La giornata di un palestinese, tra code, muri e divieti

La giornata di un palestinese, tra code, muri e divieti

Ogni giorno Tamer si sveglia a Sawahra, a Sud Est di Gerusalemme, proprio dove comincia la Palestina, quella che si chiama Cisgiordania o West Bank. Qui è nato 37 anni fa. Trentasette anni in cui ha vissuto la prima e la seconda intifada, ha assistito alla nascita di Hamas, ha sperato negli accordi di Oslo e di Camp David, ha visto costruire un muro di 730 chilometri e ha sentito i boati delle operazioni militari “Piombo Fuso”, “Pilastro di sicurezza” e, l’ultima, della scorsa estate, “Margine di protezione”. Tamer ha studiato e si è laureato in Scienze sociali e Business management alla Al-Quds Open University, l’ateneo creato ad Amman, Giordania, dalla Organizzazione per la liberazione della Palestina per offrire una educazione universitaria ai giovani palestinesi. Compreso Tamer, che ora lavora come responsabile delle relazioni internazionali per una società multinazionale che offre consulenza alle aziende. Di tanto in tanto fa da guida ai turisti che vogliono visitare la Cisgiordania ed è anche un attivista per la pace.

La sede dell’azienda per la quale Tamer lavora è a Ramallah, 18 chilometri a Nord di Gerusalemme. Diciotto chilometri non sono tanti. Molti italiani ogni giorno ne percorrono molti di più per raggiungere l’ufficio. Ma se sei un palestinese, anche un chilometro può essere un grosso problema. Il territorio è puntellato di checkpoint militari israeliani che controllano ogni movimento. Anche quelli di chi ogni giorno si sposta per lavorare. Quindi meglio partire da casa con largo anticipo. La casa di Tamer, tra l’altro, si trova proprio accanto al checkpoint di Wadi Nar, che controlla gli spostamenti tra il Nord e il Sud della West Bank. È uno dei cosiddetti container chekpoint, perché “contiene” gli spostamenti con apposite barriere e sbarre che si alzano e si abbassano.

«Vado al lavoro in macchina o con i trasporti pubblici», racconta Tamer. «Ci sono da passare i checkpoint della polizia o dell’esercito israeliano, fissi, come quello proprio vicino a casa mia, o mobili. E ogni volta dobbiamo mostrare il nostro documento d’identità». Circa 10mila lavoratori palestinesi ogni giorno si spostano per andare a lavorare e attraversano i checkpoint. Le procedure di controllo sono molto lente, tanto che puntualmente si creano lunghe code di auto e folle in attesa. E, strano ma vero, uno dei problemi principali dei palestinesi è proprio il traffico. Cosa che crea non pochi problemi se hai un orario fisso da rispettare al lavoro. «A volte c’è poco da aspettare, altre volte l’attesa può durare da una fino a sette-otto ore. Quindi sei costretto a “cancellare” il tuo giorno di lavoro. L’attesa più lunga è stata dalle 10 di mattina fino alle 4 della mattina dopo», ricorda Tamer. Il segreto è «svegliarti molto prima per cercare di raggiungere in orario il tuo ufficio. Molte volte finisci per arrivare in ritardo, sei stanco dopo tanta attesa e non sei proprio in vena di lavorare».

(Coda di auto in attesa al checkpoint di Ramallah – Pubblicata sulla pagina Facebook di Tamer)

Anche perché le proteste contro l’occupazione israeliana e gli scontri per strada ci sono «ogni giorno durante la settimana», racconta, non solo quando se ne occupano i network internazionali. Si passa tra manifestanti, copertoni bruciati, lanci di pietre e di spazzatura, che rallentano gli spostamenti. Se poi la destinazione è Israele, proprio oltre il muro, c’è bisogno di un permesso specifico rilasciato unicamente dall’esercito israeliano, che stabilisce chi può entrare e chi no. «I permessi vengono rilasciati per motivi medici, ma non sempre», racconta Tamer. «Il permesso si può anche chiedere per fare vacanze, per motivi di business o per fare visite a parenti». Molte richieste vengono rispedite al mittente, comprese quelle mediche. Tanti di quelli che si fanno curare nell’ospedale o nelle cliniche di Ramallah sono pazienti a cui è stato negato il permesso di essere ricoverato negli ospedali israeliani “per ragioni di sicurezza”.

Haaretz ha raccontato che esistono 101 diversi permessi israeliani per monitorare i movimenti dei palestinesi, sia nella West Bank (divisa in tre aree, A, B e C) sia tra West Bank e Israele. Quelli più comuni sono i permessi per lavorare in Israele o nelle colonie israeliane in Cisgiordiania. Ci sono permessi specifici per la preghiera del venerdì alla spianata delle moschee e per chi lavora nella città vecchia. Di permessi medici ce ne sono diversi: per una visita, per una operazione chirurgica o per accompagnare un paziente in ambulanza. Ci sono pure i permessi per sposarsi e per gli invitati al matrimonio, quelli per i funerali e per comparire in un’aula di tribunale, per i contadini proprietari delle terre proprio oltre il muro. Dopo il traffico, di certo si potrebbe dire che un altro problema dei palestinesi è la burocrazia.

(Ramallah)

(Ramallah dopo una giornata di scontri)

Senza dimenticare la trafila che bisogna seguire per fare una vacanza all’estero. Nonostante l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv sia a poco più di 50 chilometri da casa di Tamer, «noi palestinesi non possiamo volare da Tel Aviv», racconta. Il percorso da seguire è questo: «Dobbiamo andare ad Amman, in Giordania (quasi 75 chilometri di distanza, ndr). E per arrivare fin lì dobbiamo passare tre confini. Quello palestinese, quello israeliano e quello giordano. Questo significa impiegare ore e ore tra un’attesa e l’altra. Quindi se non si vuole perdere l’aereo, bisogna calcolare nella maggior parte dei casi quasi una giornata di anticipo».

