TaccolaCosa succede se arriva la Troika

Cosa succede se arriva la Troika

Prima o poi entrerà anche nelle favole per bambini. Dopo l’uomo nero, l’orco, il Gruffalò, ecco la Troika. Tre teste (Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Bce), mille tentacoli e un’espiazione assicurata a chiunque non abbia fatto i compiti casa o non marci al ritmo giusto. E come per ogni cattivo delle favole, c’è la minaccia che arrivi se non si fa i bravi. «Se falliamo noi arriva la Troika. Visto quello che dice Juncker?» ha ammonito il premier Renzi mercoledì 10 dicembre.

I consigli di Christine Lagarde: “agite su banche, lavoro e giustizia”

Il mostro visto da vicino ha una voce suadente. Come quella di Christine Lagarde – a capo del Fmi, una delle tre teste della chimera -, che il 9 dicembre, all’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi ha parlato di speranza per i giovani, disuguaglianze da superare, disoccupazione da combattere. Dopo i riferimenti al sorriso della Gioconda e al genio di Leonardo, sono arrivate le indicazioni delle riforme strutturali su cui “è necessario intervenire”: mercato del lavoro (“Jobs Act accompagnato dall’abbassamento del cuneo fiscale”), settore bancario (“renderlo più forte nel sostenere la ripresa soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese”) e giustizia (“dimezzare la durata delle controversie di lavoro aumenterebbe dell’8% la possibilità di ottenere impiego”). Parole di buon senso, accompagnate da una serie di appelli all’Europa a «dar fuoco a tutte le cartucce»: abbia una certa flessibilità nel Patto di stabilità, sostenga infrastrutture paneuropee e investimenti transnazionali, lasci che la Bce acquisti obbligazioni private e bond degli Stati. 

Matteo Renzi e Christine Lagarde a Palazzo Chigi, il 10 dicembre (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Metodo Troika

Peccato che la Troika, quando si muove (come ha fatto in Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro), non si limiti a dare suggerimenti di buon senso. Il suo approccio viene definito dall’economista Paolo Manasse, docente di Macroeconomia ed Economia politica all’Università di Bologna, “micro-management”. Ossia decidere tutte le misure da adottare nel minimo dettaglio, sia del merito che della tempistica. «Parlavo con un amico – dice a Linkiesta – che è stato nella Troika che ha seguito il Portogallo. Off the records si è detto scandalizzato dal dettaglio minuziosissimo che proveniva dalla Troika, soprattutto dall’Europa. I dettagli dovrebbero essere lasciati alla sovranità nazionale, nel rispetto dei saldi di bilancio. Se un Paese si deve appropriare delle riforme, deve avere un margine di trade-off negli interventi. L’approccio autoritario è inutile e controproducente». 

La presa tedesca

Paolo Manasse: “la Troika impone la sofferenza a chi ha sbagliato. È un’idea di espiazione tutta tedesca”

L’ossessione del dettaglio non è comune a tutte le teste dell’Idra. «La cosa dannosa è il coinvolgimento dell’Europa – continua Manasse -. C’è stato un commissariamento politico, diverso dal commissariamento tecnico tipico del Fondo Monetario Internazionale. È più un’impostazione della Commissione che della Bce. A tirare le fila è la Commissione, anzi, per essere più espliciti è la Germania. Mentre il Fondo monetario internazionale è visto come un organismo sovranazionale, in questo caso l’impressione è che ci sia un altro Paese che difende i propri interessi. Peggio, che impone la sofferenza a chi ha sbagliato. È un’idea di espiazione tutta tedesca».  

Più sfumato il giudizio di Guntram Wolff, direttore dell’autorevole think tank europeo Bruegel, con sede a Bruxelles. «La Commissione europea è molto più parsimoniosa e dettagliata nella condizionalità della struttura. Ci sono due ragioni. La prima è che la Commissione è un’istituzione che ha più conoscenze dell’Fmi: ha unità per l’occupazione, per la salute e su molti altri aspetti e questa è la ragione per cui sono più dettagliati. La seconda ragione è che la Commissione ha un ruolo maggiore da giocare perché alla fine delle date degli interventi non ci sarà alcun programma di aggiustamento; essendo l’istituzione che deve prendersi cura e responsabilità dell’Unione europea ha interesse a migliorare i fondamentali dei Paesi». 

