Eterologa, regione che vai tariffa che trovi

Eterologa, regione che vai tariffa che trovi

Una sentenza non fa primavera, tanto più l’eterologa. Da quando la Consulta ad aprile 2014 ha definito «incostituzionale» il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40 del 2004, nella pratica è cambiato poco o nulla. Perché dopo dieci anni di divieti e proibizioni, far ripartire la macchina pubblica della procreazione medicalmente assistita, con gameti donati da una persona esterna alla coppia, è molto difficile. Tanto più se la regolamentazione deve passare dalle Regioni, e ognuna – si sa – ha tempi e modalità diverse.

Il risultato è che, a sette mesi dalla sentenza, l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita eterologa è ancora il Far West, tra tariffe e rimborsi non stabiliti, amministrazioni che vagano ancora nel nulla, procedure non chiare e donatori che mancano perché non si sa come e se rimborsarli. Intanto, la lista delle coppie che chiedono di poter accedere alla eterologa nei centri pubblici si allunga. Dopo solo un mese dalla sentenza, erano già 5mila. L’alternativa, restano le cliniche private, dove è possibile sottoporsi alla eterologa sin da quando la sentenza della Consulta è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale. Ma per un trattamento i prezzi possono superare i 5mila euro, e per una diagnosi preimpianto si possono spendere anche 9mila euro.  

Partiamo dal principio. Il 4 settembre 2014, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha approvato le linee guida da seguire a livello nazionale con indicazioni cliniche e indirizzi operativi uguali per tutti. Ciascuna Regione, poi, avrebbe dovuto deliberare per recepire le norme. Nel documento, la procreazione medicalmente assistita viene inserita nei cosiddetti Lea, livelli essenziali di assistenza, cioè i servizi e le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale eroga a tutti i cittadini gratuitamente o con il pagamento di un ticket, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza. Il servizio dovrebbe essere gratuito solo per le donne riceventi in età potenzialmente fertile: il limite stabilito è di 43 anni (come già accadeva per l’eterologa in Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Bolzano e Basilicata). Limite contro il quale si sono scagliate diverse associazioni e anche la ministra della Salute Beatrice Lorenzin, che ha «rimesso la questione all’iniziativa parlamentare». In effetti, per le coppie che in questi dieci anni di “legge burqa” sono andate all’estero per l’eterologa nel 70% dei casi le donne avevano più di 43 anni.

Il ticket stabilito dalla Conferenza delle Regioni varia dai 400 ai 600 euro. Fa eccezione la Laombardia, che ha deciso di far pagare interamente il costo dell’eterologa

Solo la Regione Lombardia ha deciso di far pagare interamente il costo della fecondazione eterologa «sia a chi effettua l’eterologa nella regione sia ai cittadini lombardi che vanno in altre regioni», almeno fino a quando le prestazioni non verranno inserite nel decreto del presidente del consiglio dei ministri che individua i Lea (che, come previsto nel Patto per la Salute 2014-2016, dovrà essere rivisto entro la fine dell’anno). Le tariffe indicative stabilite lo scorso 7 novembre vanno dai 1.500 ai 4mila euro, ma potranno essere ritoccate dai centri sia al ribasso sia al rialzo, perché sono solo indicative. 

A fine settembre la Conferenza delle Regioni ha approvato anche una tariffa unica, stabilendo che il costo per dell’eterologa varierà dai 400 e i 600, in base al ticket stabilito dalle varie Regioni per le prestazioni necessarie a effettuare la fecondazione, dagli esami del sangue alle ecografie. Chi deciderà di rivolgersi a un centro di procreazione assistita fuori della propria regione, cosa molto comune anche con l’omologa, pagherà il ticket che gli sarebbe stato chiesto restando a casa propria. La differenza ce la metterà la sua regione di appartenenza in base a un tariffario fissato dai responsabili sanità delle regioni, e che varia da 3.500 euro per la più semplice pratica intrauterina, 4mila per la fecondazione in vitro con donatore maschio e di 4.500 euro per le più complesse pratiche di fecondazione, sempre in vitro, ma con donatrice donna.

Ad oggi, però, la fecondazione eterologa in Italia, almeno nel pubblico, resta solo nelle carte della sentenza della Corte costituzionale e in quella delle linee guida delle Regioni. Se le problematiche di ordine giuridico sono risolte, quelle di ordine pratico non lo sono affatto. Ancora non tutte le regioni hanno deliberato per accogliere le linee guida della Conferenza dei presidenti delle Regioni. E anche tra quelle che hanno deliberato, in poche hanno stabilito quale sia il ticket da pagare per accedere alla eterologa. Centri privati a parte, gli unici impianti da parte di una struttura pubblica finora sono stati i due effettuati all’ospedale Careggi di Firenze. La Toscana sta facendo da apripista, avendo stabilito le sue linee guida già prima del documento condiviso delle Regioni nonostante il veto del ministro Beatrice Lorenzin, e poi recepito con una delibera l’accordo interregionale con un ticket fissato a 500 euro anche per chi arriva da fuori regione. Il resto sarà coperto dal sistema sanitario nazionale. 

