Un regno per un cavallo

Un regno per un cavallo

Bernardo Bertolucci ha vinto nove Oscar con L’ultimo imperatore, la storia di un uomo di nome Pu Yi, che finì i suoi giorni come giardiniere nella Pechino di Mao e il pensiero di essere stato, in una vita passata, l’ultimo regnante su un impero che aveva ventuno secoli di storia. Per un simile pensiero, probabilmente a lui molto meno presente, tutti gli studenti imparano a scuola il nome di Romolo Augustolo.

L’esempio antico era probabilmente lontano dalla memoria di Francisco Pizarro, quando arrivò nella città inca di Cajamarca. Aveva 54 anni ed era nato a Trujillo, un piccolo centro dell’Extremadura, allora come oggi la regione più povera della Spagna. Figlio illegittimo di un ufficiale locale, Pizarro era cresciuto nella povera casa della madre, ai margini della città come della società di Trujillo. I suoi contemporanei lo descrivono come alto, robusto e di bell’aspetto. Era di carattere taciturno, ma straordinariamente determinato, e rimase analfabeta per tutta la vita.

Ma Pizarro, in quel novembre del 1532, aveva certo ben presente l’esempio della fine tragica e improvvisa di un impero: poco più di dieci anni prima, il suo conterraneo Hernán Cortés aveva conquistato Tenochtitlan, capitale del grande regno azteco, e sulle sue rovine aveva cominciato a costruire Città del Messico. Aveva compiuto una simile impresa in soli due anni, con un gruppo di cinquecento spagnoli e sedici cavalli.

A Cajamarca, su un altipiano a 2700 metri di altitudine e un centinaio di chilometri dalla costa, con il suo sparuto gruppo di conquistadores, Pizarro avrebbe ottenuto una delle vittorie militari più straordinarie di sempre e posto le basi per la sanguinosa conquista di un impero. Avrebbe ricevuto un favoloso riscatto e ucciso uno degli ultimi sovrani degli Inca.

1. L’anziano conquistador : Pizarro

Nel novembre del 1532, Francisco Pizarro aveva una lunga carriera alle spalle nel Nuovo Mondo. Forse dopo essere stato soldato in Italia, Pizarro si era imbarcato per le Americhe intorno ai diciannove anni ed era arrivato a Hispaniola, l’odierna Santo Domingo, nel 1502. Aveva fatto parte del primo gruppo di europei che, in una spedizione del 1513 guidata da Vasco Núñez de Balboa, aveva visto l’Oceano Pacifico dalle coste di Panama.

Proprio dalla nuova città di Panama partirono le missioni marittime per esplorare quel mare sconosciuto e le coste del Sudamerica, e Pizarro prese parte a molte di quelle rischiose incursioni, guadagnandosi la fama di soldato duro ed esperto e diventando uno dei più ricchi spagnoli della zona. Già avanti con gli anni, decise di mettersi in proprio e di guidare personalmente campagne di esplorazione – e possibilmente di sfruttamento.

I primi viaggi in Sudamerica di Pizarro, in società con il suo compagno di affari Diego de Almagro, erano stati disastrosi. Nel 1524, una prima spedizione di ottanta uomini scoprì un posto che venne chiamato, in modo assai didascalico, Porto della Fame, e in un’altra località chiamata “Villaggio bruciato” Almagro perse un occhio in uno scontro con un gruppo di nativi. Due anni più tardi, dopo aver convinto con una certa difficoltà i suoi finanziatori, salpò verso sud da Panama con altri 160 uomini. Durante questo viaggio, incontrarono nelle acque del Pacifico una nave a vela di leggero legno di balsa, che trasportava manufatti inca per commerciarli con un tipo di preziose conchiglie che si pescavano più a nord.

La spedizione di Pizarro era entrata per la prima volta in contatto con una civiltà che, come gli spagnoli compresero subito, doveva essere complessa e organizzata. Gli occupanti della nave, inoltre, portavano ornamenti di oro e di argento, come gli esploratori si affrettarono a raccontare in una lettera all’imperatore Carlo V. Forse quelle terre inospitali nascondevano qualcosa per cui valeva la pena continuare a cercare.

