Quei 33 miliardi di investimenti bruciati dai burocrati

Quei 33 miliardi di investimenti bruciati dai burocrati

Pubbliche amministrazioni che litigano, sono inadempienti o fanno invasioni di campo. In tutti i casi il risultato è quello di mettere a rischio investimenti miliardari sia italiani che esteri. Un problema di primo piano, visto che la mancanza di investimenti è sempre più citata come il freno alla ripresa dell’economia italiana. Secondo l’I-Com, l’Istituto per la competitività guidato da Stefano da Empoli, sarebbero pari a 26,4 miliardi di euro gli investimenti a rischio e 6,8 miliardi quelli del tutto “incagliati”, per un totale di 33,3 miliardi di euro in 83 progetti di investimento censiti. Sull’insieme di queste risorse che potrebbero non essere mai investite in Italia, il peso dei capitali esteri è estremamente rilevante: 19,4 miliardi di euro, contro i 13,7 di origine nazionale.

Fonte: I-Com

La ricerca “Conflitto tra poteri, rischio regolatorio e impatto sugli investimenti esteri” vuole evidenziare le conseguenze sul livello di attrattività del nostro Pese per gli investitori nazionali ed esteri di una burocrazia “labirintica” , i cui limiti sono l’«eccesso ma soprattutto ambiguità della regolazione, conflitti di competenze e paralisi decisionale». Sono stati calcolati gli impatti sui diversi settori, con l’energia, le telecomunicazioni e i trasporti che vedono i problemi maggiori. Ma incagli vengono evidenziati anche nella Gdo, in particolare per le aziende Ikea e Decathlon.

Fonte: I-Com

La ricerca prende posizioni nette su questioni controverse. Tre su tutte: il gasdotto Tap, che dovrà arrivare in Puglia; le autorizzazioni per la rete mobile a banda ultralarga; la vicenda dei farmaci Avastin-Lucentis.

Sul gasdotto Tap lo studio insiste sul limitato impatto ambientale che l’opera avrebbe, anche nell’area di San Foca (comune di Melendugno, Lecce), dove si riproducono le tartarughe Caretta Caretta. Sotto accusa finiscono le amministrazioni locali, seguite nella loro opposizione da Regione Puglia e ministero delle Attività culturali, mentre a favore è il ministero dell’Ambiente, sulla base del parere favorevole della Commissione nazionale Via. Il caso viene definito emblematico dei conflitti tra diversi livelli di governo. 

È invece indicato a simbolo del conflitto orizzontale tra poteri appartenenti allo stesso livello di governo il caso di Avastin e Lucentis, i due farmaci rispettivamente di Roche e Novartis, sanzionate dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Secondo l’I-Com l’Antitrust «nella propria decisione ha di fatto smentito la posizione tecnico-scientifica dell’Agenzia Italiana del Farmaco e prima ancora dell’Agenzia Europea del Farmaco».

Il caso delle telecomunicazioni presenta due casi “cugini”: i limiti all’elettromagnetismo per gli impianti di telefonia mobile e alle tecniche di scavo, per il roll-out della banda larga fissa. L’I-Com denuncia che entrambi impediscono di fatto il pieno sviluppo delle telecomunicazioni di ultima generazione in Italia e rappresentano «la sublimazione del contrasto istituzionale in una forma di atarassia che impedisce l’adozione di provvedimenti di normazione secondaria (decreti ministeriali), previsti dalla normazione di rango primario (leggi dello Stato)». Il riferimento è alla decisione di adottare norme stringenti sul fronte dell’elettromagnetismo, seguita però dai ritardi nell’approvazione delle linee guida di Ispra/Arpa/Appa da parte del ministero dell’Ambiente. 

