Portineria MilanoDa No Tav a No Sgomberi: a Milano ci si barrica in casa

Da No Tav a No Sgomberi: a Milano ci si barrica in casa

Milano – Se la prendono con il sindaco Giuliano Pisapia, con il leader della Lega Nord Matteo Salvini. Si appellano persino a Barbara D’Urso, la conduttrice di Pomeriggio Cinque, per raccontare quello che sta accadendo nelle case popolari di Milano. Sale la tensione nel capoluogo lombardo. E la situazione è destinata a peggiorare nei prossimi giorni. È gente di ogni tipo quella a scendere in strada. La miscela è esplosiva. Non è un caso che comune, regione, di concerto con il ministero dell’Interno, cerchino di tenere i toni bassi per evitare nuove proteste. Ma non sta servendo a molto. Basta poco per accendere la miccia. Nelle strade, vicino alle case popolari dell’Aler – il carrozzone pubblico dove si è infiltrata pure la ‘Ndrangheta – ci sono case occupate abusivamente altre invece legali, ci sono donne immigrate, islamici e portoricani, italiane, marocchini, ci sono ragazzi giovani, madri con figlie, gente comune di chi vuole una casa e un lavoro nell’Italia di Matteo Renzi. Ma c’è anche un aspetto inquietante. Molte case sono in mano alla malavita organizzata, alla Camorra e alla ‘Ndrangheta che da anni spradroneggiano nei quartieri periferici di Milano.

C’è un po’ di tutto tra i milanesi che in questi giorni si sono riversati nei quartieri del Giambellino o del Corvetto.  Sono solo le prime zone a essere colpite dagli sgomberi nelle case popolari. Ce ne saranno altre interessate a breve, perché martedì 18 novembre in prefettura sarà approvato il piano di «200» sgomberi a settimana come promesso dal presidente di regione Lombardia Roberto Maroni. La task force di comune, regione, prefettura e procura di Milano è solo agli inizi. Ma ci si appresta a un lungo dicembre di sgomberi e lotte per i quartieri. È un intervento che la polizia potrebbe portare avanti fino all’Expo 2015, quando in città, dal primo maggio, si riverseranno 21 milioni di persone. A Corvetto hanno già indetto un presidio permanente per protestare contro le incursioni della polizia. Più in generale sembra nascere una nuova battaglia che coinvolge esponenti dei centri sociali, semplici cittadini e immigrati che ha come unico obiettivo di avere «una casa». E allora gli occupanti, anche legali, si attrezzano. L’ordine è impedire alla polizia di entrare. Ma la tensione continua a salire. 

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In sottofondo il rumore dei tamburi accompagna il ritornello che i manifestanti ripetono come un mantra “basta sgomberi, basta sgomberi”. Poco più di un centinaio rimangono dietro lo striscione che guida il corteo, altri sono sparsi qua e la sui marciapiedi, altri ancora cercano con insistenza gli obiettivi delle telecamere. È qui che vogliono raccontare cosa sta succedendo e perché la notte non riescono più a dormire. «Non fate entrare la polizia in casa» grida un giovane con il volto coperto: la polizia entrerebbe nelle case occupate e danneggerebbe i sanitari per dichiarare quelle case inagibili costringendo chi vi abita ad andare via. I centri sociali Corbaccio e Rosa Nera sono stati sgomberati. Alcuni resistono sui tetti. La politica inizia a occuparsi della vicenda. E spunta persino Riccardo De Corato, l’ex vicesindaco, che ora, a detta di alcuni attivisti, pare quasi un agnellino rispetto a Pisapia: «Se i centri sociali non verranno immediatamente chiusi, a ogni sgombero ci sarà «un Vietnam». Finalmente sono iniziati i lavori per liberare le case polari dagli abusivi, ma i centri sociali faranno guerriglia ogni giorno e non permetteranno nessuno sgombero».

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La battaglia per la casa è il nuovo cavallo di battaglia. I Servizi Segreti lo scrivevano nella relazione al parlamento nel febbraio 2013. «Particolare rilievo mobilitativo ha assunto la questione abitativa, ritenuta strategica e trainante per lo sviluppo del conflitto sociale. La lotta per la casa, in progressiva intensificazione nel corso dell’anno, si è estesa a tutto il contesto nazionale, con occupazioni di edifici in disuso sia come alloggi per famiglie in difficoltà, immigrati, studenti, sia quali possibili sedi di attivismo politico e/o luoghi di aggregazione sociale».

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