Per il capo economista del centro studi Nomisma, Sergio De Nardis, si continua «a vedere una sottovalutazione di questo ordoliberismo tedesco, che non vede altro che applicazione delle regole, non vede che l’economia sta giù per insufficienza della domanda. La riduzione degli stipendi in Grecia e Portogallo è il diretto risultato delle politiche della Troika. Poi ci sono altre conseguenze, oltre alla disoccupazione: ci sono studi di riviste scientifiche affidabili che dimostrano come la salute pubblica in Grecia abbia risentito pesantemente degli interventi». 

La Troika a Roma

De Nardis, Nomisma: la Troika ributterebbe l’Italia in una terza recessione

Il precedente greco è quello che fa più paura se si immagina una discesa dei rappresentanti delle tre istituzioni a Roma. Le lettere a Roma della Bce sono come noto già arrivate, la più famosa ma non certo l’ultima quella del 5 agosto 2011 che segnò la fine dell’era Berlusconi. Ma un intervento della Troika sarebbe molto più dirompente. «Sarebbe un fatto negativo – commenta Sergio De Nardis -. Innanzitutto per una motivazione di tipo economico: significherebbe imporre misure di consolidamento fiscale con tempo scelti dalla Troika nel dettaglio. Questo ributterebbe l’Italia in una terza recessione. Poi c’è la motivazione politica. Questa soluzione verrebbe rigettata dalla gran parte degli italiani». 

23 ottobre 2011: Berlusconi e Manuel Barroso, ex presidente della Commissione Ue, al Consiglio Europeo. Meno di un mese dopo le dimissioni dell’ex premier (JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Secondo Paolo Manasse «politicamente sarebbe la fine di Renzi. Si era presentato come l’uomo del cambiamento, quindi finire sotto la tutela della Troika sarebbe per lui una batosta. Ci sarebbe un match tra Grillo e Salvini. Comunque si avrebbe una fortissima opposizione». Diversa è invece la valutazione economica. «Dal punto di vista economico – spiega il docente dell’Università di Bologna – sarei contento se tornasse Cottarelli (ex commissario alla spending review, ndr) a dire “ora comando io”. Nella sostanza sarei contento. Ma sarebbe molto difficile. La conseguenza politica è facilmente intuibile e nessuno vorrebbe un Paese ingovernabile. Per le dimensioni dell’Italia lo scenario sarebbe la disintegrazione dell’Europa, sarebbe molto pericoloso». 

Guntram Wolff, Bruegel: “se la Troika arrivasse in Italia ci sarebbe una crisi politica dell’Ue, non sottovaluterei quello che potrebbe accadere”

«Questa è davvero una domanda a cui non è facile rispondere – dice Guntram Wolff dell’istituo Bruegel a proposito delle conseguenze di un intervento della Troika in Italia -. Sicuramente ci sarebbe, come nei casi precedenti, un programma per l’Italia. Non lo sto prevedendo. Dico che se ci fosse, sarebbe diverso dagli altri, perché l’Italia è una nazione molto grande, con moltissimo debito, e quindi il programma dovrebbe considerare queste circostanze e prevedere un aggiustamento minore di quelli visti in precedenza. E più del programma è importante capire che ci sarebbe una crisi politica nell’Unione europea perché la crisi toccherebbe uno dei Paesi maggiori. Quindi non sottovaluterei quello che potrebbe accadere. In termini di cosa farebbe la Troika, non posso saperlo. Certamente coinvolgerebbe ogni parte dell’economia, compreso il sistema bancario, ma anche caratteristiche strutturali come il mercato del lavoro e naturalmente anche la politica fiscale, per cui sarebbe una cosa enorme». Banche, lavoro, sistema fiscale. Se si aggiunge la giustizia, sono proprio le priorità elencate da Christine Lagarde nell’intervento alla Bocconi.    