Dopo altri mesi di dure esplorazioni, Pizarro trovò finalmente la prima città inca, Tumbez, dai grandi edifici in pietra e dalle strade organizzate secondo un piano a scacchiera. Ora il conquistador poteva essere certo che davanti a lui c’era un grande e complesso impero, forse non meno ricco e vasto del teatro delle gesta di Cortés, più a nord. Ma nonostante portasse con sé abiti, manufatti di metallo e di ceramica, alcuni lama e dei ragazzi indios, Pizarro non riuscì a convincere il governatore di Panama della necessità di una nuova spedizione. Dovette andare fino in Spagna – dove non tornava da venticinque anni – per ottenere l’approvazione reale.

Il 26 luglio 1529, dopo aver fatto una grande impressione su Carlo V con i racconti dell’estensione e delle ricchezze del nuovo reame, Pizarro ottenne un’autorizzazione a esplorare e conquistare le nuove terre chiamate Peru, insieme al titolo di suo governatore e capo militare. Per uno scherzo del destino, in quegli stessi giorni la corte di Toledo vide sfilare davanti a sé i tesori dell’impero messicano: anche il grande Cortés era ritornato in patria.

I due, che erano forse lontani cugini – Cortés, come Pizarro e gran parte dei primi conquistadores,proveniva dall’Extremadura – si incontrarono in quell’estate spagnola, l’uno di ritorno dopo aver conquistato un regno popoloso quanto la madrepatria, l’altro in partenza con la speranza di trovare altrettanta gloria.

Pizarro ripartì da Siviglia nel gennaio del 1530, portando con sé un nuovo gruppo di avventurieri, tra cui i suoi tre fratelli minori Hernando, Juan e Gonzalo. Dopo aver fatto tappa a Panama per organizzare la spedizione di conquista, Pizarro salpò con tre navi e 180 uomini nel dicembre di quello stesso anno. Sbarcato sulla costa dell’attuale Ecuador settentrionale, nella remota periferia dell’impero inca, il gruppo cominciò una lenta e difficile avanzata via terra. Ci vollero mesi per arrivare di nuovo a Tumbez, che Pizarro trovò in rovina, senza più traccia neppure degli spagnoli che aveva lasciato anni addietro come prima colonia. La città ordinata che aveva promesso l’esistenza di un vasto impero organizzato era semidistrutta. Che cosa era successo?

2. Il figlio del sole: Atahualpa

Il cuore dell’impero inca era negli altipiani intorno alla catena delle Ande; le valli costiere, che discendevano come i denti di un pettine dalla cordigliera al mare, erano state conquistate a poco a poco ed erano abitate da popolazioni assoggettate e appartenenti ad altre etnie. Non era un impero molto antico: il popolo inca aveva cominciato la sua espansione dall’area di Cuzco, tramite alleanze e guerre di conquista, solo nei primi decenni del XV secolo.

Circa novant’anni più tardi, l’impero si estendeva da nord a sud per quattromila chilometri: gli attuali Ecuador, Bolivia e Perù fino al Cile, e da est a ovest per diverse centinaia, dalle coste del Pacificio ai confini della foresta amazzonica. Un totale di circa tre milioni di chilometri quadrati, anche se più sparsamente popolati rispetto al Messico. È difficile sapere con certezza il numero degli abitanti dell’impero al momento dell’arrivo degli spagnoli e gli studiosi hanno dato valutazioni molto differenti. Le stime più attendibili pongono il numero intorno ai dieci milioni.

Poco prima dell’arrivo di Pizarro, il sovrano di quel vasto impero si chiamava Huayna Capac. Aveva passato molti anni lontano dalla capitale Cuzco, impegnato nel nord contro alcuni popoli che abitavano l’odierna Colombia. Durante queste campagne militari venne informato per la prima volta dell’arrivo via mare di strani visitatori. Ma il sovrano non li avrebbe mai visti: in una data imprecisata tra il 1525 e il 1527 morì di una improvvisa malattia.

