Nick Drake, storia di un genio in tre atti

Nick Drake, storia di un genio in tre atti

Primavera 1969, in una stanza del King’s College, Cambridge, Inghilterra

Nel 1969 Ian MacDonald ha 21 anni, come Nick Drake. Entrambi quell’anno sono a Cambridge e entrambi non vanno bene a scuola. Hanno altri pensieri in testa. Ian lascerà dopo appena un anno, Nick finirà, ma con il voto minimo. Ian è un tipo socievole, ha un sacco di amici suonatori e passa le giornate in camera con loro, ad ascoltarli suonare.

Nick invece è un ragazzo molto riservato, le sue giornate le passa quasi sempre da solo, in camera, a fumare canne su canne e a suonare le sue canzoni, che intanto sta registrando affiancato dal produttore Joe Boyd, americano, di qualche anno più vecchio di lui. Ian e Nick non si conoscono ancora, ma è questione di giorni:

«La mia stanza fu il luogo dove accadde. La porta era aperta, e la gente andava e veniva come voleva», racconta Ian in un bel saggio dedicato a Drake, scritto nel 1999. «C’erano una dozzina di scansafatiche che ascoltavano i musicisti che c’erano tra noi, quando Paul Wheeler appoggiò la chitarra e ci presentò un suo amico, che sedeva zitto al suo fianco: “Nick”, disse».

Ian descrive Nick come un ragazzo alto, dal portamento elegante, che attirava gli sguardi interessati delle ragazze, ma decisamente di poche parole. E infatti in quella stanza non parla, accorda la sua chitarra e inizia a cantare: «Time has told me/ You’re a rare, rare find/A troubled cure/For a troubled mind». Sono i primi versi di Time has told me, una canzone che Nick sta registrando in quel periodo e che sarà l’attacco del suo primo album Five Leaves Left.

Siamo nel 1969, un anno che è iniziato a Praga, ai piedi della scalinata del Museo Nazionale, dove un ragazzo di nome Jan Palach, coetaneo di Nick e di Ian, si è dato fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica del suo paese. Si li a poco ci sarebbe stata Woodstock e Neil Armstrong avrebbe fatto due passi sulla Luna. Alla fine di quell’estate esce Five Leaves Left, nello stesso mese uscirà Abbey Road dei Beatles e, poco dopo, Led Zeppelin II. L’anno finisce in Italia, a Milano, dove il 12 dicembre una bomba esplode in piazza Fontana dando l’avvio agli anni di piombo. Dell’uscita di quel capolavoro di Five Leaves Left si accorgeranno in pochi. Five Leaves Left, come la scritta che appare sulle cartine della Rizla quando ne mancano 5. Cinque, come gli anni che ha ancora da vivere Nick.

Autunno 1971, 30 e il 31 ottobre, notte, studi della Sound Techniques, Londra

Il 1971 per Nick è terribile: sta male e la causa è il suo secondo disco, Bryter Layter. Deluso dalla scarsa attenzione ricevuta dal suo primo disco, Nick aveva accettato di arrangiare Bryter Layter aggiungendo alla linea di chitarra anche basso e batteria. È un’idea di Joe Boyd, che pensa che possa rendere il suono di Nick più commerciale.

Boyd però si sbaglia, il disco va male, le poche date live ancora peggio e Nick si chiude sempre di più in sé stesso.

Nell’autunno di quell’anno, quindi, Nick è parecchio depresso e passa un sacco di tempo chiuso in casa, a Londra, a fumare marijuana, soprattutto. Esce solo per rifornirsi di cibo e di droga, e per suonare qualche volta in giro, ma solo ogni tanto.

In una delle sue rare uscite di casa, però, Nick si vede con l’ingegnere del suono John Wood, con cui aveva lavorato su Five Leaves Left a cui chiede una mano per registare il terzo album. Non dice nulla a nessuno, neppure alla sorella. Joe Boyd e la sua casa discografica, la Island Records, non ne sanno nulla.

Alla fine di ottobre, per due notti — il 30 e il 31 — Nick e John si vedono in una sala degli studi della Sound Techniques di Londra. Nick ha solo la sua chitarra e 11 canzoni da registrare. Durata complessiva: meno di 30 minuti. Nick non ha bisogno d’altro.

