Don Winslow: «Libri e serie tv hanno lo stesso valore»

Don Winslow: «Libri e serie tv hanno lo stesso valore»

L’appuntamento con Don Winslow è una mattina soleggiata, a Milano, al Grand Hotel et de Milan, un posto di quelli veramente di lusso, di quelli i cui corridoi e le cui sale un tempo hanno visto passare Giuseppe Verdi, Maria Callas, Vittorio De Sica, le cui stanze — il cui lusso posso solo immaginare — hanno ospitato recentemente l’incontro tra Putin e Poroshenko, aka la Storia.

Quando mi avvicino al tavolo del ristorante interno, Don Winslow si alza, gentile, mi porge la mano. Ha una stretta sicura e, non appena ci sediamo, dimostra subito il riflesso dell’ex investigatore e la prima domanda me la fa lui.

«Che cosa hai fatto ieri sera?», dice notando un timbro un po’ slavato che ho sul dorso della mano destra.

«Sono stato a un concerto è stata una bella serata, poi magari dopo l’intervista te la racconto».

Come hai iniziato ad appassionarti alla crime fiction, che da noi si chiama letteratura gialla?
Ho iniziato a leggere gialli grazie a uno scrittore che si chiama John D. Macdonald, che scrisse la famosa serie di romanzi del detective Travis McGee, una serie di 26 libri, quelli che avevano in ogni titolo un colore The Deep Blue Good-by, Nightmare in Pink, A Purple Place for Dying e così via.

Perché proprio lui, come ci sei arrivato a Macdonald?
Ero un investigatore privato e una notte buia e tempestosa — no, non è l’inizio di un romanzo, c’era veramente una tempesta terribile — ero in aereo, un piccolo aereo sgarruppato che sobbalzava paurosamente colpito dalle raffiche di vento. Il tizio di fianco a me stava leggendo un libro. Io sbirciavo, ero spazientito perché non avevo nulla da leggere ed ero stanco, preso male. Chiesi al tizio cosa stava leggendo e lui mi disse: «un libro di Travis McGee».

«TravisMcChi?», gli chiedo. Non lo conosco

«Travis McGee, tieni, guarda», e me lo fa sfogliare.

Iniziai così, con un Travis McGee in aereo. Ma non mi fermai lì: poi lessi tutti i grandi maestri — Raymond Chandler, Elmore Leonard, James Ellroy, la lista è molto lunga potrei andare avanti almeno dieci minuti. Li leggevo e pensavo: «È questo che voglio scrivere!»

Perché secondo te hanno così tanto successo nel pubblico?
È semplice, perché gli argomenti di cui trattano sono interessanti: affari misteriosi, suspense, omicidi, rapimenti, segreti. Per questo generi come il thriller, il whodunit, il noir e tutti gli altri hanno molto successo: perché alla gente piace un sacco sapere i segreti degli altri, amano vedere le cose da dentro, leggere le storie che li appassionano, quelle legate alla vita vera, storie come quelle che scrivo che penso essere più vicine alla realtà, che li conducono dentro mondi in cui non riuscirebbero a entrare da soli. Che cos’è il cartello della droga, indagini su persone scomparse, cosa fanno veramente i membri delle gang in America: cose come queste attraggono molto il pubblico.

Negli ultimi anni lo storytelling sta contando molto anche nel giornalismo, che tra l’altro sta dando sempre molto spazio a storie di cronaca nera. Ci vedi un rapporto con il successo dei gialli?
Di sicuro! Ormai viviamo in un mondo mediatico, un One Media World oserei dire, dove tutto si tiene, tutto è legato con tutto e tutto influenza tutto: la narrativa influenza il giornalismo, il giornalismo influenza la narrativa, ma anche internet, il punto di vista in soggettiva dei blogger, tutto ciò ha un enorme impatto sul mondo e sul modo di raccontarlo. Quando ho scritto il mio primo libro sul cartello della droga, si cercava di nascondere quella violenza, mentre ora viene addirittura esibita. Puoi seguire queste storia in real time su internet, come per esempio l’ultima, quella del rapimento degli studenti messicani che è una notizia certamente tragica, terrificante, ma non certo unica. Ci sono stati tanti massacri e omicidi di massa negli ultimi dieci anni, si parla di migliaia di morti e la cosa più terribile è che questa storia degli studenti non è nuova. Potrei dirti altri cinque esempi del genere. Quindi penso di sì, penso che tutto influenzi tutto.

E le serie televisive? Che influenza hanno sulla letteratura?
Di nuovo, credo che tutto influenzi tutto. Penso che True Detective, per fare un esempio, sia un film in dieci capitoli e che sia molto più romanzesco di moltissimi altri film, e questo semplicemente perché ha a disposizione dieci ore per esplorare i due protagonisti. E credo che proprio questo sia il punto: perché la trama di True Detective è abbastanza oscura, ma non è quella la cosa importante. L’importante sono i due protagonisti e l’ambientazione, che tende ad essere più romanzesca che cinematografica, e che non è certamente giornalistica.