Secondo un’opinione oggi assai diffusa, Huayna Capac era morto e gran parte della sua corte era stata spazzata via a causa di una epidemia di vaiolo. Il vaiolo, come il morbillo, la scarlattina, la difterite, la parotite e il tifo, era sconosciuto nelle Americhe, raggiunte dall’uomo molto di recente per i tempi della storia universale: “appena” quindici o ventimila anni fa, da un gruppo di cacciatori siberiani che attraversò lo stretto di Bering. Nell’arco di mille o duemila anni, i loro discendenti arrivarono fino alla Patagonia, ventimila chilometri più a sud.

Con un altro viaggio, nell’autunno del 1518, un uomo di cui non conosceremo mai il nome arrivò a Santo Domingo, sull’isola detta Hispaniola, infetto dal virus del vaiolo. Il vaiolo è definito “patologia di gregge”, perché si pensa che sia nato inizialmente tra gli animali che vivono in gruppi molto compatti, come greggi o branchi. L’allevamento e l’agricoltura stanziale hanno portato a una vicinanza tra uomo e animale che ha favorito il passaggio del virus all’uomo: una prova di questa genesi del vaiolo sembra essere la somiglianza tra la variante umana e quella bovina.

La popolazione americana, geograficamente più sparsa e più recente, non aveva sviluppato difese immunitarie contro molte patologie di gregge, anche perché l’allevamento in grandi gruppi era molto poco diffuso. Così, nel 1518, la prima epidemia di vaiolo del Nuovo Mondo infuriò sulla popolazione locale tanto che, nel gennaio dell’anno successivo, due frati gerosolimitani scrissero a re Ferdinando dicendo che un terzo degli indios era morto solo negli ultimi due mesi. Nei decenni della conquista, le epidemie avrebbero periodicamente colpito la popolazione delle Americhe, indebolendo spesso le difese davanti ai conquistadores.

Quale che sia stata la causa della morte di Huayna Capac, la sua successione si rivelò presto assai difficile. L’erede designato, Ninan Cuyuchi, era morto anche lui nell’epidemia, e due suoi figli emersero presto come principali pretendenti: nella capitale imperiale Cuzco, Huascar; a Quito, milleseicento chilometri più a nord, il comandante dell’armata imperiale Atahuallpa. Tra i due fratelli cominciò presto una spietata guerra civile.

D’altra parte, molti degli undici sovrani inca che avevano regnato fino ad allora avevano raggiunto il trono dopo simili lotte, perché la successione ereditaria inca non era troppo rigida e definita. In una delle fasi del conflitto, la città di Tumbez fece l’errore di schierarsi con Huascar. Venne attaccata e distrutta dagli uomini di Atahuallpa, non molto tempo prima che Pizarro tornasse in Perù e vedesse gli effetti di quella disputa dinastica.

Con il suo esercito esperto e temprato dalle guerre nel nord, Atahuallpa era riuscito ad avere la meglio sulle armate del fratello in una serie di battaglie combattute nel nord dell’odierno Perù, respingendo l’attacco iniziale a Quito da parte dell’esercito del sud. Nel novembre del 1532 la guerra civile stava volgendo al termine, Cuzco era stata occupata dai generali del nord e Atahuallpa ne era uscito trionfatore.

3. La scena

Pizarro scoprì a poco a poco, tramite gli interpreti e gli informatori, le vicende della guerra civile appena conclusa. Ancora una volta dovette venirgli in mente l’esempio di Cortés, che aveva saputo sfruttare le divisioni tra le varie città-stato messicane a proprio vantaggio nella conquista dell’impero azteco. L’8 novembre 1532, saputo che Atahuallpa era accampato non troppo distante nella sua marcia verso sud, per prendere possesso della capitale imperiale da vincitore, Pizarro abbandonò la costa peruviana e si diresse verso l’interno con il suo piccolo seguito. Erano passati sei mesi da quando aveva lasciato Tumbez; sei mesi durante i quali aveva esplorato l’arida zona del Perù nordoccidentale, combattuto alcuni capi locali e fondato le prime colonie. I suoi uomini fecero il loro primo incontro con il freddo delle altitudini andine e marciarono a lungo per un territorio brullo e impervio. Arrivarono a Cajamarca il 15 novembre 1532.

