Web Series: trionfo dell’artigianato televisivo

Web Series: trionfo dell’artigianato televisivo

Addentrarsi nel terreno della creatività sul Web è come decidere di camminare su una superficie pavimentata di uova senza sapere quali di esse siano sode, quali fresche e quali marce. Il rischio minore è finire inzaccherati, quello maggiore è finire inzaccherati e puzzolenti. Senza contare il fatto che è impossibile procedere più di tanto evitando disastri. Il problema è che è molto difficile scrivere di creatività senza tenere in considerazione il Web. Impossibile, parlando di televisione — ben inteso che il concetto di televisione non si riferisce più allo scatolone a tubo catodico, né agli schermi piatti da centoventi pollici ma a un’entità subdola, in grado di insinuarsi in qualsiasi mezzo e permeabile a qualsiasi tipo di iniziativa personale aleggi nell’aria.

In Italia attorno alla definizione di Web Series è ancora tutto tremendamente poco chiaro: non esiste uno standard qualitativo adeguato — se la Rete è la terra di tutti, allora tutti devono avere una chance — , non esiste un formato univoco — possiamo fare quello che ci pare? Facciamo quello che ci pare — e continua a non vedersi lo straccio di un quattrino. Se le prime due costatazioni possono essere aggirate con la scusa del “nuovo mezzo” o per lo meno del mezzo di cui i giornali si sono accorti solo ora, e comunque trovano un compimento in chi ha la professionalità per portare il gioco a un livello più alto, combinarle con la terza manda tutto a rotoli. Con la scusa dei soldi si giustifica un abbassamento della qualità di produzione, la mancanza dei mezzi spiega il livello amatoriale dei prodotti e le buone intenzioni vanno a infrangersi contro uno sbocco professionale praticamente inesistente. Chi fa le Web Series è condannato a rimanere nel Web per sempre e con tutta probabilità a continuare a rimetterci di tasca propria. Esistono le eccezioni, naturalmente, ma a guardarle da vicino non fanno che gettare altro carburante sul già scoppiettante fuoco dell’ambiguità — chi adesso è pronto a obbiettare che i ragazzi del Terzo Segreto di Satira sono finiti su La7, dovrebbe concedersi un momento per pensare all’ultima volta che ha veramente guardato La7. Per tirare le somme: Web Series è uno spettro largo di tutto ciò che va dai filmati virali su YouTube ai corti amatoriali, purché sia contenuto in un sito internet e abbia un rapporto di codipendenza con i principali Social Network, non produce introito e quindi non è commerciabile, al limite è rivendibile per un determinato periodo di tempo, ma sempre con un certa sufficienza.

Negli Stati Uniti, come se le barriere geografiche fossero davvero ancora influenti, le cose sono un po’ più chiare e l’ordine di grandezze è stato imposto da tempo. Le Web Series hanno il pregio enorme di essere ancora un prodotto artigianale, ma elevato dalla professionalità e dalla cura di chi ci lavora. È probabile che la differenza la faccia la prospettiva di uno sbocco lavorativo reale, già esistente da un gradino sotto lo sbarco in un Network televisivo, ma è impossibile confondersi riguardo al formato e alla qualità. Mentre le serie tv si stanno adattando alla narrazione lunga e alle trame complesse, i nativi della Rete hanno imparato a rispondere correttamente alle esigenze di un pubblico distratto da un numero sempre crescente di stimoli consecutivi e si sono stabilizzati su una forma che soddisfi le necessità senza imporre un grado troppo elevato di attenzione: dieci puntate, dieci minuti a episodio, meglio se comiche. È così semplice. Certo, non significa che tutti i prodotti che rispondono a questi canoni valgano la pena di essere cercati e il sovraffollamento del Web fa sì che ancora molto vada perduto, ma per lo meno esiste un termine di riferimento fuori dal quale si può relegare l’ignoto. La barra di platino-iridio della nuova tv.