Toscana a parte, le Giunte regionali che hanno approvato la delibera per accogliere le linee guida comuni sono Lazio, Puglia, Abruzzo, Umbria, Marche, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ma anche qui non tutto fila liscio. Tariffe certe ancora non ce ne sono. 

Al momento solo 12 regioni hanno approvato le linee guida comuni, ma nessuna – tranne la Toscana  – ha individuato un ticket fisso.

Dalla Liguria, dove ci sono due centri accreditati per effettuare l’eterologa, il responsabile del settore Mauro Costa spiega che «la Regione ha deliberato le linee guida. La parte medica è pronta, quella amministrativa no». E il ticket? «Ancora non è stato stabilito». Stessa cosa accade in Abruzzo e Umbria, che ha approvato la delibera per la pratica gratuita della fecondazione eterologa, ma – spiegano dal palazzo della Regione – «sul ticket di accesso al servizio non ha ancora assunto alcuna decisione, ed è in corso l’istruttoria». All’elenco delle Regioni che non hanno ancora fissato il costo del ticket si aggiunge la Puglia, che ha recepito l’accordo interregionale a inizio ottobre. Quello che si sa, sulla base degli annunci pubblici del governatore Nichi Vendola, è che la Regione cercherà di applicare il prezzo più basso previsto dalle linee guida, cioè 400 euro. Non ci sono cifre certe neanche nella Regione Marche, che ha detto sì alla eterologa anche per le donne sopra il limite dei 43 anni, ma a pagamento, con un prezzo ancora tutto da stabilire. Situazione simile anche in Emilia Romagna (dove esistono 21 centri autorizzati, 10 pubblici e 11 privati), che ha approvato le linee guida il 5 settembre, cioè 24 ore dopo l’accordo tra le regioni, stabilendo però che controlli e impianto sono totalmente a carico del Servizio sanitario nazionale con il limite massimo di 43 anni per le donne riceventi e un numero massimo di tre cicli da effettuare nelle strutture pubbliche. Pure il Lazio seguirà lo stesso limite dei 43 anni: l’idea di Zingaretti è di avvicinare il più possibile le sue linee guida alla Toscana con il tetto massimo dei 500 euro, anche se ancora una cifra non è stata stabilita.

In Piemonte, un comitato scientifico è al lavoro per stabilire un ticket unico. Che, a quanto pare sarà annunciato entro gennaio. «Per quanto riguarda le tariffe, la Regione Piemonte è in attesa dell’eventuale inserimento nei Lea, da parte del ministero della Salute, e al momento non ha adottato alcun provvedimento in merito, ma è pronta a farlo qualora non vi fossero indicazioni a livello ministeriale», fanno sapere dagli uffici di Sergio Chiamparino. L’idea quindi è aspettare fine anno. Anche in Veneto è stato dato il via libera, ma le tariffe sono ancora da stabilire. Il governatore Luca Zaia a inizio settembre aveva parlato di un ticket di 200-300, più basso delle linee guida interregionali. Il Friuli, invece, è l’unica regione che ha spostato il limite d’età per rientrare nei servizi gratuiti dai 43 ai 50 anni, ma senza ancora stabilire un ticket unico, che però in base ai primi annunci dovrebbe essere di 500 euro.

Ma ci sono regioni che ancora non hanno neanche approvato le linee guida. In Sicilia, è tutto da fare, dall’accreditamento dei centri al costo, nonostante la regione, insieme al Lazio, abbia il maggior numero di centri privati (80%). L’assessore regionale alla Sanità Lucia Borsellino ha annunciato che «entro Natale sarà possibile fare in Sicilia la fecondazione eterologa» e sui costi ha assicurato che il valore tariffario sarà equiparato a quello dell’omologa: «Oggi il costo dell’omologa è di circa tremila euro e noi garantiamo un rimborso di circa 1.700 euro. Il resto sarà a carico della coppia». Anche in Sardegna dell’approvazione delle linee guida è rimasto finora solo un annuncio di fine settembre, in cui si diceva che la Regione intendeva puntare «a garantire il ticket più basso all’interno della forbice fissata oggi dalle Regioni che va dai 400 ai 600 euro». Solo annunci, finora, anche da parte del presidente della Basilicata Marcello Pittella, che a settembre dichiarava che la sua regione si sarebbe presto adeguata alle linee guida interregionali. Profonda nebbia in Valle D’Aosta, dove l’assessore regionale alla Sanità ad agosto dichiarava: «La Valle non può legiferare su una questione così complessa». Ad oggi in effetti la Regione autonoma non ha ancora deliberato le modalità che regolamenteranno la fecondazione eterologa nelle strutture pubbliche. Ma, spiegano dalla segreteria dell’assessore, «siamo giunti alla conclusione che vi saranno le condizioni per avviare in Valle D’Aosta un nuovo servizio di Procreazione medicalmente assistita, previa compartecipazione con l’azienda Usl, a partire dal mese di gennaio 2015».