Da parte sua, Atahuallpa aveva inviato qualche giorno prima un suo consigliere, un nobile inca, a informarsi sulla forza e sulle intenzioni dei nuovi venuti. Gli era arrivata notizia molto presto del loro arrivo e dei saccheggi e degli abusi verso la popolazione locale che avevano compiuto a nord, ma fino ad allora la guerra civile gli aveva messo di fronte problemi più pressanti. Il suo emissario si trattenne qualche giorno presso una piccola avanguardia di Pizarro nella cittadina di Cajas, fu incuriosito dai cavalli (e dalle barbe) degli spagnoli e invitò infine gli stranieri a proseguire fino a Cajamarca, dove avrebbero potuto incontrare Atahuallpa in persona.

L’imperatore inca e il suo stato maggiore, circondati da un esercito di decine di migliaia di uomini, non erano certo preoccupati dall’arrivo di poco più di 150 stranieri, per quanto questi si fossero dimostrati fino ad allora aggressivi e violenti. Secondo una fonte, Atahuallpa stesso avrebbe detto più tardi che cosa intendeva fare dei nuovi arrivati. Li avrebbe uccisi, castrati e fatti custodi delle sue mogli. Alcuni sarebbero stati sacrificati al sole. Infine, avrebbe preso i loro cavalli e li avrebbe fatti allevare, dato che gli animali erano «la cosa che ammirava di più».

4. Cajamarca

La scena è la piazza principale di Cajamarca. La piccola città, abitata forse da cinquecento persone, sta in una piccola e fertile valle, circondata da colline, sulle cui pendici è accampato l’esercito dell’imperatore inca, forte della recente vittoria sull’esercito di Huascar. Nella notte, dalla città si vedono i fuochi dell’accampamento «così vicini e numerosi che parevano un cielo brillante di stelle», come scrisse un testimone. Una delegazione spagnola di una quindicina di cavalieri, che era andata a fare la prima visita ad Atahuallpa la sera del 15 novembre, stimò 40 mila soldati nell’accampamento.

La piazza centrale è circondata per tre lati da edifici di pietra dai muri massicci, dalle facciate molto larghe e aperte sulla piazza con una serie di porte: sono i kallankas, edifici pubblici che sono all’occasione caserme, mercati o dormitori e che sono tipici di tutti i capoluoghi dell’impero inca. Il mattino del 16 novembre 1532, un sabato, nella piazza ci sono 62 cavalieri e 102 fanti: centosessantotto soldati spagnoli, che Francisco Pizarro ha nascosto, in attesa, negli edifici, nei cortili, nei punti d’accesso alla piazza.

La cavalleria è divisa in due squadre, l’una al comando di Hernando Pizarro – uno dei suoi quattro fratelli, tutti presenti quel giorno – e l’altra di Hernando de Soto, che dieci anni più tardi e migliaia di chilometri più a nord sarebbe stato il primo europeo ad attraversare il fiume Mississippi. Gli spagnoli hanno anche una dozzina di archibugi.

L’attesa è lunga: l’imperatore inca con il suo enorme seguito comincia a muoversi nella tarda mattinata. Atahuallpa aveva accettato di incontrare quegli strani visitatori che venivano da terre di cui ignorava l’esistenza, e che montavano grandi animali che non si erano mai visti in quella parte del mondo. I testimoni spagnoli sono concordi nel descrivere un corteo di guerrieri, servitori, danzatori e suonatori composto da migliaia di persone.

Atahuallpa era trasportato a spalla, da decine di uomini, alto su una lettiga. Finalmente, dopo pause frequenti, arresti e ripartenze, nel tardo pomeriggio il lento corteo entrò nella piazza di Cajamarca e la riempì completamente. Alcuni tra gli spagnoli in attesa – la maggior parte aveva tra i venti e i trent’anni – erano in preda al terrore, scrisse Pedro Pizarro. Si trovavano a millecinquecento chilometri di distanza dai rinforzi, soli e senza possibilità di fuga, a pochi metri dal sovrano di un regno che doveva essere certamente grande e potente come nessun altro in quelle terre.

Il primo ad andare incontro a Atahuallpa, emergendo dagli edifici ai lati della piazza, fu un frate, Vincente de Valverde, che secondo i testimoni spagnoli avanzò verso l’imperatore reggendo in una mano una croce e nell’altra una bibbia o un libro di preghiere. Le cronache divergono sull’esatto contenuto della conversazione – ci fu probabilmente un invito a cenare con Pizarro, che venne rifiutato – ma presto il frate comunicò all’imperatore, tramite l’interprete, il messaggio del cosiddetto Requerimiento: la dichiarazione di sovranità della corona di Spagna su quelle terre, in base all’autorità del papa e, in definitiva, del Dio dei cristiani.