Processo alla Troika

Le misure della Troika hanno raccolto con il passare degli anni critiche da tutti i fronti: agli euroscettici e a chi ha storicamente osteggiato gli interventi di tipo liberista del Fmi, si sono via affiancati economisti come il premio Nobel Paul Krugman (per il quali ci sono stati pochi aiuti, tardivi e in cambio di misure depressive) e i parlamentari europei bipartisan che all’inizio del 2014 hanno aperto un’indagine per verificare il livello di democraticità e di trasparenza degli interventi. Perfino l’istituto Bruegel, vicino anche fisicamente alle istituzioni europee, ha pubblicato a febbraio uno studio analitico che non ha risparmiato critiche alla gestione, soprattutto nel caso greco.

Così Linkiesta descriveva il rapporto: 

«I programmi – si legge nel rapporto di Bruegel- erano basati su previsioni troppo ottimistiche sull’aggiustamento e la ripresa in Grecia e Portogallo». Del resto «in tutti e quattro i Paesi la disoccupazione è cresciuta in modo molto più significativo del previsto». Inoltre, «sebbene gli obiettivi di bilancio siano stati ampiamente rispettati, il rapporto debito-pil è lievitato molto più delle previsioni a causa di una forte contrazione del Pil» nei quattro Paesi. Contrazione dovuta a quattro fattori, dice Bruegel: «l’effetto più ampio del previsto del moltiplicatori fiscali (vale a dire proprio l’impatto negativo dell’austerity sulla crescita, ndr); un ambiente circostante peggiore del previsto (il riferimento è alla crisi che ha colpito tutta l’eurozona, ndr); una sottovalutazione delle sfide iniziali e della debolezza dei sistemi amministrativi e della ownership (il “fare proprio” il programma, ndr) da parte della politica».

Tutte valutazioni sbagliate che hanno l’aggravante di non aver tenuto in considerazione le condizioni delle popolazioni interessate. 

«Le questioni di bilancio – recita il documento – ricevono la massima attenzione nei documenti dei programmi», mentre «le questioni relative alla povertà sono scarsamente considerate nei documenti dei programmi e hanno ricevuto solo pochissima più attenzione nell’ultimo anno». Soprattutto «sono stati fatti scarsi progressi nella riduzione dei fondamenti problemi della disoccupazione soprattutto dei giovani».

Cosa voglia dire oggi avere 30 anni in Grecia lo ha descritto un recente servizio de Linkiesta: disoccupazione giovanile di oltre il 50%, disoccupazione tout-court al 26%, stipendi dimezzati dopo la riforma del lavoro, condizioni di salute della popolazione precipitate.

Novembre 2013. Un’immagine da una delle numerose manifestazioni in Grecia contro la Troika (LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

De Nardis, Nomisma: “Che le cose siano andate male lo dice anche il Fondo monetario internazionale”

A livello macro, il principale problema rimane il debito pubblico, ancora sopra il 170% del Pil, mentre il Pil, che è sceso del 25% rispetto a prima della crisi, quest’anno salirà dello 0,7% e nel 2015 dovrebbe attestarsi a un +2,9 per cento. Sul fatto che l’impatto della politica della Troika in Grecia sia stato «fortemente negativo» è certo Sergio De Nardis: «La crisi si doveva affrontare nel 2010. Le cose sono andate molto male e la perdita di un quarto del Pil dice tutto. Che le cose siano andate male lo dice anche il Fondo monetario internazionale, che ha pubblicato due documenti molto critici, e quindi autocritici, sulla gestione in Grecia, e in particolare riguardo al fatto che dopo la prima recessione (quella del 2008-2009, ndr) il ritiro dello stimolo fiscale avvenne troppo presto». 