Alexandra Roxo e Natalia Leite sono film-maker piuttosto giovani e più o meno un anno fa, sotto l’etichetta Purple Milk, hanno cominciato a girare Be Here Nowish, una serie in dieci episodi che le vede in veste di produttrici, registe e protagoniste e che aveva nel proprio Dna la selezione per il TriBeCa Film Festival. Loro ovviamente non potevano saperlo. «Lavoravamo già intorno alla macchina da presa, quando ci siamo conosciute — mi racconta Alexandra — e dato che siamo entrambe di origine brasiliana e abbiamo un sacco di affinità abbiamo deciso di cominciare a lavorare assieme. La prima cosa che abbiamo fatto è un documentario intitolato Serrano Shoots Cuba, che poi è stato distribuito da Vice. Be Here Nowish è venuta dopo, ma non molto. Non l’abbiamo girata tutta di seguito, l’abbiamo fatta nei ritagli di tempo tra un lavoro e l’altro». La serie è geniale, di una comicità sferzante e disincantata, segue i vagheggiamenti sessuali di due ventenni di Brooklyn che decidono di partire per Los Angeles a cercare se stesse, in un turbine di assurdità organiche e fesserie ayurvediche. Basta la pulizia e la spontaneità dei dialoghi a giustificare l’attenzione che ha conosciuto, ma una volta arrivati in fondo diventa chiaro che è un tassello per qualcosa di più grande. «Abbiamo pensato che una Web Series potesse essere un buon punto di partenza — racconta Natalia, serissima — e potevamo fare tutto da sole. Abbiamo iniziato con un crowdfunding da ventimila dollari che non copriva la post-produzione e ci siamo date da fare. Man mano che la cosa andava avanti, l’attenzione cresceva e altre persone si sono dette disponibili a finanziare il progetto — che rimane comunque a budget molto basso — e così siamo arrivate fino in fondo».

In casi come questo, di una partenza a zero, la maggior parte degli sforzi vanno dedicati al cercare una collocazione. «Per mettere assieme il nostro pubblico ci è voluto un po’ di tempo, perché non abbiamo investito per niente nella pubblicità. Cercavamo un posto dove mettere le puntate e allora abbiamo aperto un sito dedicato, ma per il resto è stato tutto affidato al passaparola. Probabilmente abbiamo davvero fatto un buon lavoro, perché alla fine la gente ha cominciato a interessarsi a noi». Quello che conta è l’idea: Roxo e Leite hanno portato in Rete qualcosa di diverso da tutto, una visione profondamente femminile e aspra di quella stessa condizione che molti altri condividono. «Non abbiamo fatto niente di speciale: abbiamo preso quello che conoscevamo e lo abbiamo trasformato in una serie. Se ci fossimo messe a pensare a cosa avremmo dovuto fare per prendere il pubblico, è probabile che ci saremmo trovate con un prodotto forzato».

Siamo d’accordo nel dire che il Web è una giungla nella quale è difficile orientarsi e bisogna possedere le doti di un ottimo esploratore per trovare il proprio sentiero. «La verità è che c’è abbastanza spazio per tutti ed è il momento di essere veloci e affamati. C’è moltissima qualità in Rete, per cui bisogna essere veramente bravi e mettere tutta la dedizione possibile in quello che si fa, oltre che un sacco di tempo e un sacco di energia. I prodotti diventano di giorno in giorno più specifici e sale la competitività. Non c’è il rischio di togliersi l’aria l’uno con l’altro, ma esiste quello di passarsi davanti e di oscurarsi. È una dimensione divertente, ma se non la si prende sul serio si rischia di sparire nel gorgo del tutto-sullo-stesso-livello». L’ordine della dimensione Web americana permette di decifrare una crescente specificità delle serie destinate a passare a un livello superiore. Be Here Nowish è personale, quasi intima, ma allo stesso tempo facilmente comprensibile. «È incredibile quante persone si siano ritrovate in quello che raccontiamo».

Quella di Alexandra e Natalia è la storia di un auto-produzione di successo che le ha portate a un riconoscimento internazionale e le ha messo in mano i mezzi per proseguire sulla loro via artigianale. Nella primavera del 2015 uscirà il loro primo film, intitolato Bare, scritto e diretto da Leite e co-prodotto da Roxo e andrà ad alimentare quella promettente e sempre stimolante fetta di cinema che va sotto la definizione di “indipendente”. Grazie a Be Here Nowish e al marasma del Web so cosa aspettarmi e per questo non potrei essere più grato.

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