Atahuallpa era invitato a riconoscere l’autorità di un re che stava di là dell’oceano e di cui sentiva parlare per la prima volta e, in altre parole, di fare atto di sottomissione davanti a quello sparuto numero di nuovi venuti.

Ma il Requerimiento chiariva anche che cosa sarebbe successo in caso contrario: «vi diciamo che con l’aiuto di Dio noi andremo potentemente contro di voi, e vi faremo guerra in tutti i luoghi e i modi in cui potremo, e vi assoggetteremo al giogo e all’obbedienza della Chiesa e delle Loro Maestà, e prenderemo voi e le vostre mogli e i vostri figli e li faremo schiavi.»

Atahuallpa non poteva sapere quanto quelle parole fossero profetiche, ma chiese e ottenne di vedere il libro portato dal frate. Gli inca non conoscevano né libri né scrittura, e Atahuallpa si trovò in difficoltà al momento di aprire il tomo chiuso. Fra’ Vincente si avvicinò per aiutarlo, ma l’imperatore – raccontano i testimoni spagnoli – lo colpì, sdegnato per quell’insolenza. Poco dopo gettò via anche il libro.

Valverde era furioso. Si rivolse a Pizarro dicendo di attaccare «quei cani infedeli che rifiutano la parola di Dio», come riporta un testimone, e quel «tiranno che ha gettato nella polvere il Libro della legge divina». Pizarro diede l’ordine di attacco: i fucili spararono, le fanfare esplosero in suoni di battaglia, i soldati a piedi e i cavalieri uscirono dai loro nascondigli e si gettarono contro gli indiani nella piazza al grido di guerra di «Santiago!». Secondo alcuni, gli indiani erano disarmati; sia come sia, quello che seguì fu un vero e proprio massacro.

Centinaia e centinaia di indios, colti dal panico per l’attacco a sorpresa, cercarono di scappare dalla piazza, accalcandosi intorno alle uscite. Alle loro spalle, gli spagnoli uccidevano dall’alto dei loro cavalli, quando non schiacciavano corpi nelle cariche o falciavano a distanza con gli archibugi. Al centro di quel disastro c’era la lettiga su cui era seduto Atahuallpa, verso cui si diresse, a piedi, Pizarro in persona: «Uccidemmo gli indiani che portavano a spalla Atahuallpa, ma altri prendevano subito il loro posto, e in questa maniera perdemmo molto tempo tentando di ucciderli man mano che sopraggiungevano». Alla fine, alcuni cavalieri spagnoli si lanciarono contro un fianco della lettiga e riuscirono a rovesciarla su un lato. Atahuallpa venne catturato e portato via.

Fino a sera, i cavalieri spagnoli inseguirono gli indios in rotta per i campi intorno alla città, mentre l’esercito rimasto sulle pendici delle colline, privo del suo comandante supremo, non mosse all’attacco. Nella piazza di Cajamarca erano stati uccisi molti nobili e importanti funzionari del regno, oltre a un numero imprecisato e imprecisabile – i racconti spagnoli dicono 6-7.000 – di componenti del seguito di Atahuallpa, che quel giorno avevano «riempito la piazza». Per contro, gli spagnoli non avevano subito più di quattro o cinque perdite, e secondo diversi resoconti nessuna.

In Armi, acciaio e malattie, Jared Diamond prende la battaglia di Cajamarca a simbolo di quello che succede quando una tecnologia bellica ne incontra un’altra molto meno avanzata. Gli spagnoli indossavano armature e portavano spade di acciaio e fucili, mentre gli inca potevano opporre solo armature di tessuto spesso (solitamente cotone), bastoni, asce e mazze in bronzo, legno o pietra. Ma il vero vantaggio, a Cajamarca come in tutte le campagne militari successive, veniva dal poter combattere a cavallo contro grandi eserciti di uomini appiedati. Con poche decine di cavalieri, nei mesi e negli anni successivi, gli spagnoli avrebbero avuto ragione di migliaia di uomini.