«L’attuale Governo si sta spendendo molto per attrarre multinazionali estere sul nostro territorio. La priorità per questi soggetti non sono incentivi di carattere economico, ma regole certe che lascino meno spazio possibile a conflitti interpretativi e affidino la decisione finale a un’autorità di ultima istanza, che sia quella con le competenze più adatte al problema da dirimere. L’approccio assembleare al decision-making è una delle ragioni principali del declino italiano», sottolinea Stefano da Empoli, presidente di I-Com.

Ecco alcuni passaggi salienti della ricerca: 

Gli 83 progetti di investimento esaminati da I-Com, per un totale di 33,3 miliardi di euro bloccati o a rischio, afferiscono a 7 settori di mercato, selezionati in base a criteri quali la presenza di capitali esteri e il ruolo della regolazione. Nel dettaglio:

·       Energia: con 12 miliardi di euro in pericolo – il 45% dei quali assolutamente bloccati – è il settore più problematico rispetto al rapporto investimenti/burocrazia. Una situazione di stallo che rischia di compromettere la realizzazione di infrastrutture strategiche per lo sviluppo dell’Italia. A questo proposito, I-Com analizza il caso di TAP (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che, dall’Azerbaijan alla Puglia, aprirà una nuova rotta di approvvigionamento verso l’Europa. La querelle in atto tra amministrazioni nazionali (Minisero dell’Ambiente, dei Beni Cuturali e MISE), regionali (Regione Puglia) e locali (Provincia di Lecce e Comuni), potrebbe pregiudicare l’apertura dei cantieri nel 2015;

·       TLC: con il 40% di investitori esteri e 9 miliardi di euro di investimenti fermi, il settore assiste da circa due anni ad una paralisi dei progetti sulle nuove reti a banda larga e ultralarga. Tra le cause, la mancata approvazione delle nuove Linee Guida ministeriali sui limiti elettromagnetici e un regolamento sugli scavi stradali, che impone l’utilizzo di tecniche e materiali obsoleti, tali da rendere insostenibili i costi di intervento per gli operatori;

·       Energie Rinnovabili: l’introduzione del controverso provvedimento “spalma-incentivi” ha modificato il panorama di riferimento per le imprese del settore (al 45% estere), con la conseguenza di mettere a repentaglio un pacchetto di circa 6 miliardi di euro;

·       Trasporti: sono circa 5 i miliardi di euro che le imprese del settore (multinazionali nel 53% dei casi) potrebbero non destinare allo sviluppo infrastrutturale del nostro Paese. Un problema di dialettica tra organi dello Stato è, ad esempio, all’origine dello stallo sui progetti di terminal aeroportuali nelle città di Venezia, Firenze, Genova e Malpensa. Per un totale di oltre 4 miliardi di euro, su un orizzonte di 5-6 anni;  

·       Farmaceutica: secondo Farmindustria, le multinazionali del farmaco sarebbero pronte a investire in Italia 1,5 miliardi di euro nei prossimi 3 anni, a patto che il quadro normativo si evolva verso una maggiore stabilità. Lo studio I-Com ci dice, invece, che sono più di 300 i milioni di euro di investimenti che potrebbero andare in fumo. La ricerca prende in esame l’emblematico caso  Avastin-Lucentis, che ha visto l’Autorità preposta alla concorrenza smentire la valutazione tecnico-scientifica dell’Agenzia Italiana del Farmaco;

·       GDO: presenta una quota quasi totalizzante di capitali esteri, in funzione della presenza di operatori come Ikea e Decathlon. I progetti la cui realizzazione è a rischio cubano per circa 600 milioni di euro. Proprio Decathlon, dopo lo stop agli investimenti su Brugherio e Rovigo, vede attualmente in bilico un investimento di 20 milioni di euro a Napoli;

·       Siderurgico: l’acquisizione in essere dello stabilimento Lucchini di Piombino da parte dell’algerina Cevital porterà al 92% la presenza di operatori esteri nel mercato siderurgico italiano. Un’operazione da oltre 400 milioni di euro, che potrebbe essere pregiudicata a causa della estrema difficoltà del quadro normativo e istituzionale di riferimento.

X