Portineria MilanoI nomi per il Quirinale li decide Mafia Capitale

I nomi per il Quirinale li decide Mafia Capitale

«Uno strike della magistratura prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica». Tra i corridoi di palazzo Madama e di Montecitorio viene letta in questo modo, come una partita di bowling vista Colle, l’inchiesta su Mafia Capitale che ogni giorno tocca qualche pretendente alla corsa per il dopo Napolitano. Ogni mattina senatori e deputati osservano le cronache dei quotidiani sui protagonisti del patto criminale che avrebbe governato Roma in questi anni. Ormai però Massimo Carminati e la sua banda vengono messi in secondo piano. Perché al centro ci sono i contatti della malavita con la politica. Di centrodestra, con l’ex sindaco Gianni Alemanno. Ma soprattutto di centrosinistra, anche perché la Cooperativa 29 giugno di Salvatore Buzzi, altro sodale di Carminati e in carcere per associazione mafiosa, è sempre stata una delle fondamenta su cui è stato costruito il Partito Democratico romano.

I brogliacci sono come tagliole. Ogni giorno ha la sua pena, anche se la maggior parte dei protagonisti non è neppure indagata. Questa “danza della morte” è cominciata proprio con Veltroni, tirato in ballo dal suo ex vice capo di Gabinetto Luca Odevaine. È continuata con Anna Finocchiaro, altra papabile per la presidenza della Repubblica. Ma i nomi sono tanti. Già usciti quelli di Piero Fassino e Massimo D’Alema, non è finita qui. A Montecitorio si mormora che alla fine possa rimanere scottato persino Paolo Gentiloni, attuale ministro degli Esteri, secondo gli spifferi tra i più titolati per la corsa al Quirinale, nella rosa dei nomi del premier Matteo Renzi. Gentiloni è stato sostenitore della campagna elettorale di Eugenio Patanè, consigliere regionale del Lazio appena autosospesosi dal Pd perché indagato nell’ambito dell’inchiesta: avrebbe intascato 10mila euro dalla cooperativa di Buzzi.

Così, scrematura su scrematura, il rischio è che gli echi di Mafia Capitale arrivino fino a gennaio tagliando altre teste lungo la strada, proprio quando inizierà la vera partita per il Quirinale dopo le dimissioni di Napolitano. D’altronde gli attori rimasti in campo sono sempre di meno. Di certo c’è la magistratura, con Piero Grasso, attuale presidente del Senato e seconda carica dello Stato che, come prescrive la Costituzione, prenderà il posto vacante per almeno 15 giorni. Poi c’è un area centrista, cattolica, per certi versi vicina al Vaticano, che si individua in un gruppo di deputati e senatori divisi tra Udc, Nuovo Centrodestra e affini. Infine ci sono Silvio Berlusconi e Renzi, stretti nell’abbraccio del patto del Nazareno. Che dentro l’accordo tra l’ex Cavaliere e il premier ci sia già un nome su cui convergere è un’ipotesi smentita più volte. Di certo non si tratta di Giuliano Amato, l’ex presidente del Consiglio che proprio Berlusconi ha proposto nelle scorse settimane: a quanto pare sarebbe stato un modo per bruciarlo.

In realtà, le opzioni sul tavolo resterebbero solo due. La prima è questa. I renziani vorrebbero un candidato che, non appena eletto, non abbia timore a sciogliere le Camere e andare a elezioni anticipate. La seconda variante ruota intorno a una figura di prestigio, magari in arrivo dal tessuto giuridico-amministrativo del nostro paese, come il giurista Sabino Cassese o l’attuale vicepresidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, oppure Franco Bassanini di Cassa Depositi e Prestiti. Ma quest’ultimo ha già smentito più volte la sua intenzione di correre per il Colle. In tal caso per Renzi la situazione potrebbe complicarsi, soprattutto se la situazione economica dell’Italia dovesse peggiorare. C’è chi arriva a sostenere che in una fase di difficoltà economica simile a quella del 2011, quando Mario Monti sostituì Silvio Berlusconi, possa verificarsi l’ennesima staffetta a palazzo Chigi, magari con il ripescaggio di una riserva della Repubblica come Enrico Letta, defenestrato nemmeno un anno fa. Voci e suggestioni che rappresentano al meglio una situazione caotica, ancora troppo liquida.

Il quadro si complica ulteriormente con l’ipotesi del voto anticipato, strada che pare consolidarsi dopo il mercoledì nero dell’11 dicembre, con il Governo battuto alla Camera in commissione Affari costituzionali. La maggioranza è stata sconfitta due volte sul voto di due emendamenti simili al ddl riforme, uno di Sel e l’altro della minoranza Pd, che eliminano dall’attuale testo i 5 senatori di nomina presidenziale in carica per 7 anni. Alla fine c’è chi a Montecitorio ventila pure il nome di Romano Prodi, silurato nel 2013 dalla famosa batteria del 101 del Pd. Chissà, magari potrebbe essere lui l’asso nella manica di Berlusconi. Perché come ripetono da anni a Palazzo Madama, «solo chi ha fatto la guerra poi può fare la pace».

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