È meno negativo il giudizio di Paolo Manasse. «I costi sociali sono stati enormi – commenta -. Se però uno guarda com’era la Grecia prima della crisi, è chiaro che era cresciuta su una traiettoria insostenibile. Era una bolla finanziata da credito estero e indebitamento. Siamo tornati a prima della bolla. È chiaro che è stata una crisi dolorosa: ha cancellato un benessere di 7-8 anni in un anno». Che prospettive ha una nazione messa così in ginocchio su tutti i fronti? «Se uno vede l’equilibrio di bilancio – spiega Manasse -, con un avanzo primario raggiunto così velocemente, è una cosa che non ha precedenti nel Dopoguerra. Bisogna capire se queste riforme oltre ai tagli hanno anche cambiato i comportamenti, i meccanismi politici, gli incentivi alla crescita. In Grecia c’è un tasso di crescita positivo e un surplus primario di dimensioni epocali. C’è un record di consolidamento strepitoso. È stata data in due anni una medicina che rischiava di uccidere il Paese e non l’ha fatto, soprattutto sulle isole». 

Il giudizio sulla Troika non si può limitare alla Grecia. Gli interventi sono stati fatti anche in Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro. Come ha mostrato un’analisi di Fabrizio Goria su Linkiesta, l’intervento è stato efficace quando le crisi hanno avuto origine bancaria, ossia in Irlanda e Spagna, mentre lo è stato molto meno quando l’origine ha riguardato i conti pubblici: Portogallo (dove le retribuzioni sono precipitate attorno al salario minimo di 500 euro) e soprattutto Grecia. «È come se ci fossero quattro Troike», sintetizza Manasse. Anche in Irlanda e Spagna i problemi sono però tutt’altro che risolti, a partire dalla disoccupazione (13% in Irlanda, 24,4% in Spagna). L’ascesa dei partiti anti-sistema in Irlanda (Sinn Fein), Spagna (Podemos) e Grecia (Syriza) è un sintomo evidente della gravità dei problemi sociali. 

Una manifestazione contro gli interventi della Troika in Portogallo nel 2012 (PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/GettyImages)

Nessun cambio di passo

Il disastro in Grecia, le critiche da tutti i fronti, l’affermazione dei partiti euroscettici alle ultime elezioni europee, la condizione posta dal Partito Socialista Europeo a Juncker di cambiare rotta sulla Troika se voleva essere eletto a presidente della Commissione europea. Sta bastando tutto questo a far modificare l’impostazione dell’organismo a tre teste? «No, almeno per ora non c’è alcuna novità, anche perché la Commissione si è insediata effettivamente da circa un mese», fanno sapere dall’entourage di Gianni Pittella, capogruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) al Parlamento Europeo. «No, ed è un elemento di preoccupazione – concorda Sergio De Nardis -. La nuova Commissione europea è più politica e meno fiscale, ma continua a essere molto lontana dalle esigenze attuali». 

Guntram Wolff sottolinea come negli ultimi mesi non ci sia stato alcun cambiamento di impostazione. Tuttavia, «all’inizio la Troika si è concentrata esclusivamente sugli aggiustamenti fiscali, mentre nell’ultimo paio d’anni c’è stata più enfasi sulla parte non fiscale della questione, in particolare sulle riforme strutturali più profonde. L’altro punto di forte dibattito è se avesse senso fare gli aggiustamenti fiscali nei primi anni oppure no. La mia posizione è che questo dipende molto dalla prontezza dei creditori nel fornire più finanziamenti, perché la velocità dell’aggiustamento è essenzialmente funzionale a quante risorse sono a disposizione della Troika». 

Manasse: «Può essere comodo dal punto di vista politico dare la colpa a un soggetto esterno. La Troika è un capro espiatorio»

Ma a non voler cambiare la Troika potrebbero essere anche gli Stati. In fondo, avere un Babau da agitare può far tornare utile. «Può essere comodo dal punto di vista politico dare la colpa a un soggetto esterno – dice Paolo Manasse -. La Troika è un capro espiatorio. Piuttosto che prendere la responsabilità delle riforme i governi la scaricano all’esterno». Per questo «non so se cambierà, è un modo politico per non assumersi responsabilità».

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