La Mafia Capitale “mangiava” persino sui campi rom

La Mafia Capitale "mangiava" persino sui campi rom

«Tu c’hai idea di quanto ci guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende di meno». Uomo delle cooperative rosse e dei rapporti con le istituzioni. Il jolly della Capitale si chiama Salvatore Buzzi. Leggendo le mille pagine dell’ordinanza di custodia cautelare sulla mafia romana, emerge il profilo del co-protagonista. Eppure comincia da gregario la scalata dell’imprenditore che gira in Audi Q5 e parla col boss Massimo Carminati. Arrestato negli anni Ottanta per omicidio, in carcere progetta la creazione di cooperative sociali per l’inserimento lavorativo dei detenuti. Esce di galera e consolida una coop che diventa sempre più potente, dai giardini comunali ai rifugiati. Oggi, scrive il gip, sarebbe a capo «di un gruppo di indiscutibile potenza economica, evidenziata dai 60 milioni di euro di fatturato consolidato».

A lui fa riferimento il consorzio Eriches – Cooperativa 29 giugno. Gli appalti col Comune, le cene con Alemanno, i convegni con Poletti, il filo diretto coi dirigenti del Campidoglio. Colletti sempre bianchi, affari d’oro. Anche Carminati, intercettato, usa toni entusiastici: «Questa è una grande realtà, basta che te la vai a guardà sul sito, ventinove giugno e vedi di che si tratta, questi stamattina c’hanno 850 persone in giro per Roma che lavorano, cioè sono i più grandi appaltatori del comune questi, tutto il verde che vedi fatto a Roma lo fanno loro, ma il verde..i campi… di tutti i campi nomadi che ci stanno a Roma sono gestiti da loro». Prosegue Carminati: «C’hanno rapporti diretti con il sindaco, sono i classici risolutori di problemi che vanno a mettere le mani nella merda e soprattutto gestiscono cose. Ma tu lo sai a gestire un campo zingari, ma la gente non si rende conto, cioè trattare con gli zingari è proprio devastante perché non è malavita, perché è gente infame proprio di pensieri…»

Gli inquirenti riconoscono al sodalizio di Mafia Capitale la capacità «di interferire nelle decisioni dell’Assemblea Capitolina in occasione della programmazione del bilancio pluriennale 2012/2014 e relativo bilancio di assestamento di Roma Capitale avvalendosi dei rapporti coi funzionari collusi per ottenere l’assegnazione di fondi pubblici per rifinanziare campi nomadi, pulizia di aree verdi ed emergenza Nord Africa, settori in cui operano le cooperative di Buzzi». Così secondo gli investigatori Buzzi gestisce le attività economiche di Mafia Capitale nei settori oggetto delle gare pubbliche «aggiudicate anche con metodo corruttivo». Frenetici gli incontri e le telefonate con dirigenti del Campidoglio come Angelo Scozzafava, allora direttore delle Politiche Sociali e il capo segreteria del sindaco Alemanno, Antonio Lucarelli. A proposito dei rom l’informativa del Ros annota nel 2012 «insistenti conversazioni» di Buzzi con Cottafava «affinché fossero inseriti due milioni fuori bilancio per l’area nomadi». Poi il nodo viene sciolto e Buzzi manda un sms ad Alemanno: «Problema risolto per il nuovo campo grazie». Il sindaco risponde: «Ok».

Per la gestione dell’emergenza immigrati spunta il nome di Luca Odevaine, ex vicecapo di gabinetto di Veltroni e membro del Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’accoglienza per i richiedenti protezione. Secondo gli inquirenti il “sistema Odevaine” si fonda su «un’attribuzione di favori a imprese amiche che si dividono il mercato». L’ordinanza evoca la possibilità di «trarre profitti immensi». In questo terreno «il gruppo riconducibile a Buzzi si è insinuato con metodo eminentemente corruttivo» alterando tanto i processi decisionali dei decisori pubblici quanto l’allocazione delle risorse economiche gestite dalla pubblica amministrazione. Il tutto fluidificato da uno “stipendio” di 5mila euro mensili corrisposto proprio a Odevaine.

