Dipinti con le forbici: l’ultimo Matisse

Dipinti con le forbici: l’ultimo Matisse

Nizza, estate 1952. Henri Matisse, 82 anni, decide con la sua assistente Lydia Delectorskaya di andare in piscina a Cannes per guardare le persone nuotare. Il caldo però è soffocante e i due sono costretti a tornare a casa. «Costruirò da me la mia piscina personale» dichiara allora Matisse: si arma di forbici e di una carta blu brillante e inizia a ritagliare figure sinuose di onde e nuotatori, che poi appende alle pareti di casa («ho sempre adorato il mare – dirà – e ora che non posso più andare a nuotare, me ne sono circondato»).

Le piscine (La piscina) è forse il più grande e complesso tra le centinaia di collage realizzati da Matisse durante la sua carriera, la maggior parte dei quali durante gli ultimi anni di vita. L’opera finita – la versione in ceramica di quelle figure blu ritagliate e appese alle pareti – è di proprietà del MoMA (il museo di arte moderna e contemporanea di New York) già dal 1975, ma non era mai stata esposta perché sottoposta a un lungo e complicato lavoro di restauro. Fino a quest’anno, quando l’opera ha finalmente debuttato durante la versione newyorkese della mostra The Cut-outs, inaugurata alla Tate Modern di Londra per poi trasferirsi proprio al MoMA.

Con oltre 562mila visitatori The Cut-outs ha battuto l’esposizione Matisse-Picasso del 2002 e la personale di Damien Hirst del 2012, diventando il più grande successo della Tate Modern. Tanto che il regista britannico Phil Grabsky ha deciso di trarne un film-reportage: Matisse Live, che sarà proiettato nelle sale italiane per la sola giornata di martedì 9 dicembre, sulla scia di altri film-evento realizzati da Nexo Digital e dedicati alle grandi mostre d’arte, come il 250esimo anniversario dell’Hermitage o i Musei Vaticani in 3D. «L’idea – spiega Grabsky – è offrire al pubblico internazionale la possibilità di vedere con i propri occhi una mostra irripetibile».

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Questa «mostra irripetibile», come la definisce Grabsky, è dedicata interamente ai lavori dell’ultimo Matisse, i «dipinti con le forbici», chiamati appunto Cut-outs o gouaches découpés e realizzati a partire da grandi pezzi di carta dipinti dai suoi assistenti a tinta unita e con colori intensi (da lui accuratamente selezionati) e da lui ritagliati con grandi forbici da sarto. Seguiva il posizionamento dei ritagli, fissati con l’aiuto di puntine da disegno: una fase che spesso richiedeva molto tempo e diversi ripensamenti, tanto che alcuni ritagli non troveranno definitiva collocazione fino alla morte dell’artista.

L’aiuto degli assistenti era diventato necessario per via delle condizioni di salute di Matisse. Ormai costretto in sedia a rotelle e soggetto a vari disturbi, l’artista, secondo l’opinione comune, avrebbe scelto la tecnica del ritaglio proprio perché impossibilitato alla pittura: come ultima spiaggia, cioè, per dedicarsi ancora all’arte che tanto amava. Una teoria però che da alcuni è ritenuta una storiella edificante « buona per la tv».

La storia dell’arte si nutre di aneddoti e la vita di Matisse – come quella di tanti grandi artisti – ne è ovviamente costellata. Si dice ad esempio che iniziò a dipingere nel 1889, durante la convalescenza da un attacco di appendicite; e che conobbe Pablo Picasso – suo grande amico e principale rivale artistico – nel celebre salotto di Gertrude Stein e della sua compagna Alice B. Toklas. E che fu proprio lui a introdurre il pittore di Malaga all’arte primitiva.

Anche la fase finale della vita di Matisse, quella dei Cut-outs, per quanto meno mondana, vanta il suo corredo biografico e aneddotico: la rottura con la moglie Amélie, il cancro all’intestino, l’amicizia con Monique Bourgeois, sua infermiera durante la degenza in ospedale, che gli farà da modella fino a quando prenderà i voti diventando suor Jacques-Marie, convincendolo infine a realizzare il suo ultimo capolavoro, l’opera d’arte totale: la cappella di Saint-Paul-de-Vence.