Alcuni si abituano a tutto questo, alle proteste e alle violenze di ogni giorno, e anche al traffico e alla burocrazia. Altri preferiscono emigrare. «Qualcuno parte e poi ritorna», dice Tamer. «Tanti giovani si trasferiscono all’estero per assicurarsi un futuro migliore. Molti lo fanno per creare una famiglia, sposare una donna straniera e avere la cittadinanza in un altro Paese». Essere palestinese non è semplice. Avere la cittadinanza americana, francese, tedesca o italiana stampata nero su bianco su un passaporto, invece, di certo facilita la vita.

Tamer ha deciso di restare. Si definisce peace activist, attivista per la pace. E quando gli chiedi cosa significa essere un attivista per la pace in Palestina, dice: «Cerco di guardare e raccontare le cose oggettivamente, anche se sono palestinese. A dire il vero, uno dei miei compiti principali è quello di mettere d’accordo gli attivisti per la pace palestinesi e israeliani». Ed è anche musulmano, «secolarista», precisa, cioè appartenete a quel gruppo di musulmani che sostengono la separazione tra la vita pubblica e la religione, e tra la politica e la religione.

Quando Tamer accompagna i gruppi di turisti sul fiume Giordano e per le principali città della Cisgiordania, tra Ramallah, Gerico e Betlemme, racconta come vivono i palestinesi, dei permessi, dei checkpoint, delle aree in cui la Palestina è divisa, e consiglia loro i piatti tipici da mangiare. Lo ha fatto anche nel corso della infuocata estate 2014, quando a Gaza era in corso l’operazione “Margine di protezione” dopo il rapimento e l’uccisione di tre adolescenti israeliani a Hebron. «Siete tutti stati rapiti», diceva al microfono nel suo perfetto inglese ai viaggiatori appena saliti sul pullman. Poi aggiungeva: «Verrete rilasciati in hotel alle sette di stasera». Gli itinerari dei suoi tour nella West Bank ovviamente variano in base a quanto tesi siano gli animi in quel momento. «Meglio evitare di camminare per le strade di Ramallah», consigliava la scorsa estate ai turisti. L’unica tappa permessa in città era quella alla tomba di Arafat. A Betlemme si poteva fare un giro nel campo dove vivono i rifugiati che prima abitavano a Gerusalemme Est, ma non tutti i giorni. E a volte si rischiava di trovarsi in mezzo al lancio dei sassi dei ragazzini contro i soldati israeliani. «In tanti», spiega, «lo fanno quando vedono turisti stranieri nella speranza di poter essere fotografati da qualcuno e finire sui giornali internazionali. Ma i militari possono arrestarli, anche i più piccoli». Tappa fissa sono anche il muro, costruito a partire dal 2002, e i graffiti di Banksy. Senza dimenticare il Banksy shop, a pochi metri dalla barriera, dove si possono comprare cartoline, adesivi e magliette, con le opere più famose del writer inglese. «È importante cosa raccontiamo ai turisti», dice Tamer, «mostrare loro non solo la difficile situazione di scontro ma anche il lato positivo di noi palestinesi, le cose che loro non vedono sui giornali».

(Betlemme)

(Muro, Betlemme)

Tamer, come molti della sua età in Palestina, cerca di vivere una vita normale. «Esco quasi ogni giorno e mi piace andare alle feste nei week end», dice. Ha anche diversi amici che vivono dall’altra parte del muro, israeliani o palestinesi che vivono in Israele, «anche se non sono trattati al 100% come gli ebrei israeliani», dice. «Qualche volta ci vediamo da questa parte per un drink, ma dipende dalla situazione del momento. E molto spesso parliamo tramite Facebook. Ma poi finiamo sempre per parlare degli scontri e di quello che accade dall’una e dall’altra parte». Sorride.

Dopo un’estate di fuoco e la tregua tra Hamas e Israele, la pace è ancora molto lontana. Non ci sono bombe, uomini rana o raid aerei, ma i morti continuano a esserci dall’una e dall’altra parte. E la situazione è molto tesa, soprattutto dopo l’attentato alla sinagoga di Gerusalemme, durante il quale hanno perso la vita quattro rabbini sefarditi. Attorno alla cupola d’oro della spianata delle moschee, interdetta agli ebrei, tanti giovanissimi scendono in strada e si scontrano ogni giorno. Gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi sono quasi quotidiani. E le colonie israeliane continuano a espandersi. Qualcuno, davanti agli attentati per le strade di Gerusalemme e alla sinagoga del quartiere ortodoso, ha parlato di una terza intifada. «Non credo che ci sarà una terza intifada», commenta Tamer, «nessuna delle due parti lo vuole. I palestinesi si stanno ancora riprendendo dalla seconda intifada e se ce ne sarà un’altra non hanno intenzione di perdere quel poco che è rimasto, ma vogliono dei risultati».

Tamer racconta la sua vita di 30enne palestinese tramite la sua pagina Facebook, che sembra più un’agenzia di stampa. Ogni mattina dà il buon giorno con una tazzina di caffè. Pubblica le foto del suo bar preferito, ma anche quelle di chi perde la vita. E documenta le situazioni lungo i checkpoint che attraversa ogni giorno. Come fanno tanti altri giovani palestinesi. Uno degli ultimi post di Tamer, con tanto di foto, dice: “Il palestinese che ha pugnalato due israeliani che avevano pugnalato due persone nel supermercato Rami Levi a Mishor Adumim #Israel”. Qualcuno gli chiede: “Quando?”. E lui risponde: “Un attimo fa”.  

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