L’Europa non si fida dell’Italia e ha ragione

L’Europa non si fida dell’Italia e ha ragione

Che cosa è successo davvero ieri? Come si spiegano le parole del neo presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, espressioni molto dure verso il premier Matteo Renzi, durissime addirittura se si tiene conto che Juncker è un politico di lunga esperienza e pelo sullo stomaco, totalmente disavvezzo a perdere la calma e a usare espressioni forti, se non sulla base di un preventivo consenso acquisito e di forti appoggi? A queste domande due sono le risposte possibili. La prima è che la risposta a brutto muso a Renzi di Juncker – «non sono a capo di una banda di burocrati, tu forse sì» – dipenda dai numeri, dall’aggiornamento delle stime di crescita che Bruxelles ha diramato ieri per l’Italia e l’Unione europea. La seconda è che ci sia una novità politica sin qui imprevista, un mutato atteggiamento verso Renzi non tanto di Bruxelles, quanto di Berlino che di Juncker è punto di riferimento, visto che alla Merkel deve l’incarico. Con ogni probabilità, le due risposte si sommano.

Quanto sono diversi i numeri di Bruxelles? In effetti, ieri la Commissione europea ha corretto al ribasso le stime sull’Italia. Mentre Irlanda, Grecia e Spagna meritano il plauso – e c’è da riflettere che l’Irlanda veda il Pil crescere nel 2014 del 4,6% dopo aver rischiato il default bancario perché mantiene il totale delle entrate pubbliche inchiodato al 35% del Pil, mentre noi siamo al 49% –, l’Italia secondo Bruxelles nel 2014 avrà un Pil a -0,4% e un deficit al 3%. Il prossimo anno il deficit resterà al 2,7%, contro il 2,6% previsto dal governo, e un debito pubblico che passerà dal 132,2% del Pil nel 2014 al 133,8% nel 2015. Sono tutte stime peggiori di un decimo o qualche decimo di punto di quelle ufficiali del governo italiano. Se dovessimo stare a questi discostamenti, la risposta diventerebbe: no, non può essere per questo che Juncker ieri improvvisamente, da neo presidente della Commissione Europea sul quale Renzi faceva affidamento rispetto al “cattivo” Barroso uscente, improvvisamente muta registro e riserva al premier italiano parole corrosive, che un presidente di Commissione Europea non rivolge al premier di un grande paese membro se non a nome di quella che ritiene la maggioranza delle euro-capitali. Ma c’è un però: ai discostamenti su stime di crescita e conseguenti effetti su saldi pubblici e debito si somma una riserva, che deriva dall’impianto della legge di stabilità.

Si torna a minacciare una procedura d’infrazione? Formalmente, è più che possibile. Sostanzialmente, Renzi è persuaso di aver stipulato un patto politico con Merkel e Juncker, basato sulla comune valutazione che è meglio per tutti evitarlo. Ma questi patti orali valgono quel che valgono. La settimana scorsa, quando il governo italiano ha concordato con il vicepresidente della Commissione Katainen un’ulteriore correzione del deficit per circa 6 miliardi rispetto alla versione originaria della legge di stabilità, la Commissione non ha dato l’ok definitivo, ma un assenso con riserva rispetto alla stime di crescita aggiornate che la Commissione ha reso note ieri. Al netto delle considerazioni tecniche, significava e significa che la Commissione ha facoltà di rivolgere ulteriori richieste al governo italiano, visto che le stime di crescita e debito risultano leggermente peggiorate. Il patto europeo di stabilità e crescita prevede che i paesi inadempienti alle raccomandazioni della Commissione, in caso di violazione del limite del 3% di deficit pubblico, siano tenuti a un deposito infruttifero pari allo 0,5% del Pil (8 miliardi di euro), che diventa vera sanzione da pagare dopo due anni di violazione persistente. In realtà non è praticamente mai avvenuto, e in ogni caso bisognerebbe prima passare per il monito formale, poi per le raccomandazioni, poi per la violazione, poi per i due anni di persistente inadempienza: quattro anni di tempo.

