La sospensione della credulità di un giornalista

La sospensione della credulità di un giornalista

Il mondo dell’informazione all’epoca del web, lo sappiamo tutti, è un mondo infido dal punto di vista della veridicità. Chiunque può inventarsi qualsiasi cosa in potenza, una potenza che ormai è talmente facile trasformare in atto, che, nella realtà di tutti i giorni, ci troviamo a navigare, soprattutto sui social network più utilizzati — Facebook e Twitter — tra una valanga di immondizia e di notizie che non lo sono.

Dal drammatico e variegato universo delle teorie del complotto, a quello simpaticissimo, ma ugualmente drammatico delle assurdità — inventate da siti di mock journalism, siti satirici alla Lercio o alla The Onion e poi riprese per acchiappare click; la lista abbonda di strampalati esempi e di gaffe. Nel flusso continuo di informazioni che il web ha reso possibile, ci sono momenti in cui si annidano più facilmente storie di questo tipo, momenti come le morti dei famosi, per esempio.

Un esempio. Qualche mese fa, all’inizio di marzo, morì Manlio Sgalambro, filosofo e storico collaboratore di Franco Battiato. In quelle ore, un tale, per tirare una burla ai giornalisti — i quali, si sa, sono affamati come pesci e qualche volta, come i pesci, anche boccaloni — aggiornò la pagina di wikipedia di Sgalambro aggiungendo una serie di informazioni palesemente false, spacciandolo tra le altre cose per autore di Fra’ Martino campanaro. Era falso, chiunque se ne poteva accorgere facilmente (bastava continuare a navigare su Wikipedia e consultare la voce relativa a Fra’ Martino Campanaro per scoprire che si tratta di una canzone popolare francese ), ma qualche giornale — ricordo Corriere, Pagina99, forse anche Repubblica e La Stampa — ci credette e pubblicò quelle informazioni.

Una classica notizia che non lo era. Uno di quelle che quando la leggi in un articolo serio capisci al volo essere falsa. Ieri sera è successa una cosa simile, o almeno, la pagina Wikipedia italiana di Joe Cocker, qualche tempo dopo la sua morte, riportava la menzione di una sua interpretazione di House of the rising sun a Woodstock, insieme ad Al Bano.

La prima reazione che ho avuto quando ho letto il post su Facebook rilanciato da un mio contatto, è stata un sorriso. Poi, istintivamente ho messo il like al rilancio. Era un post che segnalava il tentativo di qualcuno di seminare in rete la bufala del duetto a Woodstock, nel 1969, di Al Bano e Joe Cocker, ed era seguito, nei commenti, da alcuni di altri utenti che prendevano in giro compiaciuti i siti scaberci che ci erano cascati. Stavo per aggiungere il mio.

Ero ancora soprappensiero quando ho cliccato like — si potrebbe dire che avevo spento la funzione numero uno del giornalista, ancor più di quello che opera di questi tempi: l’attivazione dell’incredulità. È molto più che comprensibile, sia chiaro, anche perché sembrava proprio assurda. E infatti stavo per condividere, iniziando a pensare a una frase brillante per ironizzare sulla burla e sul potenziale effetto sui giornali di domani, quando poi, in un momento di istintiva curiosità, ho digitato nella barra di ricerca di Chrome la stringa «Al Bano Joe Cocker» e, incredibilmente, sono finito su una pagina scritta in un alfabeto che non riconosco, forse georgiano, che metteva a disposizione l’audio del duetto del cantante americano appena deceduto e del cantante brindisino .

Ora, Al Bano non mi risulta proprio sia andato a Woodstock. Non so nulla, ma veramente nulla di Al Bano, ma qualcosa di Woodstock sì.

E Al Bano, a Woodstock, non ci è andato. Però, a quel punto dopo la pagina in georgiano, ho fatto una ricerca superficiale su Google, giusto per essere sicuro. Insomma, quella notizia su Wikipedia presa in giro dal mio contatto su Facebook, da altri utenti e per un pochino anche da me, era quello che sembrava essere: falsa come una moneta da tre euro.

