dice lui. «Così, per arrotondare, quando esco dall’ufficio vendo i miei prodotti ad altri clienti direttamente dalla scrivania di casa mia. A fine mese oscillo tra i 1.200 e i 1.400». O anche la storia di Amelia, metà consulente legale e metà giornalista radiofonica. «Ho la fortuna che entrambi i miei lavori prevedano dei turni, che mi comunicano di settimana in settimana secondo le disponibilità che indico io», racconta, «quindi mi organizzo secondo le mie necessità. Ad esempio, se ho un appuntamento per uno dei lavori semplicemente non do la disponibilità all’altro e non devo chiedere niente a nessuno. In realtà a me piace molto lavorare così e non scambierei mai i miei sbattimenti con un lavoro in cui devo timbrare un cartellino». E lo stipendio? «I guadagni variano tantissimo a seconda dei mesi, dai 900 ai 1.500 euro».

Orari che variano, stipendi che fluttuano, e che sono flessibili forse più degli stessi lavori. Quando chiedi ai “lavoratori multipli” quanto guadagnano, la maggior parte risponde: «Dipende». Una busta paga fissa non esiste. «Tra pagamenti multipli, tra chi paga subito e chi a tre mesi, e diversi tipi di contratto diventa anche difficile capirlo», dice Simone, «parti da una base, il resto fluttua di mese in mese».  

“il tempo libero è poco, pochissimo. Per me è solo quel lasso di tempo che sacrifico al lavoro”

È la stessa risposta che dà Gaia, 35 anni, un contratto a progetto in scadenza in una agenzia di viaggi e varie collaborazioni come giornalista con numerose testate nazionali. Quando le chiedi quanto guadagna, risponde: «Bella domanda! Diciamo che al momento ho un fisso di mille euro. Tutto il resto può arrivare o meno a seconda della disponibilità di conciliare meglio le cose». Per il primo lavoro, è impegnata dalle 9,30 alle 18,30 con un’ora di pausa pranzo. «Quando finisco comincia tutto il resto. Spesso lavoro la sera fino a tardi, e nei week end. Non è facile organizzarsi, anche perché ti trovi a scegliere tra la tua vita sociale e il lavoro. E quasi sempre alla fine vince il lavoro». Soprattutto se vivi a Milano e il tuo stipendio mensile deve coprire un affitto di oltre 500 euro. Il tempo libero è «poco, pochissimo. Per me è solo quel lasso di tempo che sacrifico al lavoro. Per intenderci, se decido di staccare la spina devo ponderare la cosa: questo mese quanto ho guadagnato? Mi posso permettere un week end di relax? Una gita fuori porta? O semplicemente un sabato di sonno? C’è solo una cosa che, tra una consegna e l’altra, tendo a mantenere: le serate in compagnia dei miei amici. Per il resto il lavoro assorbe l’80% delle mie energie».

Le giornate di lavoro assumono così un’altra forma. Si spezzettano, si frammentano, alla ricerca di spazi da ritagliare per l’uno o l’altro lavoro. «Mi sveglio, ingurgito un po’ di fette biscottate e caffè», racconta Simone. «In dieci minuti sono al computer. Lavoro da casa per tutta la mattinata. Il primo break è il percorso da casa alla sede dell’agenzia. A pranzo un boccone. Davanti al pc, se in quell’ora di buco ho idee e voglia per scrivere qualcosa. Alle 19.30 sono a casa. La scelta è se scrivere ancora o stravaccarsi sul divano. Se ho dei pezzi che mi appassionano, sto ancora davanti al computer. Altrimenti organizzo e cerco idee per la giornata di lavoro successiva». Anche per lui «il tempo libero è pochissimo. Ma marciare a questi ritmi è impossibile. Quindi sabato e domenica sono fondamentali per riposare, prendere aria, dedicarsi alle persone che un po’ hai trascurato». Salvo emergenze.

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