«Vivono in condizioni disumane, manca acqua potabile, le latrine sono fuori da ogni standard comunitario. Sono persone in fuga da conflitti, traumi, e arrivati qui dentro, anziché trovare sostegno, subiscono ulteriore stress psicologico. Molti di loro tentano anche il suicidio». A parlare è Manu Moncada, coordinatore per le operazioni di migrazione di Medici senza Frontiere. È appena rientrato dalle Isole del Dodecaneso, l’arcipelago che ruota attorno alla greca Rodi, e denuncia la situazione «al limite della dignità umana» in cui ha trovato i migranti in fuga dai conflitti di Medio Oriente e Asia. «Non c’è nessun rispetto per queste persone, a nessuno interessa capire da dove vengono, cosa hanno vissuto, come aiutarli a integrarsi». La Grecia si muove in materia di immigrazione con un solo obiettivo: respingere e scoraggiare nuovi arrivi.
Il video realizzato da Msf nei centri di detenzione del Nord-est della Grecia ad aprile 2014
Magari fosse l’Italia
Dopo la costruzione di un muro lungo il confine con la Turchia, nel Nord-est del Paese, che ha praticamente azzerato gli ingresso illegali in Grecia via terra, il nuovo fronte dell’emergenza immigrazione si è spostato qui, nel Mar Egeo. Non più Lampedusa, non più Italia. Magari, anzi, fosse l’Italia. Perché le condizioni in cui i migranti si ritrovano, una volta varcato il confine greco, sono «disumane». «Su queste isole sono arrivati dallo scorso gennaio a oggi 14.000 persone circa, interviene Moncada. Eppure, non è stata costruita nessuna struttura di accoglienza né è stato inviato un solo medico. Anzi. Quando quest’estate il governo di Atene ha deciso di mandare sulle isole una equipe di 7/9 medici, ha imposto loro di visitare solo i casi sospetti di Ebola. Tutti gli altri, minori compresi, non potevano ricevevere alcun controllo», afferma Moncada. Sulle isole i migranti in arrivo vengono lasciati all’aria aperta o rinchiusi nelle stazioni di polizia, che si improvvisano centri di accoglienza. «Da qui, dopo qualche giorno o qualche settimana, vengono trasferiti via nave ad Atene o nel Nord-est, dove ci sono i centri di detenzione: 25 strutture in tutto il Paese con una capienza pensata per 6.500 persone, ma che nel corso del 2014 hanno raccolto 65.000 migranti», spiega. «È peggio dell’Italia di dieci anni fa».
Con le guerre di Siria e Iraq, e le turbolenze provocate dai Taliban tra Afghanistan e Pakistan, il fronte emergenziale dell’immigrazione verso l’Europa lascia l’Italia e si sposta in Grecia. Qui, aveva detto già la scorsa estate Nikos Dendias, il ministro greco per l’Ordine pubblico, si trova la nuova porta di ingresso verso l’Europa: «la Grecia riceve il 90% di chi immigra illegalmente verso l’Unione Europea, tanto che il problema migratorio potrebbe diventare persino peggiore di quello finanziario», aveva affermato in un’intervista alla Bbc.
Unico obiettivo: respingere
A rendere la situazione in Grecia «al limite della dignità umana» non sono solo i flussi consistenti di migranti. C’è anche il modo in cui le autorità greche hanno scelto di gestire il fenomeno. «Se prova a guardare ai dati – dice Moncada – la Grecia risulterà il secondo Paese in Europa per numero di richiedenti asilo. Ma questo non è dovuto al fatto che effettivamente più persone chiedono asilo in Grecia piuttosto che altrove. Succede perché le pratiche di richiesta in questo Paese si accumulano per mesi e mesi. E risultano quindi tantissime».
«In questa stazione di polizia sono rimasto senza vedere la luce del sole per tre mesi» ha riferito un migrante di 28 anni a Msf, con sette mesi di detenzione alle spalle. «Il centro di detenzione di Komotini non è adatto nemmeno agli animali», ha dichiarato invece un altro ragazzo di 28 anni, che ci è rimasto per sette mesi. «È molto sporco. Gli scarichi dei bagni non funzionano, le tubature sono rotte. Gli escrementi crollano dai bagni del primo piano al piano terra. Le persone sono tenute qui dentro quasi tutto il giorno. Ci permettono di uscire in cortile un’ora al mattino e un’ora la sera. Ma non succede tutti i giorni. Questo non è un carcere, è una stalla per animali». «Sono rimasto in carcerazione preventiva per più di nove mesi. Sono passati otto mesi dall’ultima volta che sono riuscito a comunicare con la mia famiglia. Non ho soldi per comprare una carta telefonica» ha raccontato a Msf un ragazzo di 20 anni incarcerato per più di nove mesi, senza che fosse permesso tenere con sé i propri cellulari.
