Serve un fondo ad hoc per il Terzo Settore

Serve un fondo ad hoc per il Terzo Settore

Quando si pensa al Terzo Settore, viene in mente soprattutto l’attività meritevole svolta dai quasi cinque milioni di volontari che dedicano a titolo gratuito parte del loro tempo e delle loro risorse agli altri. Ma il Terzo Settore è anche un’importante realtà produttiva, oltretutto ad alta intensità di lavoro: impiega circa un milione di dipendenti, con un margine operativo di 7 miliardi di euro, risultato di un fatturato aggregato di 64 miliardi e di uscite di 57 miliardi. Si tratta, quindi, di un oggetto interessante per la politica economica. Anche perché c’è molto da mettere a posto: nella legislazione speciale, civile e fiscale, non coordinata o spesso contraddittoria, nella pluralità di osservatori e centri di servizio, nell’arretratezza di alcune normative specifiche, nell’insuccesso di altre eccetera.

Il governo ha promosso le “linee guida” per una riforma del Terzo Settore, ed è in corso l’iter parlamentare della legge delega che dovrebbe implementarle. Su questo aspetto ci sembra che i lavori siano ben avviati e non abbiamo molto da commentare. Dove, invece, ci sembra che ci sia molto da fare è in quello che potremmo chiamare il “fondo per non toccare il fondo”, un’iniziativa di appoggio al Terzo Settore produttivo, che in una slide prodotta nella “luna di miele” di Renzi era stato annunciato con una dotazione di 500 milioni di euro. La dimensione è stata poi rimaneggiata e nella delega è finanziata per 50 milioni. Non è chiaro se siano contributi (cioè entrate, per i beneficiari) o finanziamenti (cioè flussi di cassa di oggi, che però torneranno indietro domani). Che siano gli uni o gli altri, la domanda è: che se ne fa il Terzo Settore di 50 milioni? È un’inezia se paragonata al fatturato (64 miliardi) o al debito (12 miliardi) del non-profit italiano. Per noi la risposta è che, se si vuole avere un effetto misurabile, li si deve usare con la massima leva possibile e prudente. Una doppia leva: la prima, assimilabile a quella “societaria”, che prevede una partecipazione di denaro privato a fianco di quello pubblico; la seconda, la vecchia e cara leva “finanziaria”.

Il modello è il Fia, il fondo investimenti per l’abitare, un fondo di fondi a livello nazionale, dotato di due miliardi di euro, che investe in fondi locali di immobiliare sociale (o, per dirla all’inglese, housing sociale). I privati compartecipano sia al livello del fondo di fondi, sia al livello dei fondi locali. Il perno del sistema è la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), che gestisce il Fia attraverso la propria società di gestione del risparmio (Sgr). I due miliardi arrivano per metà dalla Cdp, per 140 milioni dal ministero per le Infrastrutture, il resto da aziende e casse di previdenza private (Allianz, Enasarco, Generali, Intesa e Unicredit). Anche la Sgr che gestisce il Fia è una compartecipazione pubblico-privato, con quote 70-30.

Il modello è buono, ma va adattato al Terzo Settore, che è diverso dall’immobiliare sociale. Infatti, l’immobiliare sociale è un possibile oggetto diretto di politica pubblica; ciò che realizza il Terzo Settore è invece welfare privato, complementare o sostitutivo di welfare pubblico: quindi è meglio che non sia un oggetto diretto di politica pubblica. Inoltre l’housing sociale ha bisogno – oltre ai finanziamenti da parte di investitori “pazienti”, con aspettative di rendimento moderato – di donazioni, soprattutto di terreni edificabili da parte del settore pubblico. Il Terzo Settore ha invece bisogno di mezzi monetari a titolo definitivo, forse condizionati a simultanei finanziamenti per la costituzione di attività, fisiche e intangibili. Inoltre, per noi, nel Terzo Settore c’è una questione di capacity building (manageriale, finanziario …) delle organizzazioni beneficiarie, che si pone in misura minore nell’housing sociale; si tratta di un servizio consulenziale che va previsto – e finanziato ad hoc – nell’architettura dell’iniziativa.

Tenendo conto degli elementi che differenziano la gestione di un fondo dedicato all’housing sociale, si può immaginare la seguente struttura per un fondo dedicato al Terzo Settore nella sua interezza (illustrata nel disegno qui sotto).

Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui

In testa a tutto non c’è una struttura pubblica, ma una nuova fondazione di partecipazione, che chiameremo “Fiis – Fondazione Italiana Impresa Sociale”: forse a maggioranza pubblica, forse no, ma comunque con propri organi sociali e una robusta partecipazione privata. Questa fondazione può andare tra l’altro in cerca di contributi europei, nell’ambito della Social Business Initiative o di altro tipo. “Sotto” ci sono due strutture. A destra c’è un fondo di fondi nazionale, analogo al Fia e ragionevolmente gestito dalla Sgr della Cdp, che fa da cappello all’attività finanziaria. I fondi sottostanti, regionali o tematici, possono essere investiti da entità pubbliche o private e sono gli EuSEF italiani (i fondi che investono nel settore sociale, regolati dall’apposita direttiva). A sinistra c’è una società di capitali, impresa sociale, che deve fare consulenza, capacity building e aiuto diretto a vari settori del sociale. Anche questa può andare alla ricerca di contributi per lo sviluppo del settore sociale, privati e pubblici: inclusi quelli europei, e inclusi alcuni milioni del “Fondo per non toccare il fondo”. Messi a leva, perché sono pochi, dalla struttura qui descritta.

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