In alto mare anche le Province autonome di Trento e Bolzano, dove i centri pubblici autorizzati sono cinque, ma anche il Molise, dove invece non esiste alcun centro, né pubblico né privato, ma c’è però una Commissione regionale per la procreazione medicalmente assistita. Poi ci sono le situazioni particolari. Come quella della Campania, che pure ha organizzato un incontro con i rappresentanti dell’associazione Luca Coscioni per avere suggerimenti sulla regolamentazione dei servizi. «La fecondazione eterologa è prestazione sanitaria non compresa nei livelli essenziali di assistenza (Lea)», spiegano da Napoli, «per cui alla Campania, che è regione commissariata per la sanità, è fatto divieto assoluto di intervenire su materie che non sono inserite nei Lea». Situazione simile anche in Calabria: qui, ad avere la delega sulla sanità, era l’ex governatore Giuseppe Scopelliti, poi sospeso dopo la condanna a sei anni per abuso d’ufficio e falso e sostituito dal commissario Luciano Pezzi. In attesa delle elezioni del 23 novembre, l’eterologa è passata in secondo piano. 

Ma anche se tutte le regioni avessero legiferato e stabilito i ticket da pagare per accedere il servizio, nei nostri centri pubblici mancherebbe comunque la materia prima per effettuare la fecondazione eterologa: i gameti, spermatozoi e ovociti, dei donatori. La legge 40 vietava le donazioni, per cui le banche dei centri sono vuote. E ancora non è stato stabilito come gestire la donazione, sopratutto quella femminile, che è più invasiva e più difficile di quella maschile.

Dalle Regioni che hanno approvato le linee guida, il coro è unanime: mancano i donatori. Per quanto riguarda le modalità di arruolamento dei donatori, esistono delle specifiche linee guida europee da seguire. A parte questo, ci sono diversi quesiti da risolvere. Tipo: cosa diamo in cambio a chi dona? Un rimborso spese come accade in tutta Europa? E ci sarà un giorno libero dal lavoro come per le donazioni di sangue? Su questo ancora non ci sono risposte unanimi. In base alle linee guida interregionali, per i donatori non è prevista alcuna retribuzione economica, ma «forme di incentivazione». «La donazione di cellule riproduttive è atto volontario, altruista, gratuito», si legge, «ma non si escludono forme di incentivazione alla donazione in analogia con quanto previsto per donazione di altre cellule, organi o tessuti, purché non siano di tipo economico». Cosa significa ancora non si è capito. La questione si fa più complicata per le donazioni di ovociti femminili, che richiedono la stimolazione ovarica con almeno 9 diversi trattamenti presso i centri specialistici. In questo caso, verrà dato un rimborso maggiore? E chi pagherà i farmaci per la stimolazione ovarica? Il Sistema sanitario nazionale o la clinica?

Manca la regolamentazione delle donazioni di seme. Cosa diamo in cambio a chi dona? E ci sarà un giorno libero dal lavoro come per le donazioni di sangue?

L’unica alternativa alla donazione volontaria potrebbe essere l’acquisto dalle banche internazionali. Qui il problema è non solo economico – «quale sistema sanitario si può permettere di pagare 3mila euro per sei ovociti?», si chiedono i medici – ma anche giuridico, perché la commercializzazione dei gameti non è prevista in Italia. Per il momento, in assenza di donatori, per i due impianti già effettuati l’ospedale Careggi si è rivolto alle banche del seme estere. Ma non potrà essere così a lungo, anche perché l’importazione di ovociti è di sicuro più costosa di quella di liquido seminale maschile e perché l’importazione non è ancora del tutto regolamentata. Anche se l’acquisto, spiegano i tecnici, «potrebbe essere presentato come acquisto di un servizio e non di gameti veri e propri». A metà ottobre la direttrice dell’ospedale Careggi, Maria Teresa Mechi, ha annunciato che «comincerà a Careggi anche l’attività di donazione di gameti maschili e femminili per la fecondazione eterologa», ma «non è previsto il rimborso», e in «parallelo rimane il ricorso alle banche del seme per poter assicurare sempre una risposta adeguata alla domanda». 

Tutto, insomma, è ancora avvolto dalla nebbia. C’è chi fa per conto suo sfidando le leggi e chi rimane molto indietro, come già accadeva con l’omologa, favorando ancora costosi viaggi da una regione all’altra nella speranza di diventare genitori. Il divieto della legge 40, è scritto nelle motivazioni alla sentenza della Corte costituzionale del 9 aprile, aveva creato «un ingiustificato, diverso trattamento delle coppie affette dalla più grave patologia, in base alla capacità economica». Nel caos generale, ad oggi, il diverso trattamento sembra ancora valido: per chi oggi vuole accedere a un trattamento con gameti esterni in poco tempo, le uniche opzioni sono le costose cliniche estere o quelle private nazionali. Mentre in rete spopola la donazione fai da te

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