Dimenticate Cuba: nel 2015 niente disgelo Usa-Iran

Dimenticate Cuba: nel 2015 niente disgelo Usa-Iran

«I never say never». La domanda era logica e Barack Obama non si è tirato indietro. «È possibile una riapertura dell’ambasciata americana a Teheran, negli ultimi due anni del suo mandato?», gli è stato chiesto nel corso di una lunga intervista a NPR. «Mai dire mai», ha risposto il presidente. In altri termini, se il 2014 è stato l’anno del disgelo cubano, il 2015 sarà l’anno della distensione con l’Iran? Alex Vatanka, iranologo, analista del Middle East Institute, non è così convinto del parallelo tra i Castro e gli ayatollah: «Obama si è dimostrato molto fermo nella volontà di rompere un tabù lungo più di cinquant’anni. Allo stesso modo, non si è fatto intimidire dalla considerazione che il Congresso fosse in buona parte contrario a tendere la mano a Cuba. Immaginare una sorta di soluzione cubana per l’Iran, però, è molto più complicato. Non si tratta solo di affrontare un’eredità storica, che bisogna maneggiare e sistemare con cura, come nel caso di L’Avana. L’Iran rappresenta una minaccia di grande attualità alla sicurezza internazionale, in un’area del pianeta in cui gli interessi americani sono sotto forte pressione. Inoltre, Obama, in fondo, è un realista, per cui rivedrà le proprie posizioni su Teheran solo nel caso in cui ci fosse la possibilità di raggiungere una buona intesa, non un’intesa qualunque».

La Casa Bianca, comunque, ha fatto un esplicito riferimento a Cuba, quando ha auspicato una normalizzazione delle relazioni con l’Iran. Prima l’accordo sul nucleare, poi lo smantellamento delle sanzioni, questo il piano d’azione. Vatanka ha un consiglio per gli ayatollah: «Io credo che Teheran dimostrerebbe saggezza se accettasse la presenza americana in Afghanistan, un fatto che il neo-presidente afghano Ashraf Ghani considera scontato. Questo rafforzerebbe gli interessi iraniani a Kabul e distenderebbe ulteriormente le relazioni con gli Stati Uniti». Tornando a L’Havana, un comune denominatore tra Cuba e Iran c’è, ed è quello delle sanzioni: «Queste misure punitive», dice Alex, «non sempre funzionano. Certamente provocano danni sulle economie delle nazioni che ne sono destinatarie, ma anche a Washington non c’è un consenso amplissimo sulla loro utilità. Le sanzioni possono portare a negoziare chi è restio, ma non necessariamente costringono i Paesi che ne sono colpiti ad arrendersi di fronte alla pressione americana».

Probabilmente a cambiare lo status quo geopolitico, più che le decisioni mirate, sono spesso i cigni neri, gli eventi imprevedibili ed imprevisti. In questo momento, il crollo del prezzo del petrolio, sceso sotto i sessanta dollari al barile. L’Iran, uno dei Paesi più colpiti, potrebbe essere costretto, nel 2015, a sospendere gli aiuti al regime di Assad, in Siria: «A Teheran sanno bene che Damasco potrebbe diventare una nave che affonda, e che questo inabissamento rischia di trascinare in basso anche l’Iran. Gli ayatollah hanno sempre meno denaro, a causa della caduta del petrolio, per cui devono decidere quali bisogni soddisfare. Ovviamente, le proprie esigenze sono in cima alla lista, per cui Assad potrebbe essere sacrificato al suo destino».

E se l’ultimo biennio presidenziale di Obama portasse a un cambio strategico? E se l’anatra zoppa puntasse finalmente su un regime change in Siria? «Improbabile», sostiene Vatanka. «Gli stessi fattori che hanno frenato Obama dall’intervenire a Damasco sono ancora in gioco. Non vedo le condizioni di questo cambio strategico».

Parlare di Siria equivale a parlare anche di Isis. Nel 2014 il gruppo terroristico guidato dal califfo al Baghdadi è diventato tristemente popolare in tutto il mondo. Una recente inchiesta del Washington Post ha mostrato però tutte le difficoltà che l’Isis (o, meglio, il Daesh, l’acronimo arabo, come hanno cominciato a chiamarlo francesi, americani e lo stesso ministro Gentiloni, in una battaglia linguistica che è anche politica) sta incontrando nell’amministrare i territori occupati tra Siria ed Iraq. Allo stesso tempo, i lupi solitari (o gli “sfigati solitari”, socialmente emarginati e disturbati, secondo una definizione del politologo francese Oliver Roy) creano terrore in molti Paesi, dal Canada all’Australia, innalzando il vessillo dell’Islam radicale. Che ne sarà nel 2015? L’analista del Middle East Institute teme un salto di qualità: «A differenza di Al Qaeda, il Daesh si è focalizzato sul nation-building nelle aree conquistate militarmente. Il prossimo anno potrebbe cambiare strategia e cominciare ad operare direttamente sul palcoscenico internazionale, nel momento in cui dovesse ritenere che è il modo migliore per colpire i propri nemici e mantenere la propria rilevanza».