L’intreccio, si diceva, riguarda anche i nomadi. Oggi i campi rom della Capitale sono in preda a degrado, illegalità e contrasti etnici. Da Tor Sapienza a via di Salone, non si contano i roghi tossici. Eppure, calcola l’Associazione 21 Luglio, quello dei campi è un business da 24 milioni di euro annui, senza che nemmeno un centesimo finisca nella mani dei rom. I soldi pubblici vanno a cooperative, associazioni e aziende che gestiscono gli insediamenti. Spesso tramite affidamento diretto e senza bando pubblico. Proprio Salvatore Buzzi, intercettato dagli inquirenti, dichiara: «Noi quest’anni abbiamo chiuso…con quaranta milioni…ma tutti i soldi utili li abbiamo fatti sugli zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero».

Quello dei rom diventa un affare anche per la banda di Carminati. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Flavia Costantini si legge: «L’infiltrazione di Mafia Capitale in vari settori della Pubblica amministrazione ha trovato un terreno fertile nei lavori di costruzione dei campi nomadi e in particolare di quello di Castel Romano». Si parla di ampliamento e gestione di quello che è il campo più lontano dalla Capitale, trenta chilometri dal centro città e mille abitanti. Il rapporto di fiducia tra Buzzi e Carminati è tale che, si legge nell’ordinanza, «in un momento di criticità per Carminati, in cui teme un arresto, gli consegna una somma di 500mila euro che poi verrà investita nell’attività relativa al campo nomadi di Castel Romano».

Qui «si intrecciano illecite intese, reati sul versante economico e tributario, violazioni costanti della legalità prevista dal codice degli appalti. Castel Romano è un luogo dove la presenza di Carminati garantisce interlocuzione con l’amministrazione comunale ai più alti livelli, al pari di contatti con realtà criminali di spiccata pericolosità e con realtà imprenditoriali». Poi c’è Buzzi. Nel 2013 la sua cooperativa intasca 86mila euro per la bonifica fognaria del campo rom di via Candoni e altri 30mila per un’operazione simile nel campo della Barbuta. Ma i soldi veri arrivano dal campo di Castel Romano dove nel 2013 la coop di Buzzi incassa quasi 2 milioni di euro per la «gestione ordinaria». Proprio a Castel Romano gli inquirenti sottolineano una «diffusa presenza di soggetti economici» riconducibili a Buzzi. Dalle carte della magistratura emerge pure che Carminati, per risolvere alcune difficoltà con la popolazione rom di Castel Romano, si è avvalso della «mediazione culturale» di Luciano Casamonica, membro della potente famiglia sinti attiva nella Capitale.

Riferimenti e intercettazioni sul campo di Castel Romano si rincorrono nell’ordinanza di custodia cautelare. Servono soldi del Comune, provvedimenti dirigenziali, modifiche e scorciatoie. Così nella maxi operazione di Mafia Capitale finisce anche Emanuela Salvatori, attuale direttrice dell’Ufficio Rom Sinti e Caminanti del Comune di Roma, già coordinatrice dell’attuazione del Piano Nomadi. Per lei, ora agli arresti domiciliari, l’accusa ipotizzata è di corruzione. Notizia clamorosa in un momento nevralgico. La sua è una poltrona che scotta all’interno del dipartimento Politiche Sociali: qui avviene il coordinamento delle attività dei campi nomadi presenti sul territorio comunale, gli interventi socio assistenziali e la sicurezza pubblica. Dalle intercettazioni gli inquirenti annotano «un asservimento della funzione, in atti e comportamenti specifici» del dirigente nei confronti di Buzzi. 

Scrive il gip che la condotta di Salvatori appare di particolare allarme sociale «stante il suo sistematico fornire informazioni al Buzzi, con il quale risulta costantemente in contatto, prestandosi a farsi dettare dal suo collaboratore il contenuto della determinazione dirigenziale da sottoporre alla firma del Dirigente». Nelle conversazioni tra i due, la funzionaria del Campidoglio fornisce informazioni in merito alla pratica relativa al campo nomadi di Castel Romano. Accetta una relazione antidatata che aumenti il numero degli ospiti del campo, interviene su altri componenti dell’ufficio per apprendere notizie utili a Buzzi. E ancora richiede a quest’ultimo giustificazioni contabili, anche fittizie, da allegare alla documentazione presso il Comune. L’ampia disponibilità della Salvatori, secondo quanto si evince dall’informativa del Ros dei Carabinieri, «veniva remunerata dal gruppo con la promessa dell’assunzione della figlia» presso una delle cooperative gestite da Buzzi.