Il paese sardo che paga i disoccupati per emigrare

Il paese sardo che paga i disoccupati per emigrare

Disoccupati pagati per emigrare all’estero. A Elmas, cittadina di 9mila anime alle porte di Cagliari, hanno trovato una soluzione del tutto nuova per combattere la carenza di lavoro tra i giovani: se in patria non si trova niente, meglio pagargli le spese per farli trasferire fuori dall’Italia a cercar fortuna. Il progetto “Adesso Parto” è stato lanciato a fine settembre, e i primi ragazzi sono già partiti, verso Inghilterra, Francia e Germania. C’è chi ha trovato un posto da consulente in un’azienda che si occupa di ricerca scientifica, chi un impiego da cameriere. L’amministrazione comunale pensa alle spese per un corso di inglese e a trovare i primi contatti, paga il biglietto aereo di sola andata e dà un contributo di 500 euro per il vitto e l’alloggio dei primi giorni.

A Elmas, dove avrebbe dovuto sorgere il nuovo stadio del Cagliari che non ha mai visto la luce, la disoccupazione giovanile è il problema principale. «Su 9.400 abitanti, i disoccupati in paese sono 2.098», spiega il sindaco Valter Piscedda, alla guida di una giunta di centrosinistra. «E la maggior parte di loro ha tra i 30 e i 45 anni. Tutti i giorni nel mio ufficio passavano disoccupati in cerca di aiuto che mi dicevano che avrebbero voluto andare a trovare fortuna all’estero ma che non avevano neanche i soldi per pagarsi il biglietto. Da qui è nata l’idea. Certo, l’ideale sarebbe avere il lavoro sotto casa, ma la situazione è molto difficile e bisogna essere realisti».

In Sardegna la disoccupazione giovanile supera il 54 per cento. Secondo il Centro Studi Datagiovani, la metà dei giovani sardi si dice disposto a lasciare la regione per trovare un lavoro. E uno su tre è disposto ad andare all’estero, appunto.

Al momento del lancio, in un’Italia che piange i suoi cervelli in fuga, il progetto “Adesso Parto” aveva scatenato diverse polemiche. «È l’ammissione della sconfitta dello Stato», era stata la critica principale. Come se le istituzioni avessero issato bandiera bianca, insomma. Persino The Guardian se ne era occupato. Piscedda aveva risposto così: «Noi non vogliamo incentivare l’emigrazione ma siamo realisti: le politiche del lavoro nella nostra regione hanno fallito. Con questo progetto diamo un contributo ai ragazzi che non sono disposti ad arrendersi. Non possiamo accettare che passino le giornate a bighellonare al bar: facciamo in modo che vadano fuori, che imparino un’altra lingua, che acquisiscano nuove competenze e che magari tornino in paese con il gruzzolo necessario per costruire casa e metter su famiglia». E oggi, a distanza di più di due mesi, con i primi contratti firmati dai ragazzi, dice: «Le polemiche non sono servite. Nessuno ha proposto un’alternativa per migliorare la condizione dei nostri ragazzi, mentre il mio progetto è rimasto». D’altronde siamo in Europa, aveva detto Piscedda al momento del lancio, «e non si può pretendere che la Sardegna soddisfi tutte le nostre necessità». 

Il costo totale del progetto sul bilancio comunale è di 12mila euro. I requisiti per essere scelti sono la residenza a Elmas da almeno tre anni, un’età inferiore ai 50 anni e un reddito annuale inferiore ai 15mila euro. «I candidati sono stati 13», spiega l’assessore alle Attività produttive Luca Fadda, «uno è stato scartato perché non aveva uno dei requisiti e un altro ha rinunciato. I beneficiari quindi sono in tutto 11». Tutti hanno meno di trent’anni, tranne uno. Tutti hanno un diploma di scuola superiore, tranne una, che ha una laurea scientifica. E quasi tutti sono diretti verso Londra, la nuova America dei giovani italiani.

Attraverso il centro “Informa Giovani” del Comune, i ragazzi selezionano gli annunci di lavoro e le offerte di alloggio. «Due sono già partiti», dice Fadda, «un altro partirà la prossima settimana per New Castle e gli altri stanno seguendo il corso di inglese». Sono ragazzi «che hanno provato e riprovato a trovare un posto di lavoro o anche solo uno stage qui in Sardegna, ma non ci sono riusciti. Così ci hanno chiesto di aiutarli a trovarlo fuori dai confini nazionali, e noi lo stiamo facendo. La speranza non è liberarci dei disoccupati, ma dare loro la possibilità di acquisire professionalità. E magari un giorno penseremo a un progetto per riportarli a casa».