Il punto è un altro. Che il governo Renzi abbia sospeso la riduzione del deficit nel 2015 e rinviato a 2016 e 2017 il risanamento, per di più attraverso la stangata fiscale delle clausola di salvaguardia con l’Iva in crescita fino al 25%, porta l’Europa a non fidarsi che al 2017 l’Italia davvero, dopo 2 anni di ritardo, arrivi a un deficit zero corretto per il ciclo. Storicamente Bruxelles ha ragione: le clausole di salvaguardia fatte con aumenti pazzeschi di entrate sono impraticabili in un paese come il nostro strozzato dalle tasse. Significano solo rinviare il problema del risanamento a dopo eventuali prossime elezioni, prima delle quali è meglio non alzare le tasse. L’Europa non si fida dei nostri numeri. Scusate, con ragione.

Quel che i media italiani si ostinano a non capire, infatti, è che la legge di stabuilità rinvia a 2016-2018 una correzione per via fiscale pari a ben 30 miliardi di euro, e al momento non tocca in alcun modo gli stock di patrimonio pubblico per abbassare il debito. E’ molto rilevante la differenza tra quanto il governo Renzi dichiara in legge di stabilità per abbattere il debito – un risicatissimo meno 0,1% – e quanto servirebbe – tra meno 0,7%  e meno 0,9%. Qui non si tratta di deificare i parametri e i numeretti europei: semplicemente la scelta della legge di stabilità non toccando in alcun modo gli stock è quella di scommettere sulla sostenibilità a occhi chiusi di un debito pubblico che non verrà ridotto da aumenti del denominatore – il Pil – se non di frazioni di punto. Su questo, ha perfettamente ragione Luca Ricolfi a scrivere che l’errore della legge di stabilità è il suo essere non troppo coraggiosa, ma assolutamente rinunciataria. Sono le cifre delle tabelle governative, a dire che resteremo con 3 milioni di disoccupati per anni.

Il nodo politico. Fino a ieri, la lettura politica prevalente dei rapporti tra Renzi, Merkel e Juncker vedeva di fatto prevalere una specie di accordo non dichiarato. Berlino e Bruxelles concedevano di fatto all’Italia un trattamento morbidissimo, visti i molto più consistenti sforamenti francesi – loro dicono che non scenderanno sotto il 3% di deficit prima del 2017, e anche a loro non crede nessuno – che però i tedeschi non possono prendere di petto. Di fatto, il tono di Juncker di ieri introduce una modifica netta. Vedremo quanto sostanziale e duratura. Berlino non ha gradito affatto che Renzi si sia schierato con Cameron nel no agli aumenti di contributo al bilancio Ue, dovuti al fatto che il nostro Istat ci è andato giù molto pesante, nel rivalutare il nostro PIl quasi del 4%.  Per la Merkel e Juncker, Cameron è il nemico, col suo antieuropeismo tosto dovuto alla paura del populismo di Farage che ruba voti ai Tories, ma che finisce per scimmiottarlo. Renzi non si è reso conto, di aver esagerato su quel punto.

Secondo, la Merkel in Germania sta in questi giorni affrontando la prima offensiva degli eurosettici antilatini di AfD, che non a caso aprono a esponenti della Cdu che esplicitamente pensano al dopo Merkel. Dunque, meglio esser tosti con Roma, per la cancelliera, più di quanto Renzi immagini. Terzo, Berlino ha occhi e orecchie a Roma: e anche i tedeschi vedono che Renzi è sottoposto a dure pressioni per riscrivere pezzi essenziali della sua legge di stabilità. Regioni, comuni, province, sindacati, Banca d’Italia, Ufficio Parlamentare del Bilancio, Corte di conti: in questi giorni tra audizioni parlamentari e piazze il governo incassa colpi seri all’impianto della finanziaria. E si sa come va in Italia: le finanziare assaltate vedono la spesa aumentare, e il deficit peggiorare. Indiscrezioni vogliono che Berlino pensi che Napolitano non si debba assolutamente dimettere, se è il prodromo di nuova instabilità ed elezioni anticipate. Vedremo come risponderà Renzi: a Juncker, ieri, ha replicato all’attacco con assai meno durezza. Tuttavia, al di là del colore che piace ai media, è sulla sostanza che non ci siamo affatto.

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