Una storia che circola su Pink Moon racconta che Nick portò una copia dell’album appena registrato agli uffici della Island, lasciandola alla reception senza presentarsi neppure. Ma pare che non sia così.

David Sandison, che lavorava alla Island in quel periodo, ha raccontato in una intervista che risale alla metà degli anni Novanta che le cose andarono diversamente.

«Lo vidi nella reception quando tornai dalla pausa pranzo. Stavo parlando con qualcuno e notai una persona seduta. Lo riconobbi subito, era Nick. Sotto il braccio aveva un disco sotto il braccio. Gli chiesi «Vuoi una tazza di tè?» E lui rispose «Sì». «Vuoi salire?», gli chiesi. E lui rispose, «Sì». Andammo nel mio ufficio, che si trovava in fondo al pianerottolo. Era un pianerottolo che portava a un grande ufficio con un grande tavolo rotondo su cui lavoravano Chris e tutti gli altri e dove c’era un grosso impianto audio. Restò lì nel mio ufficio per circa mezz’ora. Passò mezz’ora e disse: «È meglio che io vada». Gli risposi «Ok, è stato un piacere vederti» e se ne andò.

Sandison scrive che Nick se ne andò con il disco, ma che mezz’ora dopo che si erano salutati, la segretaria della Islands lo chiamò per dirgli di scendere, perché Nick aveva lasciato il disco giù. Era un disco molto grande, uno di quelli che si usavano per registrare e Sandison ne fece fare delle copie per sicurezza. Il giorno dopo, quando arrivarono le copie, le ascoltarono nella stanza, seduti attorno al tavolo rotondo sul quale era appoggiato il master. Sulla confezione c’era scritto NICK DRAKE PINK MOON. Nick era un uomo di poche parole.

Qualche anno dopo, John Wood raccontando le notti di registrazione agli studi della Sound Techniques, a Londra, disse: «Era determinato a farne un disco spoglio, nudo. Voleva che assomigliasse a lui il più possibile. E credo che, in qualche modo, Pink Moon è decisamente più simile a Nick rispetto agli altri due album».

Autunno 1974, notte tra il 24 e il 25 novembre, Tanworth-in-Arden, Inghilterra

Nel mezzo della campagna di Warwickshire, in Inghilterra, nella casa dove era tornato ad abitare con i genitori, Nick esce dalla sua stanza, scende le scale e va in cucina, forse per prepararsi una scodella di cereali, come faceva di solito.

Nick è sempre stato un ragazzo inquieto, soffre di insonnia e di depressione. In notti come quelle, spesso, la madre Molly, sentendo il figlio scendere le scale, si svegliava, indossava la camicia da notte e scendeva a chiacchierare un po’ con lui. Forse quella notte Nick fa attenzione a non far rumore, o forse, più semplicemente, quella notte Molly sta dormendo più profondamente del solito, non si sveglia e non scende a fargli compagnia.

Nick da qualche tempo è in cura presso uno psicologo che gli ha prescritto il Triptyzol, un antidepressivo. Quella notte, nel silenzio della casa di Tanworth-in-Arden, Nick prende più della dose che gli è stata prescritta. Forse per sbaglio, forse perché cerca la pace con più foga del solito. Poi torna in camera sua. A mezzogiorno, la madre, stranita dal fatto che Nick stava ancora dormendo va a bussare alla sua porta. Non riceve risposta ed entra, trovandolo morto. Il cadavere è sdraiato sul letto, non c’è nessun messaggio che può far pensare al suicidio.

Il suo biografo racconta che qualche giorno dopo, ai funerali, c’erano una cinquantina di persone, gli amici di Nick. Qualcuno arriva da Londra, dove Nick aveva vissuto per un po’, qualcuno da Cambridge, dove aveva studiato, qualcuno da Aix-en-Provence, dove aveva passato qualche mese 7 anni prima. In molti si incontrano lì per la prima volta.

Nick era un uomo di poche parole, ma ci ha lasciato questi tre strepitosi album:

Five Leaves Left, 1969

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Bryter, Layter, 1970