Jeff Goldblum, ritratto di un’onestà

Jeff Goldblum, ritratto di un’onestà

La voce parte convinta, ma dopo poco si blocca, come se dovesse raddrizzare il nastro di un vecchio registratore a bobina. Si ripete per pochi secondi in un suono sibilante, una specie di tz, tz, tz. È un tic che apre alla profondità di un discorso sull’essere attore e sul rapporto con se stessi davanti al pubblico. Che fa da contorno a un sorriso consapevole e a un campionario di gesti unici — calzini bianchi che sporgono dalle gambe accavallate e scavallate continuamente, le dita che modellano l’aria per aiutare il nastro a smettere di accartocciarsi, gli occhi che cercano quelli degli altri. «Voglio vederli in faccia» dice Jeff Goldblum prima di salire sul palco, sinceramente stupito dalla sala piena. «Voglio sapere perché siete qui. Cosa ci fate qui?», chiede al pubblico pochi minuti dopo, interrompendosi a metà da una riflessione. E allora i tecnici alzano le luci e le lasciano accese per tutto il tempo, in modo che l’attore possa leggere quello che stava succedendo negli occhi di chi è venuto a sentirlo. Di chi, oltre lo schermo di un cinema, non ha visto prima. O ha visto talmente tante volte da aver bisogno delle luci accese per non scordarsene proprio adesso.

Io me ne sto in seconda fila e non posso smettere di ridere. Sentire Goldblum parlare di sé, vuol dire perdersi la metà di tutto, perché non esiste un argomento abbastanza forte da mantenerlo attaccato fino alla fine del racconto. Si distrae, esagera, si lascia trasportare da tutt’altro ed è come vederlo recitare. Quando si ferma con un dito teso per cercare nel vuoto davanti a sé una battuta che sembra non debba arrivare mai. Ma poi arriva, e ha la sua voce profonda e il suo fisico da mantide religiosa.

La carriera di Goldblum è qualcosa di molto complesso e decisamente raro. Inizia a poco più di vent’anni, intorno alla metà dei Settanta, in un angolo dell’industria di New York, dove era approdato a diciassette per seguire un’aspirazione che coltivava in segreto. «Mi vergognavo a dire che volevo fare l’attore, non so perché — ha raccontato qualche sera fa a Larissa MacFarquhar nell’ambito del New Yorker Festival — ma covavo questa aspirazione da quando ero bambino. A un certo punto sono finito a un campo estivo per giovani attori di teatro e da lì ho capito che volevo studiare recitazione. Non ho mai smesso di studiare, a dire la verità». Comincia con una serie di pellicole spaiate che dal Giustiziere della notte passano per Nashville e lo conducono, nel 1977 a quell’unica battuta che tutti ricordano in Io e Annie: «I forgot my mantra — mi sono dimenticato il mio mantra», un’assurdità non del tutto fine a se stessa e che in qualche modo rispecchia gli anni di preparazione che fanno da impalcatura a uno dei volti più riconoscibili del panorama cinematografico. «Ho scoperto lo yoga negli anni Settanta, mentre imparavo a recitare, e l’ho trovato utilissimo per il mio processo creativo. Sono stato iniziato da uno dei più grandi maestri della storia. In pratica si è avvicinato e mi ha sussurrato il mio mantra nell’orecchio e mi ha detto che non avrei mai dovuto dimenticarlo. Poco tempo dopo ho girato quella scena. Direi che le cose hanno funzionato».

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Non so se si tratta di straordinarietà o bulimia recitativa, fatto sta che nel corso degli anni a venire, Goldblum ha saltellato di qui e di là tra parti drammatiche e meravigliose pacchianate. Uno dei film in cui lo ricordo meglio e che senz’altro rappresenta uno dei picchi del suo percorso, è Il grande freddo, del 1983. «Non avevo una vera ideologia politica, al tempo. Ero uno che voleva fare l’attore ed ero finito a fare l’attore per cui ero soddisfatto. Anzi, ero proprio contento di quello che la vita mi stava dando: prendevo tutte le parti ed ero grato al fatto che me ne venissero offerte ancora. I personaggi del Grande freddo sono trentenni delusi dalla propria condizione. Gente che aveva degli ideali e che alla fine si era trovato a fare, che ne so, l’assicuratore. Io volevo fare l’attore e stavo facendo l’attore». Questo genere di positività gli aleggia intorno per tutto il tempo, sembra sostenerlo anche adesso, che — diciamocelo — non ne avrebbe più la necessità. Lo spinge a continuare a studiare e a provare a migliorarsi e ad accettare ancora quello che gli capita sotto il naso, ma con un senso critico diverso. Maturo, riuscito, completo.

