Portineria MilanoRe Giorgio in pensione, così cambia il potere in Italia

Re Giorgio in pensione, così cambia il potere in Italia

La mancata elezione di Luciano Violante alla Corte Costituzionale è stata la prima pietra a staccarsi dalla montagna. Non appena Giorgio Napolitano rassegnerà le dimissioni da presidente della Repubblica a fine anno, c’è il rischio di una valanga, il crollo di un potere spesso invisibile che ha governato l’Italia per dieci lunghi anni. Perché al netto delle preoccupazioni per le elezioni anticipate, tra  le sicurezze dell’ingegnere Carlo De Benedetti e i desiderata del premier Matteo Renzi, l’abdicazione di Re Giorgio significa in realtà l’ennesimo stravolgimento del sistema del potere economico politico italiano che ha già vissuto i primi contraccolpi con la caduta di Silvio Berlusconi nel 2011.

L’ex dirigente del Pci napoletano, il migliorista amico dell’ex tesoriere del partito e uomo di Mosca Gianni Cervetti, il comunista, il ministro degli esteri ombra, il professore delle Frattocchie, è stato in questo ultimo decennio l’ago della bilancia nelle relazioni politiche e internazionali in Italia e nel mondo. Il suo potere è stato per certi versi parallello a quello di Gianni Letta, il gran ciambellano del berlusconismo, l’anima cattolica e di centrodestra, che ha governato l’Italia fino alla caduta di Berlusconi cercando sopravvivere con il governo del nipote Enrico Letta. Ma se Matteo Renzi ha già spazzato via il lettismo, ora non gli resta che aspettare la fine del napolitanismo. Che significa una rivoluzione completa in ambito economico, politico e giuridico dell’Italia, da uno stravolgimento delle nomine nelle partecipate, fino alla rottamazione di buona parte della magistratura, governata da presidente del Csm per quasi dieci anni. 

Napolitano vanta un curriculum impressionante di esperienza e di relazioni, quasi secolare, che gli ha permesso di indirizzare i veri gangli dello Stato italiano, di muovere i meccanismi dall’interno, occupando i posti chiave come le segreterie generali dei ministeri o i capi di gabinetto, i veri uomini ombra che regolano l’apparato o, per dirla in modo spiccio, la burocrazia. «I ministri sono dei vecchietti senza dentiera», spiega un lobbista di esperienza. «Il vero potere è un altro». Bisogna scomodare Luigi Bisignani, il faccendiere di prima e seconda Repubblica. Nel libro di Paolo Madron “L’Uomo che sussurra ai potenti” è lui a spiegare dove si muovono davvero i manovratori della macchina statale, perché «il potere» dice l’ex piduista «non è solo là dove è rappresentato dalle istituzioni, si trasmette e funziona anche in luoghi meno riconoscibili e controllabili, si moltiplica e può riprodursi in maniera nascosta e a volta ambigua e misteriosa». E al primo posto Bisignani mette «L’Ufficio legislativo del Quirinale». 

E’ da questi uffici polverosi dei palazzi romani, che in questi anni Napolitano ha saputo alzare e abbassare le vere leve del potere, grazie a una squadra imbattibile. Dal fedelissimo Donato Marra, segretario generale, già segretario della Camera dei Deputati quando Napolitano era presidente di Montecitorio, fino a Elio Berarducci, tra i consiglieri più ascoltatati da Re Giorgio e consigliere della Corte dei Conti. C’era una volta anche Loris D’Ambrosio, ex magistrato scomparso nel 2012 tra le polemiche dopo essere stato travolto dal processo sulla trattativa Stato Mafia. Generali, ambasciatori, professori, la schiera di potenti intorno al Capo dello Stato è invisibile, ma determinante nella promulgazioni delle leggi, nella stesura delle finanziarie, nella gestione delle aziende statali, come Finmeccanica o Eni. C’è un po’ di napolitanismo in tanti consigli di amministrazione di società pubbliche, nei ministeri, come pure quello dell’Interno (occupato durante il governo Prodi nel 1996 ndr), dove mandarini dall’esperienza decennale, persino nelle forze armate o nella polizia, comandano e regolano le attività politiche e di gestione.

Del resto per capire il calibro di Napolitano, basta leggere il curriculum che compare sul sito del Quirinale. Se da deputato del Pci, «la sua attività parlamentare si è svolta nella fase iniziale in seno alla Commissione Bilancio e Partecipazioni Statali», nella seconda si è invece concentrato a tessere relazioni internazionali di livello, in particolare con gli Stati Uniti. E se Luciano Violante silurato sulla strada della Consulta può rappresentare sul fronte della giustizia lo sgretolamento del potere di Re Giorgio, dall’altro lato grande amico di Napolitano è sempre stato Franco Bassanini, il potente presidente della Cassa Depositi e Prestiti, nominato ormai nel lontano 2008, due anni dopo la nomina di Re Giorgio al Quirinale. Nella stessa Finmeccanica siede come presidente Gianni De Gennaro, lo “sbirro” da sempre amico dell’inquilino del Quirinale, difeso proprio dal Colle in questa fase così tormentata per la holding della Difesa, con il nuovo amministratore delegato Mauro Moretti pronto a rivoluzionare tutti gli uffici di piazza Montegrappa. 

Economia, giustizia e politica. Ma anche nello sport, dove il figlio Giulio vanta l’incarico di commissario ad Acta della Figc. Negli ultimi tre anni, con la nomina dei governi di Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi, è stato soprattutto Napolitano a muovere le pedine sulla scacchiera. In particolare con il primo, dal momento che il professore della Bocconi, nominato senatore a vita in fretta e furia, non è mai stato autonomo nelle scelte. Anzi non appena provò a farlo, proponendosi come presidente del Senato, fu duramente redarguito proprio dal Migliorista. Con Letta Jr si è cercato di trovare una quadra, mediando anche con lo Zio Gianni, Con Renzi si sta a poco a poco arrendendo.

Oltre che per la stanchezza di un uomo di novant’anni e la frustrazione di non vedere le riforme andare in porto, nasce anche dalla percezione della fine di un’epoca, di prima e seconda Repubblica, la scelta di Napolitano di rassegnare dimissioni anticipate. Del resto la politica italiana che continua a venerarlo con comunicati stampa al miele, in realtà, nonostante la rielezione nel 2013, non lo apprezza più come nel 2006. Al momento uno dei più vicini di Napolitano al governo è il ministro di Grazia e Giustizia Andrea Orlando, che pare prossimo a candidarsi a sindaco di Napoli. L’idillio con i partiti a quanto pare finì nel 2011, quando dopo la presentazione della sfiducia da parte di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi, Napolitano prese abbastanza tempo per non sciogliere le Camere. Nel Pd ce l’hanno più o meno tutti con lui. Da Pier Luigi Bersani, a cui fu preferito Letta Jr all’inizio del 2013, dopo l’inutile tentativo di un fantomatico governo con il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, fino a Romano Prodi, uscito sconfitto dalla gara per il Quirinale nell’aprile del 2013.  Ma se siano stati fatti errori o meno in questi anni sarà solo la storia a giudicarlo.