Portineria MilanoRenzi gioca su troppi tavoli, ma vince sempre

Renzi gioca su troppi tavoli, ma vince sempre

I nemici parlano di un ritorno alla politica «dei due forni» di matrice andreottiana. Anche «quattro», chiosa qualche vecchio democristiano. Gli amici parlano invece di «cerotti», di anelli di congiunzione per tenere insieme maggioranze parlamentari variabili – da una parte l’alleanza con il Nuovo Centrodestra, dall’altra l’intesa con Forza Italia – e partiti paralleli come il Pd (Partito Democratico) e il PdL (Partito della Leopolda). Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che in questo fine settimana celebra a Firenze la maturità politica e di governo, è ormai un giocatore multitabling. Di quelli che al poker online riescono a puntare anche su sei tavoli allo stesso tempo. E che alla fine vincono. Perché non hanno rivali. Non si spiegherebbe altrimenti la capacità di interloquire con chiunque e trovare alleanze con tutti. Da Angelino Alfano, ministro dell’Interno colonna dell’esecutivo, fino a Silvio Berlusconi, il leader di Forza Italia capace di dare il proprio assenso alla legge sui matrimoni omosessuali. E mentre i due leader di centrodestra si criticano a vicenda, Renzi dialoga con entrambi. È un cortocircuito di contraddizioni di cui solo il premier – che con l’ex Cavaliere ha stilato il Patto del Nazareno sulle riforme – poteva essere capace. 

Ma è una situazione del tutto simile a quella che si può vedere in questi giorni nel Pd. Renzi guida di fatto due partiti. Anzi tre, se si considera anche la rete dei comitati “Adesso”, che fecero la volata alle primarie del 2013 e ora tengono i contatti sul territorio con tutte le diverse realtà del renzismo. Sono i veicoli territoriali per far diventare il Pd il “partito degli italiani” o “della nazione”, attraendo persone dalle estrazioni politiche più disparate. Del resto, il segretario sogna un partito che va da Migliore a Romano, nel senso di Gennaro e Andrea, uno proveniente da Sel, l’altro da Scelta Civica. I due sono già confluiti tra i democratici con tanto di ritiro della tessera, simbolo del cambiamento e della nuova deriva renzista. Un cerotto, del resto, non lo si rifiuta a nessuno. Nelle ultime settimane Renzi è riuscito a offrire ramoscelli d’ulivo persino al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, coinvolto nella difficile partita sulle nomine dei giudici costituzionali. Come lo aveva fatto diverso tempo fa con Maurizio Landini, leader dei metalmeccanici della Fiom. 

Il raduno di quest’anno a Firenze sarà tra i più seguiti. Certo ci sarà la manifestazione della Cgil in contemporanea, ma il fatto che anche Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd e dello stesso sindacato, partecipi a entrambi gli incontri sta significare che la stessa minoranza non ha voglia di abbandonare Largo del Nazareno. Il finale dell’ultima direzione lo ha sancito. «Al momento non si muove nessuno». D’altra parte, è lo stesso ragionamento di Renzi, dentro un partito che ambisce ad arrivare al 51% c’è posto per tutti. E un cantuccio da qualche parte lo si trova. Cerotti su cerotti insomma. E a ben guardare anche il confronto tra le nomine nelle aziende pubbliche e i sostenitori della Leopolda, quelli che hanno versato i soldi alla Fondazione Open, altro non è che un’ottima politica di gioco su più tavoli. Sinistra Ecologia e Libertà, dopo un articolo de La Stampa, ha deciso di presentare un’interrogazione parlamentare. 

Nella lista dei donatori alla kermesse renziana, infatti, figurano molti nomi che sono entrati nei consigli di amministrazioni delle aziende pubbliche italiane, da Eni a Finmeccanica. Scrive Sel che «non può che configurarsi un conflitto di interesse, come, ad esempio in quello dei 10 mila euro devoluti da Fabrizio Landi, nominato dal Governo nel cda di Finmeccanica; nell’elenco figura, inoltre, la donazione di 20 mila euro da parte della Simon Fiduciaria amministrata da Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, che ha avuto il sostegno di Renzi; analogamente, figurano Jacopo Mazzei, cda Aeroporto di Firenze e Fondazione Palazzo Strozzi, che ha donato 10mila euro, Alberto Bianchi, cda Enel, che ha donato 30.400 euro, Erasmo D’Angelis, coordinatore Unità di Missione #italiasicura contro dissesto idro c/o Presidenza del Consiglio che ha donato 6.400 euro, Antonio Campo dall’Orto, cda Poste, che ha donato 250 euro; la fondazione ha precisato che i 2 milioni raggiunti sono il frutto della raccolta dal 2012 al luglio 2014 e che «in base a un primo calcolo preventivo» il costo della Leopolda di quest’anno sarà di «circa 300 mila euro».

La mappa del nuovo potere renziano è rinnovata. Marco Carrai è sempre lì. Il Richelieu non si smuove, come tutti gli altri, da Francesco Bonifazi a Maria Elena Boschi, ma allo stesso tempo si aggiungono altri tasselli importanti come Francesca Chaoqui, nella comissione finanze del Vaticano. Ma c’è anche chi non ci sta. Come Ilda Curti, piddina di Torino vicina al sindaco Piero Fassino, che c’era quattro anni fa ma quest’anno ha deciso di non andare. Sul suo blog ha elencato i dieci motivi del no. L’ultimo è il più significativo. «Perché i migliori che erano alla Leopolda 2010» si legge «quelli competenti ed innovativi, quelli che portavano contenuti e complessità analitica oggi non sono protagonisti. Nel migliore dei casi sono consiglieri del principe, in altri sono semplicemente scomparsi e tornati a vita privata. È una sconfitta, per tutti». Tra i commenti c’è chi le chiede perché non esce dal Pd. Nessuna risposta. Si vede che il cerotto tiene.