5. Il riscatto

Davanti al vecchio conquistador c’era ora il sovrano dell’impero inca, fatto prigioniero. Sarebbe rimasto nel tempio del sole ai margini di Cajamarca, sorvegliato con attenzione dagli spagnoli, per molti mesi, ma avrebbe continuato ad essere il sovrano inca – e avrebbe ordinato il pagamento del più grande riscatto della storia.

Atahuallpa, infatti, notò molto presto che i conquistadores erano interessati soprattutto ai metalli preziosi, in particolare oro e argento, e al modo di procurarsene altro. Dal solo accampamento sulle colline gli spagnoli recuperarono oltre 350 chili d’oro e l’imperatore disse loro che si trattava del suo servizio da tavola. Forse sperando che quei 168 uomini fossero unicamente una banda di predoni, che se ne sarebbe andata una volta ricevute sufficienti ricchezze, Atahuallpa offrì ai suoi carcerieri il prezzo del suo riscatto: una stanza piena d’oro. La stanza in questione misurava circa sette metri per cinque, e sarebbe dovuta essere riempita di oggetti preziosi fino a una linea bianca tracciata a metà della sua altezza – più o meno a due metri e mezzo dal suolo.

Atahuallpa promise anche una quantità di argento doppia rispetto all’oro, e disse di poter raccogliere tutto nell’arco di pochi mesi. Pizarro accettò e fece chiamare un uomo del suo seguito per registrare il tutto con un regolare contratto – regolare secondo le norme della Spagna, al di là dell’oceano. Al pagamento del riscatto, l’imperatore sarebbe potuto tornare in libertà, promise Pizarro.

Con questa assicurazione, cominciarono i mesi di prigionia di Atahuallpa. I suoi ordini venivano ancora accettati dai capi locali e dai funzionari dell’impero e i suoi messi viaggiarono per portare la notizia di raccogliere l’oro. Nel frattempo, gli spagnoli chiesero rinforzi a Panama, per far arrivare le forze necessarie alla definitiva conquista.

Atahuallpa si dimostrò un ostaggio collaborativo e arrivò a stringere buoni rapporti con diversi spagnoli, che nelle cronache lasciano trasparire la loro ammirazione per lui. Imparò a giocare a scacchi. Rimase circondato da un ampio numero di servitori e non abbandonò il lusso a cui era abituato e che discendeva dalla sua autorità semidivina, né gli elaborati cerimoniali della corte quando riceveva visite.

Giorno dopo giorno, l’oro arrivava a Cajamarca. Nel marzo del 1533 gli oggetti cominciarono ad essere fusi, per ordine di Pizarro, per trarne lingotti ed essere infine distribuiti tra i conquistadores. Da allora fino al luglio successivo sarebbero state distrutte undici tonnellate di oggetti d’oro, provenienti dai più ricchi templi dell’impero e dalla capitale Cuzco: il gigantesco riscatto è uno dei motivi principali per cui l’artigianato inca in metalli preziosi è una rarità assoluta.

Nel frattempo, obbligati a restare a Cajamarca salvo per limitate spedizioni, gli spagnoli diventavano sempre più sospettosi dell’imperatore. Atahuallpa dovette comprendere, nell’estate del 1533, che gli stranieri non si sarebbero accontentati del riscatto, e probabilmente manovrò tramite i suoi emissari per organizzare un attacco agli spagnoli. Temendo l’avvicinarsi di un’armata inca, in preda al panico, Pizarro e i suoi tennero una serie di riunioni per discutere il da farsi. Venne infine deciso che Atahuallpa era colpevole di tradimento e meritava la condanna a morte.

Non vi fu un processo e tutto si svolse molto rapidamente. Atahuallpa venne ucciso nella tarda serata del 26 luglio 1533, nella stessa piazza centrale di Cajamarca dove era stato fatto prigioniero più di nove mesi prima. Prima di essere strangolato, si convertì al cristianesimo: la conversione avvenne, paradossalmente, per evitare di morire sul rogo e poter così mantenere intatto il suo corpo, come prescriveva la religione incaica per permettere la vita nell’Aldilà.

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