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Nel Grande freddo, Goldblum compie un’incursione profonda nello spirito di un personaggio altrimenti superficiale, circondato dall’empatia di Kevin Kline, Glenn Close, Tom Berenger e William Hurt, tanto per dare un’idea di che cinema stiamo parlando. Da quel momento ricomincia un vagabondare tra titoli vagamente più grossolani come Buckaroo Banzai, del 1984, o Tutto in una notte, del 1985 e diretto da John Landis. La personalità di Goldblum, letta col senno di poi, più che con l’ardore del momento, apre nuove chance alla peculiarità di pellicole altrimenti di seconda scelta e la sua passione per la recitazione gli fa inseguire progetti che, probabilmente anche grazie alla sua stessa presenza, sono destinati a diventare di culto.

La mosca è un piatto per stomaci forti, io ho faticato parecchio a digerirlo. E non soltanto per la disgustosa e graduale trasformazione del protagonista in insetto — dopo un qui pro quo che coinvolge una mosca e un’aggeggio per il teletrasporto, se fosse ancora il caso di raccontarlo. «David Cronenberg ha preso un film di trent’anni prima (L’esperimento del dottor K, tratto a sua volta dal racconto La mosca di George Langelaan, ndr), in cui un tizio sbagliava qualcosa nel tentativo di teletrasportarsi in Canada e il suo Dna si mischiava a quello di una mosca. Nel film originale c’era solo lui con la testa da insetto e il corpo da uomo all’inizio del film e verso la fine si vedeva una mosca con il faccino del protagonista che gridava “aiuto, aiuto!”. Era piuttosto dozzinale. Cronenberg lo ha riempito di cose piuttosto esplicite e lo ha fatto diventare quello che è». Mentre ne parla, Goldblum è trasportato da una passione evidente che lascia trasparire le motivazioni del suo coinvolgimento. «Penso che mi abbia scelto perché ha intuito quanto ero appassionato. Volevo recitare e ogni film era un’occasione per farlo». Non c’è esitazione ne La mosca, non ci sono momenti di flessione e Goldblum riesce a mantenere alta la tensione con la presenza scenica di cui è capace.

Nel 1989 è venuto Le ragazze della terra sono facili, apparentemente per mantenere alta la dose di travestimento e nel 1993 Jurassic Park ha aperto la strada di Golblum al cinema internazionale, fissata con Indipendence Day nel 1996. Intanto si formava sempre più evidente una serietà nel percepire il mestiere propria dei grandi interpreti, accanto alla versatilità e alla disponibilità che si vede ogni tanto affiorare dal carattere dei grandi uomini.

Se devo pensare a qualche film recente in cui ho visto brillare l’interprete di quelle prime pellicole, prima ancora di scomodare Wes Anderson — Le avventure acquatiche di Steve Zissou prima e Grand Budapest Hotel poi — penso a una perla intitolata Adam Resurrected, diretto da Paul Schrader nel 2009, e mi viene in mente una storia di giochi di prestigio. «Sono ossessionato dai numeri con le corde, quelli con i nodi che spariscono. Li faccio da quando ero giovane e ogni volta che vado a un provino provo a infilarci un numero con la corda. L’ho fatto in Portlandia, l’ho fatto da Letterman, l’ho fatto anche girando The Player e Nashville, ma poi lo hanno tagliato. Quando sono andato a fare il provino per Premonizioni ho tirato fuori la corda e Brett Leonard mi ha fermato. “Mi avevano avvertito di questa cosa delle corde” mi ha detto, “per favore, non farla”. Invece a Schrader è piaciuta e l’ha voluta mettere nel film». Adam Resurrected è una storia strampalata quanto il suo protagonista e che ben si adatta alla particolarità del suo interprete. Racconta di un sopravvissuto della ’Shoah, ricoverato in un istituto di recupero mentale. Non c’è davvero modo di approfondire la trama senza rovinarla, né di spiegarla senza mostrarla, per cui non ci proverò.

La storia della corde però, sintetizza perfettamente una carriera ostinata e disperatamente innamorata della professione, che conta su alcuni punti focali ed è disposta a mettere in gioco tutto il resto, pur di stare dove sta. Adam Resurrected — che a questo punto chiunque stia leggendo dovrebbe vedere — rappresenta un coronamento: è il momento in cui i due nodi si stanno per disintrecciare, quello appena precedente all’incanto in cui ancora nessuno sa come finirà, ma tutti sanno per certo che andrà bene. Perché fino a qui è stato tutto un successo.

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