Però… cavolo, c’è un però. Ed è quella pagina in georgiano, una pagina che trasforma una notizia ridicola in una notizia che non è completamente falsa. Una parte vera, il duetto, che sembrerebbe esserci stato, buttata nel mezzo di una invenzione totale, perché se quel duetto c’è stato, non è stato a Woodstock e non sembra essere stato nel 1969. Una parte vera c’è, insomma.

Parentesi, che sia messo agli atti: ammetto di non saper valutare due cose, entrambi molto importanti:

1. non ho le conoscenze né l’orecchio adatto a stabilire se quelle due voci sono effettivamente quelle dei due cantanti.

2. anche se fossero le loro voci, non ho i mezzi per capire se quel file audio è vero o è piuttosto un montaggio abile di due canzoni cover della stessa, una in italiano cantata da Al Bano, l’altra in inglese, cantata da Joe Cocker.

Ma in fondo, non importa.

Quello che importa è che quella notizia che non lo era, in fondo, seppur fosse per metà una gigabufala ridicola, per l’altra metà era una notizia — una delle più inutili dell’intero universo conosciuto — ma era una notizia, una cosa reale, accaduta in qualche momento della storia, in qualche parte del mondo. Non a Woodstock, non nel 1969, ma altrove, in un altro momento.

Non sto delirando, né mi sto avvitando in un discorso inutile. Sto arrivando a una lezione che, almeno a me, servirà un sacco per il futuro. Perché il mio contatto su Facebook sulla cui bacheca ho visto l’oggetto è una persona che lavora nel mondo del giornalismo, una persona che non conosco personalmente, ma che ritengo una persona affidabile. Non meno di quanto penso di esserlo io. E se ha diffuso lo screenshot con fare ironico, con quel «uomo avvisato…», l’avrei potuto fare anch’io. Anzi, lo stavo proprio per fare.

Questo è l’aspetto interessante e su cui ragionare. Quel «L’avrei potuto fare anch’io».

In un fatto così minimo e marginale, in un peccato di ironia su un errore che, anche se commesso, certamente non provoca nessuna crisi diplomatica, nessun crollo in borsa, nessun colpo di stato, nessuna rivolta di strada, in una quisquilia, potremmo dire, è importante solo che il fatto sia successo. È stato qualcuno come me — un giornalista — e mi basta per pensare che a me, come a tutti gli altri miei colleghi, deve interessare memorizzare la lezione che questa inezia ci suggerisce.

La lezione è questa: un giornalista ieri ha fatto un errore, un errore reso grossolano non dalla sua grandezza, ma più semplicemente e anche, in fondo, più profondamente, perché ha commesso il medesimo errore che criticava: non ha verificato l’informazione. Ha sospeso la sua incredulità, una dote — l’incredulità — che in questi tempi più che mai è fondamentale non solo per i giornalisti, cui spetta il ruolo di primi controllori delle informazioni che fanno girare, ma anche per i lettori, ormai trasformati da piccoli megafoni dai social network, megafoni capaci di trasformare una burla in un fatto.

È questo che merita il ragionamento: cosa come questa accadono continuamente, accadono anche a me, accadono anche ora. Perché ora ve lo posso dire: il primo risultato della mia ricerca su Google con stringa «Al Bano Joe Cocker» aveva sì come primo risultato la canzone House of the rising sun, cantata in duetto da Al Bano. Sì, ma con Wilson Pickett.

Ora, io non so quale delle due sia l’attribuzione giusta, se quella di Joe Cocker o quella di Wilson Pickett (propendo per la seconda), però mi sembra che la lezione funzioni lo stesso. Anzi, funziona anche di più. Perché cose come queste devono smettere di accadere, ed è un invito che faccio a me stesso. A quel me stesso che esiste in un tempo parallelo e in uno spazio parallelo e dimentica di essere incredulo. A quel me stesso che non so più nemmeno se è quello che sta scrivendo queste righe, o l’altro.

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