In ogni caso, lo ripeto, io credo che siamo in un grande mondo mediatico dove tutte le narrazioni sono legate tra loro. Credo che sia da Hunter Thompson, a partire dai suoi reportage su Rolling Stone, che il giornalismo si è avvicinato alla narrativa. E che male c’è? Anche i miei libri si sono avvicinati al giornalismo. Tutto si tiene. È narrativa e si sta diffondendo anche in altri campi che non la finzione.

Mi fai un esempio?
Pensa ai cartelli, quei dannati cartelli della droga, cazzo, stanno producendo un sacco di filmati. Per esempio, ci sono dei cortometraggi che mettono in rete, dei veri e propri film in tre atti: mettono in fila le loro vittime e sai qual è la prima cosa che gli fanno fare? Li fanno confessare, gli fanno raccontare delle storie. E poi, al terzo atto,  li ammazzano. In diretta, davanti alla telecamera. Secondo te dove l’hanno imparato?

Silenzio. Don Winslow è un po’ scosso e mi guarda, mi immagino quel che sta pensando:

«Hanno imparato da noi…»

Cambiamo argomento: qui in Italia ancora in tanti pensano che ci sia una distinzione netta tra letteratura di genere e letteratura alta. Cosa ne pensi?
Sai una cosa? Non me ne frega niente. Sul serio. Chi distingue tra letteratura di genere e… scusa mi vien da ridere… letteratura alta guarda il mondo dall’alto in basso, e a me, ti confesso, fa anche piacere. È gente che mi chiede se penso di vivere in un ghetto letterario, e io rispondo che sì, e mi piace un sacco come quartiere.

Chiariamo, io penso che non ci sia differenza, che la letteratura sia la letteratura e che l’unica distinzione sia tra letteratura scadente e letteratura di qualità, di qualunque genere di intrecci si parli.
Meno male. Tra l’altro, se proprio vogliamo andare a vedere, tra i migliori scrittori in questo momento in circolazione molti sono scrittori considerati “di genere”. E se alcuni critici non sono d’accordo, be’ va bene così, che vivano nei loro quartieri con gli occhi chiusi, che si parlino tra loro. In fondo il loro atteggiamento può far bene anche agli scrittori di crime fiction, che così fanno gruppo.

Veniamo interrotti un attimo dal cameriere che porta un vassoio con il caffè.

«Vuoi dello zucchero?», gli chiede la traduttrice che ogni tanto accorre a salvare il mio inglese un po’ incerto.

«Oddio, per un attimo la stavo prendendo sul serio e stavo pensando se effettivamente ci non ci sia dello zucchero nella crime fiction»

«Ah ah ah, però colgo al volo: non c’è troppa amarezza nella crime fiction?»

«Hai davanti un caffé senza zucchero. Hai sbagliato domanda».

A parte gli scherzi, quando definiamo in maniera troppo stretta i generi facciamo un errore. E ora ti racconto una storia che lo dimostra. Ero a Milano, qualche anno fa. Dovevo fare una lezione insieme a Joyce Carol Oates. Arrivai da Londra in aereo, ero stanchissimo. Avevo appena letto un articolo sulla prima pagina della New York Times Book Review su un mio libro, Savages: erano entusiasti. Per la mia carriera fu una salvezza. Se anche Savages fosse stato il più bel libro del mondo, ma non ne avesse parlato il New York Times non avrebbe funzionato. In ogni caso, ero appena arrivato a Milano, ero un po’ in ritardo, la macchina che mi portava dall’aeroporto aveva appena parcheggiato nel parcheggio dell’hotel e io ero sceso. Avevo un appuntamento non so più con chi, quando due tizi mi presero e mi dissero: «deve venire con noi, subito!» Mi presero e mi misero su un furgoncino. Mi sedetti davanti a una vecchia signora molto distinta. Joyce. Carol. Oates. Wow! Joyce Carol Oates!

E poi? Che successe?
Mi ricordo che pensai: «Cazzo! Ma come avete potuto mettere Joyce Carol Oates nei sedili posteriori di un furgoncino ad aspettare me???» Ero imbarazzato e intimidito. Cazzo, era Joyce Carol Oates! Poi mi ripresi e la salutai: «Buongiorno, mi chiamo Don Winslow». Lei guardò il New York Times che avevo in mano e mi disse: «Ma certo, lei è quello che ha appena strappato una meravigliosa recensione al New York Times». Rimasi di sasso, poi cominciammo a parlare. Fu veramente un bell’incontro e diventammo amici, parlammo di un sacco di cose e… cavolo, ho dimenticato la domanda…