La tentazione di sovrapporre biografia e scelte stilistiche – e di far discendere le seconde dalla prima – è forte, ma rischia di portare a semplificazioni eccessive. Jason Farago, critico d’arte del Guardian, fa infatti notare che la storia del grande artista malato costretto a reinventare un nuovo approccio artistico, se non può dirsi scorretta è certamente un po’ banalizzante, perché Matisse realizzò collage per tutta la vita – sicuramente dal 1931 in poi –, principalmente come lavori preparatori per opere più grandi e complesse. D’altra parte la tecnica del ritaglio è perfettamente compatibile con la sua passione per le campiture omogenee e brillanti, cui era ricorso dopo la delusione del puntinismo, che a suo parere divorava i contrasti anziché valorizzarli. Appare quindi sminuente attribuire ai collage il valore di banale surrogato nei confronti della pittura.

Di certo non si possono considerare dei surrogati le stampe dei Cut-outs – tra cui i celebri Icaro (1946) eIl cavallo, il cavaliere e il clown, (1943-44) che confluirono nel 1947 in Jazz, libro illustrato sul tema dell’improvvisazione, che univa le tavole – per lo più di ispirazione circense – a testi scritti a mano dallo stesso Matisse. I bozzetti preparatori di questo portfolio sono parte integrante delle due mostre raccontate in Matisse live e il confronto con la versione stampata non può che pendere a favore dei bozzetti per la forza espressiva data dalla tridimensionalità (seppure di pochi millimetri), come il cuore rosso appuntato al corpo di Icaro, che sembra sul punto di esplodere.

Il film di Grabsky, oltre ad accompagnarci in una sorta di tour virtuale della mostra (sia alla Tate Modern che al MoMA), ricostruisce in parte la fase di creazione con immagini inedite di Matisse al lavoro e la fase di allestimento con interviste e testimonianze di Nicholas Serota (direttore del Museo Tate Modern) e Glenn Lowry (direttore del MoMA).

Ispirandosi proprio al libro Jazz, il musicista Courtney Pine ha inoltre creato per il film un brano originale, eseguito nel cuore della Tate Modern con un trio di percussioni, contrabbasso e sassofono. Il coreografo Will Tuckett, invece, prendendo le mosse dalla passione di Matisse per la danza – celebrata in una delle sue opere più famose – ha creato per Zenaida Yanowsky – prima ballerina del Royal Ballet di Londra – una coreografia ispirata ai ritagli sulle note della sinfonia n. 1 di Shostakovich, la stessa sinfonia scelta da Léonide Massine nel 1937 per il suo balletto, al quale Matisse contribuirà con la progettazione di scene e costumi.

Matisse live ha dunque l’ambizione di trascendere le esposizioni da cui prende le mosse per imbastire una sorta di universo sinestetico che renda giustizia all’ultimo Matisse. Un Matisse «più Tempesta e meno Amleto» secondo Farago, per il quale «non si può essere fauve – una bestia selvaggia – per tutta la vita». Eppure lo stile dell’ultimo Matisse – ben lontano dal risultare un ripiego senile –, con la “belva” del Salon d’Automne del 1905 è in perfetta sintonia, ne è l’ideale prosecuzione.

D’altra parte Giovanni Testori, che di arte ne sapeva, quando gli fu chiesto dall’amico Luca Doninelli – in una celebre intervista – chi fossero a suo parere i pittori più significativi del Novecento rispose senza esitazione «Picasso e Matisse». E a proposito del secondo, per argomentare la propria scelta non portò ad esempio le celebri opere del periodo fauve, La danza o La gioia di vivere, ma proprio il suo ultimo lavoro, in cui la ricerca del colore oltrepassa il colore a tal punto da diventare ricerca di luce.

«Hai mai visitato la cappella che lui fece a Saint-Paul-de-Vence?» chiede a Doninelli: «Vetrate, pianete, pissidi: fece tutto lui. E pensare che in quegli anni era ormai immobile, e non poteva più usare nemmeno le mani. Allora disegnava su fogli colorati, rossi, azzurri, gialli, servendosi di un gran bastone, e poi, sempre con un bastone, li tagliava e li incollava».

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