Nei luoghi di detenzione, si legge nel report rilasciato lo scorso aprile da Msf, dopo i mesi trascorsi nei centri del Nord-Est del Paese, il sovraffollamento, il riscaldamento inadeguato, l’acqua calda insufficiente, la scarsa areazione, la mancanza di accesso all’aria aperta e un’alimentazione povera contribuiscono all’emergere e alla diffusione di malattie respiratorie, gastrointestinali, dermatologiche e muscolo-scheletriche tra i detenuti. La detenzione è dannosa anche per la loro salute mentale: molti manifestano sintomi di ansia, depressione e manifestazioni psicosomatiche e non è raro che migranti disperati facciano lo sciopero della fame o arrivino a compiere atti di autolesionismo e perfino tentativi di suicidio».
Detenzione prolungata e indiscriminata
Quello greco è un sistema principalmente detentivo, che ha iniziato a proliferare nell’estate del 2012, con il lancio dell’operazione di polizia Zeus Xenios (ironicamente intitolata a Zeus, il dio dell’ospitalità). Chiunque sul suolo greco venga trovato senza documenti, viene portato in un centro detentivo. Secondo Human rights watch (rapporto Unwelcome guests), tra l’agosto 2012 e il febbraio 2013 circa 85.000 persone sono state fermate, spesso insultate, a volte abusate fisicamente, e portate tutte nelle stazioni di polizia per la verifica del loro status legale. La gente veniva fermata per strada senza ragioni specifiche, spesso solo sulla base dei tratti etnici. Sempre secondo Hrw, solo il 6% di quelle 85.000 persone fermate è risultata poi essere in Grecia irregolarmente. Durante la stessa operazione, il 4 agosto 2012 nel centro di Atene e a Evros, lungo il confine con la Turchia, sono stati mobilitati 4500 agenti della polizia. «4.900 immigrati sono stati interrogati e 1.130 sono stati condotti in un centro di detenzione», riferiva in seguito il quotidiano greco Ta Nea, che considerava scopo dell’operazione, poi replicata, quello di intercettare gli immigrati clandestini e organizzare numerosi rimpatri.
«I fondi che la Grecia riceve dall’Unione Europea per la gestione dell’emergenza – dice Moncada – vengono usati per attività che contrastano con le stesse direttive europee, cioè le indicazioni che Bruxelles dà e che poi ogni Paese deve attuare. In Grecia manca ogni volontà politica di cercare una soluzione duratura e non emergenziale alla crisi».
I migranti vengono tenuti per mesi nei centri di detenzione in attesa del rimpatrio o del rilascio dello status di rifugiato politico, senza nessuna preoccupazione per la loro integrazione, «come chiede invece l’Unione Europea». Niente strutture per l’accoglienza nei punti di arrivo dei migranti, niente screening medico all’arrivo, nessuna possibilità di fare subito richiesta d’asilo. I migranti restano dietro le sbarre. Ed è una detenzione indiscriminata, applicata senza differenze a neonati, minorenni e adulti, a persone malate e sane.
L’appello di Msf
Un risultato, Msf lo ha già ottenuto. Dopo i mesi trascorsi nel Nord-est del Paese, l’organizzazione ha ricevuto dalle autorità greche l’impegno a fornire servizi medici nei centri di detenzione per migranti. Ora l’organizzazione chiede alla Grecia e all’Unione Europea «di porre fine alla detenzione indiscriminata, sistematica e prolungata di migranti e richiedenti asilo; di fermare la detenzione in strutture inappropriate; di fermare la detenzione di persone vulnerabili come minori, vittime di tortura e pazienti affetti da malattie croniche; e di investire in un sistema di accoglienza adeguato ai bisogni fisici, medici e umanitari dei migranti e dei richiedenti asilo».
E rinnova anche l’appello agli Stati membri dell’Ue, perché si prendano la loro parte di responsabilità. «I Paesi di primo ingresso per i migranti irregolari usano i centri di detenzione come deterrente, ma di fatto non possono essere ritenuti gli unici responsabili per i danni inflitti a migranti e richiedenti asilo. È una responsabilità comune e va condivisa», dichiarava già lo scorso aprile Ioanna Kotsioni, un’esperta dell’organizzazione.