Portineria MilanoMafia Capitale e l’omicidio dietro al caso Finmeccanica

Mafia Capitale e l'omicidio dietro al caso Finmeccanica

Come in ogni storia di mafia c’è un morto ammazzato eccellente, al momento ancora sullo sfondo di “Mafia Capitale”, nelle carte dell’inchiesta che sta scoperchiando il lato oscuro di Roma, dai rapporti degli ex esponenti della Banda della Magliana con la politica fino a quello con le altre mafie d’Italia. Si tratta di Silvio Fanella, storico tesoriere di Gennaro Mokbel, ucciso il 3 luglio di quest’anno in un agguato da film, compiuto da ex Nar e qualche giovane inesperto che si presentarono alla porta di casa sua in via della Camilluccia – non troppo distante dall’abitazione dell’ex sindaco Gianni Alemanno – come agenti della Guardia di Finanza. «Fuoco amico» si dice nel gergo della strada in questi casi. «Fuoco amico», perché è arrivato da «destra», da quell’area dove Mokbel è cresciuto sin da giovanissimo, quando negli anni ’70 trascorreva le giornate con il cecato Massimo Carminati e Valerio Fioravanti, il Giusva condannato con Francesca Mambro per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. L’inchiesta dei pm Michele Prestipino, Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli arriva anche al caso Fanella, terreno di scontro nella banda, con il sospetto che di mezzo ci sia un bottino scomparso di 50 milioni di euro, appunto il tesoro di Mokbel.

Del resto questo giovane commercialista, “lavatrice” dei soldi sporchi della malavita romana come hanno chiarito le tante inchieste in cui è finito dentro, titolare di un tesoro di diamanti e pacchi di mazzette di milioni di euro, è sempre stato il contabile, ma soprattutto il «pupillo» dell’«egiziano». «Gennarino», arrestato la scorsa settimana insieme con il Re di Roma nella Terra di Mezzo, lo ha detto spesso che per lui Fanella era quasi «come un figlio». Passato fascista, già condannato a 15 anni nell’inchiesta Telecom Sparkle dove spunta la vendita della Digint di Finmeccanica con il manager Lorenzo Cola, “Mobbeche” (come lo chiama storpiandolo l’altro boss della Magliana Ernesto Diotallevi) è un altro protagonista di questa inchiesta, uno che già quattro anni fa riempì le cronache dei giornali con la sua banda, le sue truffe, le accuse di riciclaggio internazionale, il suo potere sulle forze dell’ordine, sulle aziende di Stato e con contatti persino con l’intelligence militare. 

È un incrocio strano, dove si mischiano amicizie e diversi personaggi che appaiono e scompaiono. E che tocca soprattutto quell’inchiesta su Telecom Sparkle Finmeccanica, in cui tutti, da Carminati a Diotallevi fino all’altro boss Michele Senese temono di rimanere invischiati. Fa paura quell’indagine della magistratura dove, come ha ricostruito anche Piero Messina nel libro Il Cuore Nero dei Servizi, spuntano pure relazioni con l’intelligence, «il servizio segreto militare». Da quell’affare – dove si parla anche dell’acquisto della società Ikon per lo spionaggio – spuntano 8 milioni di euro di “cresta” di cui sarebbero stati registi proprio Cola e il suo commercialista, Marco Iannilli, altro ex estremista di destra, proprietario della casa di Sacrofano dove ha vissuto in questi anni Carminati. Un caso? A gettare l’ombra di faide e litigi sono proprio quei soldi sporchi arrivati dalla vendita della Digint. In quella casa il Re di Roma ci arriverà perché sarà proprio Iannilli a chiamarlo. Come scrivono i pm, il braccio destro di Cola, voleva essere protetto dalle minacce di morte di Mokbel che chiedeva la sua fetta di «cresta». 

Soldi che ballano. Debiti non risolti. E di mezzo una presunta vendetta contro il tesoriere che aveva in casa diamanti e soldi. Qualcuno ha voluto farlo tacere per sempre? Se c’è una questione che i pm romani dovranno chiarire è proprio il rapporto tra Gennarino e il “Nero” di Romanzo Criminale. Amici o rivali? Boss di due bande che si sono contese in questi anni Roma Nord? Oppure a capo di organizzazioni divise sull’affare Finmeccanica perché gli accordi non sono stati mantenuti? Nelle carte dell’inchiesta su Mafia Capitale sono dedicati diversi capitoli a questa storia che si porta dietro una lunga striscia di sangue, incominciata nel 2012, a processo Sparkle appena incominciato, quando fu trovato suicida Augusto Murri, spallone della banda Mokbel, addetto a trasportare denaro in Italia, destinazione Fanella. Due anni dopo morirà persino l’avvocato di Fanella, Antonio Pellegrino, pure lui suicida in casa: accade due giorni prima della morte del tesoriere. Casualità su casualità. Del resto, Fioravanti definì i due amici in questo modo: «Se Carminati non poneva limiti nella sua vita spericolata» al contrario «Mokbel era un ragazzino sbandato». 

Nello scandalo Finmeccanica Carminati pare ci sia dentro fino al collo. Lo dicono le carte che raccontano delle lunghe chiacchierate con l’ex direttore commerciale Paolo Pozzessere, amico di una vita. Lo dice in un’intercettazione Salvatore Buzzi, il titolare della Cooperativa 29 giugno, legato a doppio filo con il Partito Democratico. («lo sai perchè Massimo è intoccabile? perchè era lui che portava i soldi per Finmeccanica! bustoni di soldi! a tutti li ha portati Massimo!»). Lo fa capire lo stesso Carminati nelle intercettazioni. E soprattutto perché si parla delle preoccupazioni del Re di Roma per quello che potrebbe dire Iannilli ai magistrati su di lui, dopo il secondo arresto nel 2013: «Con tutto rispetto poi ma che cazzo pensano che sà Iannilli di Carminati?..ma che so scemo? a mettere le mani e le cose..e che in vecchiaia mi so rincoglionito? […]… Iannilli che cazzo puo’ sapè di me? del reato bagatellare?… eh..le fatture false…che mi possono far fà tre mesi?». Faide, omicidi, suicidi, un tesoro di milioni di euro, l’ombra dei servizi segreti. Un Romanzo Criminale in piena regola. 

X