Franco Bassanini, un outsider nella corsa al Quirinale

Franco Bassanini, un outsider nella corsa al Quirinale

Dallo smaltimento dei debiti della Pubblica Amministrazione al Tfr in busta paga, dalle liberalizzazioni agli investimenti per il rilancio del sistema industriale. C’è un soggetto, che più di altri, viene costantemente tirato in ballo nel cammino del governo Renzi. È la Cassa Depositi e Prestiti guidata da Franco Bassanini. La cassaforte dorata del Belpaese a cui tutti si rivolgono. Si muove come S.p.A. a controllo pubblico, detenuta all’80,1% da via XX Settembre e al 18,4% dalle fondazioni bancarie, ma non è un ministero nè una banca. Più grande di molti fondi sovrani, ha una potenza di fuoco che la circonda di appetiti e speranze. Lo stesso Bassanini, in audizione alla Camera, l’ha definita «un animale abbastanza strano». Un minotauro dalla testa pubblica che usa soldi privati. 

La Cdp gestisce il risparmio postale, quello fatto di buoni fruttiferi e libretti. Il cosiddetto “popolo delle vecchiette” vale qualcosa come 242 miliardi di euro (il 14% del risparmio nazionale che interessa 24 milioni di risparmiatori). La Cassa ha un attivo patrimoniale di 314 miliardi di euro, porta in pancia partecipazioni di Eni, Terna e Snam, Fincantieri e di altre 300 aziende. Dalla fibra ottica agli aeroporti, dal petrolio agli alberghi. Un ruolo strategico per lo sviluppo economico dello Stivale. Come annota Roberto Mania su La Repubblica, Cdp «fa politica industriale direttamente sul terreno di gioco». Eroga mutui agli enti locali, finanzia le piccole e medie imprese con un fondo da 18 miliardi di euro, mette soldi nel social housing, sovvenziona la realizzazione di infrastrutture, favorisce l’attrazione di investimenti esteri in Italia. 

A guidare l’ente di via Goito, poco meno di 600 dipendenti, c’è un vecchio guardiano delle istituzioni. Classe 1940, marito della vicepresidente del Senato Linda Lanzillotta, il curriculum di Franco Bassanini è narrazione altisonante. Giurista prima che politico, studioso prima che burocrate. Ordinario di diritto Costituzionale, ha insegnato in cinque università e firmato diciotto libri. In trent’anni di permanenza in Parlamento (dal 1979 al 2008) ha conosciuto le mille vite della sinistra: Psi, Pci, Pds, Pd. È stato ministro della Funzione Pubblica in tre governi, ma soprattutto autore delle due più importanti riforme della pubblica amministrazione. Milanese, all’ombra della Madonnina è stato eletto per due volte consigliere comunale, ha presieduto la Commissione per la redazione dello Statuto di Palazzo Marino animando la corrente riformista dei socialisti. Uomo di potere e autorevole punto di riferimento dalle relazioni trasversali, ha lavorato anche in Francia dove nel 2002 Chirac lo insigniva della Legion d’Onore. 

Nello stesso anno, racconta ad Aldo Cazzullo, «la mia segretaria ricevette una telefonata da Parigi: “Mon nom est Nicolas Sarkozy, forse in Italia non sapete che da quindici giorni faccio il ministro dell’Interno”. Mi invitava a una riunione dei prefetti francesi per spiegare la riforma della pubblica amministrazione italiana». E nel 2007 proprio Sarkozy lo ha voluto nella Commissione Attali, quella delle riforme per ammodernare lo Stato. In Italia il professore ha fondato Astrid, pensatoio che raccoglie 300 tra esperti, politici e accademici, trenta dei quali hanno fatto parte dei governi degli ultimi quindici anni. Cura un sito personale sempre aggiornato, con tanto di curriculum vitae tradotto in cinese e russo. Mastica diritto da sempre, costituzionale e amministrativo, europeo e politica economica, ha lavorato su una bozza di riforma elettorale. Ma è stato lambito anche dalla vicenda Montepaschi, come ricordava Marco Alfieri su queste pagine. «Amato e Bassanini sono i convitati di pietra nello scandalo Mps. Socialisti, brillanti professori, insieme all’ex rettore dell’università, Luigi Berlinguer, nel 2001 spingono Mussari alla presidenza della Fondazione. Dell’acquisizione Antonveneta Bassanini disse: “È la migliore operazione che potessero fare”».