La distinzione tra letteratura alta e letteratura di genere…
Ah sì, sì, ci sono! Be’, la lezione che tenni davanti a quel pubblico decisamente letterario fu un successo. Spiegai come il Padrino non sia altro che una variazione dell’Enrico IV di Shakespeare. Perché se ci pensi sono la stessa storia, soltanto con i valori morali invertiti. Prendi l’Enrico IV. C’è un re. Sta affrontando una ribellione. Ha un figlio che ha lasciato la famiglia e che cerca nuovi amici. Ora, pensa al Padrino. C’è un re. Sta affrontando una ribellione. Il figlio è appena tornato dal servizio militare e poi decide di abbandonare la propria vita per aiutare il padre a sedare la ribellione. Questo è il Padrino. Questo è l’Enrico IV. Ora, ammettiamo pure che Diane Keaton non sia all’altezza di Falstaff, ma occupa il suo ruolo. E sai cosa significa questo? Che io a questo punto posso reclamare come scrittore “di genere” Shakespeare, ma anche Cervantes, Dickens e centinaia di altri grandissimi scrittori. Sono a tutti gli effetti scrittori di genere. Quindi, sul serio, io non so di cosa diavolo parlino quando distinguono alta letteratura e letteratura di genere. Poi non voglio dire che la qualità della scrittura sia sempre la stessa. Ma quello di cui sono convinto è che nella crime fiction ci sia una qualità molto alta in questo momento.

Chiaro, è letteratura. Pensa che io non ho mai capito come sia possibile che Stephen King non sia mai citato nella lista dei Nobel…
Eh eh eh, esatto… Ma fammi continuare su Shakespeare e Cervantes, che tra l’altro morirono lo stesso giorno. Io credo che siano stati tra i primi a raccontare con alta qualità letteraria il popolo, le classi subalterne. Prima si parlava solo di re, regine, principesse e tutto il resto. Poi si è iniziato a parlare di ladri, di cavalli, di osterie, di bordelli. È una delle prime volte che appaiono nella letteratura, è il materiale che verrà usato anche nel noir, qualche secolo dopo.

Ci sono tuoi colleghi scrittori che temono la concorrenza delle serie televisive. Tu cosa ne pensi?
Guarda, a me fa un po’ ridere questa paura. Come se nessuno si ricordasse che già quelli della mia generazione sono cresciuti guardando film. Ci sono da un sacco di tempo queste cose, non è certo il caso di preoccuparsi. E poi, io sono solo contento se le serie tv hanno successo, perché alcune sono ottimi prodotti narrativi e contribuiscono al successo delle narrazioni, poliziesche o di qualunque altro genere, che sia stampata su carta, che sia in televisione, che sia al cinema, non importa. È una cosa buona per tutti, perché — di nuovo — tutto si tiene!

Ma allora perché i due mondi si sentono spesso in competizione?
Io credo che spesso facciamo uno sbaglio, quello di vedere ovunque competizione. Se uno spettatore vede in televisione True Detective e gli piace, poi cercherà qualcosa di simile e magari si comprerà un libro. Nello stesso modo, un lettore di crime fiction, che scorrendo i suoi 85 canali sul televisore capita su True Detective, magari si ferma e si dice: «Proviamo a vedere questo» e poi si vede anche The Wire e continua. No, guarda a me piace un sacco questa cosa. È una grande vittoria della narrativa. Pensa agli uomini delle caverne, che uscivano al mattino per andare a cacciare e poi tornavano dalla tribù e mettevano la carne sul fuoco, disegnavano sulle pareti, raccontavano una storia. E tutti quelli che erano attorno al fuoco si sedevano e ascoltavano la storia di come i cacciatori avevano ucciso il mammuth. Sono storie, lo sono sempre state, che vengano da un televisore o da un vecchio seduto davanti al fuoco, che siano seriali o autoconclusive, che le inventi William Shakespeare o Stephen King. Qualcuno disegnava sulle pareti, qualcuno scrive romanzi, noi due ci raccontiamo le nostre vite. Sono storie, e le persone le amano. E non cambierà mai.

Ringrazio e spengo il registratore. Winslow intanto mi sta autografando il libro e, quando alza gli occhi dalla prima pagina, rivede il timbro mezzo cancellato che ho sulla mano.

«Ma quindi? Che diavolo hai combinato ieri sera?», mi chiede.

Sorrido imbarazzato mentre cerco di raccontargli che sono andato a vedere un concerto pazzesco, di un gruppo di Tuareg del Niger organizzato da un amico. Il mio inglese non è il massimo però e mentre mi incasino tra un «amazing», due «wonderful» e un «something like a rock band, but tuareg» noto dalla sua espressione del volto che non sta capendo un accidente. Allora prendo l’iPhone e gli mostro un filmato di pochi secondi che ho fatto la sera prima.

«Ahhh, wow!», fa lui, avendo finalmente capito di che diavolo stavo parlando.

Una storia è una storia — penso andandomene — come un concerto è un concerto. Il romanzo che Winslow mi ha appena autografato, l’Enrico IV di Shakespeare, il Don Chisciotte di Cervantes, un dialogo di True Detective, il mio video del concerto di Mdou Moctar e il mammut disegnato con polvere d’ossa sulla pietra fredda di una caverna nel sud della Francia nella notte dei tempi, sono lontani solo nel tempo e nello spazio, ma in fondo, sono declinazioni dello stesso gesto, il più umano di tutti: raccontare.