La vera storia di un ex killer in favela

La vera storia di un ex killer in favela

Mi è capitato, quest’anno, di conoscere un ragazzo che, per guadagnarsi da vivere, uccideva persone. Non le uccideva a colpi di pistola, li uccideva con una spada, una specie di sciabola. Quando l’ho incontrato la prima volta aveva smesso da un mese. «È andato in pensione», ripeteva ossessivamente quella che presto sarebbe diventata la sua compagna.

Quella che segue è la storia di quel ragazzo, che chiamerò “il mio amico”, perché per un breve periodo, effettivamente, siamo stati amici.

Siamo a Rio de Janeiro, in una delle 763 favelas che compongono l’irregolare tessuto urbano della città. Ci troviamo nella zona sud, quella delle spiagge, dei quartieri a cinque stelle, dei supermercati strabordanti di prodotti importati, delle strade senza intoppi, pochi buchi nell’asfalto, pochi moradores de rua da scavalcare. La bella Rio de Janeiro, insomma.

Un giorno, davanti ad una birretta gelata, un’amica mi sussurra: «sta arrivando un tipo, si siederà qui con noi. Si è appena trasferito qui. Di lavoro uccideva persone». Dopo pochi giorni la mia amica e il mio amico si sono fidanzati. Lei lo chiamava con un soprannome: Ze Pequeno.

Sono pochi a non conoscere in Italia il fortunato film Cidade de Deus (La città di Dio), diretto da Fernando Meirelles e tratto dall’omonimo libro di Paulo Lins. Il film racconta della truculenta guerra tra differenti gruppi del narcotraffico, una guerra che negli anni 80 si è scatenata nella favela Cidade de Deus, da cui il nome del film. Se l’avete visto vi ricorderete senz’altro il più cattivo tra i personaggi del film, quello senza scrupoli, senza cuore, ma con un sacco armi. Ecco, quello è Ze Pequeno. La sua compagna lo chiamava così per scherzare, per prenderlo un po’ giro. Perché lui in realtà «Uccideva brutta gente», aggiungeva lei.

Il mio amico racconta di essere cresciuto in una famiglia povera. Dato che la madre non aveva soldi sufficienti per crescere tutti i suoi figli, a pochi anni d’età viene trasferito in un abrigo (una specie di comunità o casa famiglia), dove resta qualche anno. Poi, quando ha circa dieci anni, viene messo davanti a un bivio. O decide di partecipare dello stupro di una bambina organizzato da un gruppo di ragazzini, o decide di assistere. Il mio amico decide di assistere.

Da quel giorno promette a se stesso che avrebbe dedicato la sua vita a una giusta causa: combattere due crimini lo stupro e la pedofilia.

All’età di 14 anni il mio amico comincia il suo percorso per raggiungere l’obiettivo. Torna in favela e comincia la propria formazione lavorando per il gruppo di narcotraffico che comandava il suo territorio in quegli anni. Siamo alla fine degli anni novanta, epoca grigia per Rio de Janeiro. Tempi di guerre, assalti, paura e morti.

Quando racconta la storia della sua vita, il mio amico non è lineare, fa salti pindarici e così, all’improvviso, inizia a raccontare di quando il narcotraffico gli assegnò il compito di punire due categorie di criminali: gli stupratori e i pedofili.

Con che coraggio un gruppo che gestisce il traffico di stupefacenti si arroga il diritto di decidere cosa, chi, quando, perché e con che mezzi punire?

Le organizzazioni o fazioni del narcotraffico attualmente operanti sul territorio di Rio de Janeiro hanno origine relativamente recente. Sono il Comando Vermelho, il Terçeiro Comando Puro e gli Amigos dos Amigos. Alla fine degli anni 70’ primi anni 80’ comincia per Rio de Janeiro il periodo dell’emergenza del traffico di droga, un periodo che coincide con l’avvio del commercio massiccio di cocaina. È in questi anni che si viene a costruire e a configurare la figura del trafficante, un soggetto violento, armato, senza scrupoli.

I cartelli della droga trovano nelle favelas, agglomerati di case informali e spesso dalla conformazione labirintica, il luogo ideale per crescere economicamente. Ma non solo.

Come suggerisce una grande studiosa brasiliana, Alba Zaluar, in quanto illegale, il traffico non ha nessun mezzo giuridico per garantirsi la fiducia sia di chi è considerato interno all’organizzazione sia di chi ne è esterno. Ciò che garantisce protezione e fiducia al narcotraffico è il revolver, scrive Zaluar.

L’uso della violenza diviene dunque strumento non solo per gestire il funzionamento interno alla fazione, ma si fa anche tecnica decisiva per garantire l’equilibrio sociale di tutte quelle favelas che lo Stato ha da sempre volontariamente abbandonato.

Se è vero che la violenza ha il potere di distruggere, è anche vero che può essere forza produttrice. Produttrice di comunità, di regole, di comportamenti, di modi di essere, di modi agire, di modi di pensare. Nel momento in cui si crea e si legittima la figura del killer di pedofili e stupratori si sta creando un crimine, o meglio, ci si sta arrogando il diritto di valutarne la gravità.

Nei racconti del mio amico il funzionamento sembra piuttosto semplice: quando una ragazzina ritiene di essere stata violentata va dal capo del narcotraffico locale e gli racconta quello che è successo. Ascoltato il racconto, il capo decide se ci si trova effettivamente davanti ad una violenza sessuale o meno e, nel primo caso, «mi chiama e io uccido», dice il mio amico, e aggiunge «ma adesso non ne posso più».

Il mio amico ha trascorso circa metà della propria vita a servire il narcotraffico senza mai vendere nemmeno un grammo di cocaina. Adesso però il mio amico è stanco, piange. È timido. È spaventato. È una brava persona, un padre premuroso e un tenero amante. È un ragazzo nero, favelado e povero. Ha subito traumi e ha sofferto. Ha traumatizzato e ha fatto soffrire. Ha sempre avuto paura ed è uno strumento di terrore.

Non è mia intenzione tracciare il profilo del mio amico nei termini di una vittima. Ciò nonostante ritengo che la sua storia sia interessante per riflettere su come la violenza fisica, simbolica e strutturale sia in grado di produrre e rendere sfumati i confini delle soggettività, delle identità e della vita emotiva e sociale delle persone. Come canta Mc Racionais, un famosissimo rapper brasiliano, in una delle musiche preferite del mio amico «a cosa serve essere un duro e il cuore vulnerabile. (…) la lacrima di un uomo sta cadendo (…) si dice che un uomo non piange (…) va bene, Gesù pianse». (Jesus Chorou).

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