Presidente della Cdp dal 2008, a febbraio era stata sondata la sua disponibilità per la poltrona di ministro dell’Economia. Bassanini all’Ansa commentava così: «Ho risposto che il progetto, giustamente, ambizioso di Matteo Renzi richiede un ministro più competente di me. E magari anche più giovane. Sono convinto di poter lavorare meglio per il Paese, e anche per il governo Renzi, cercando di far bene quello che sto facendo: come presidente della Cdp e come presidente della Fondazione Astrid». Nessuna rottamazione, dunque. Il premier ha puntato forte sulla Cassa come volano per la crescita economica del Paese, partendo dagli investimenti. C’è un problema? Ecco la Cdp. Non a caso si vocifera che da alcuni mesi Bassanini e Renzi abbiano intessuto un rapporto sempre più saldo tra telefonate, consulti, cene e visite a Palazzo Chigi. 

Un ping pong di collaborazioni e interventi. La Cassa era stata allertata già nelle prime settimane di vita del governo per il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione. A luglio il cda di via Goito ha dato il via libera a un plafond di dieci miliardi di euro per l’operazione di cessione dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della Pa. Appena pochi giorni prima, il Ministero dell’Economia emanava un decreto per ampliare l’operatività del Fondo Strategico Italiano (holding di partecipazioni controllata da Cdp) ai settori turistico-alberghiero, agroalimentare, distribuzione e della gestione dei beni culturali e artistici. 

È ancora luglio quando Matteo Renzi presenzia alla firma dell’accordo tra Cdp e i cinesi di State Grid International per la cessione del 35% di Cdp Reti. «Il valore della cessione – si legge nel comunicato di Palazzo Chigi – ammonta a circa 2,1 miliardi di euro e verrà destinato al sostegno dell’economia nazionale, si tratta dell’investimento più importante realizzato da un’azienda cinese in Italia». E a ottobre c’è spazio per la sottoscrizione di nuove intese con Pechino. Bassanini partecipa al gruppo di lavoro presieduto da Graziano Delrio per la definizione del pacchetto di investimenti italiani da proporre a Bruxelles. E un’altra mano tesa arriva nell’intervista al Corriere della Sera del 17 novembre, alla luce dei danni causati dal dissesto idrogeologico. Se da una parte Bassanini chiede riforme «per attirare investimenti privati» e l’applicazione «delle clausole di flessibilità previste nei trattati», allo stesso tempo assicura: «La Cdp avrà un ruolo centrale, se si ottengono fondi europei (per interventi sul territorio n.d.r.), la Cassa potrebbe anticipare i finanziamenti con la garanzia dello Stato, in modo da far partire subito i cantieri».

Intanto la Cassa rilancia la sua immagine. A novembre parte la prima campagna pubblicitaria su giornali, tv e web per «raccontare al grande pubblico il ruolo ricoperto nel processo di crescita dell’Italia e le risorse che Cassa ha dedicato al futuro del Paese». In un colloquio con Claudio Cerasa del Foglio il presidente Cdp spiegava: «Possiamo riprodurre da un certo punto di vista il vecchio modello Iri. Ricorda quando un tempo le autostrade venivano costruite grazie all’Iri che raccoglieva denaro sul mercato con obbligazioni garantite dallo Stato? Oggi in diverse partite si potrebbe ripetere lo schema. La Cdp, quando sarà, vedrete che non si tirerà indietro». Dalle parole ai fatti, la Cdp è diventata una pedina fondamentale per il cammino dell’esecutivo. Non solo una risorsa, secondo qualcuno un vero e proprio «garante». Se da una parte c’è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dall’altra ecco la Cassa di Bassanini. Ironia della sorte, il professore è stato inserito tra gli outsider nella corsa al Quirinale. Semplici sussurri o qualcosa di più? Resta un dato di fatto, Cdp e Bassanini giocano da protagonisti.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter