TaccolaGli stranieri in Borsa crescono del 62%

Gli stranieri in Borsa crescono del 62%

La fine dei patti di sindacato si può racchiudere in un numero: +62 per cento. Di tanto è cresciuto il valore del capitale delle imprese quotate alla Borsa di Milano tra il giugno 2013 e il giugno 2014. A quella data, ha ricostruito il Centro Studi Unimpresa, i soggetti stranieri detenevano il 44,3% del valore di tutte le azioni delle società presenti a Piazza Affari. Solo un anno prima la quota si fermava al 39,4 per cento. Dall’altra parte, in un anno che ha visto crescere il valore totale di circa il 44% (il Ftse a giugno 2013 è passato da circa 15mila a circa 21mila punti, per poi scendere all’attuale valore attorno a 18mila), le banche sono state gli unici soggetti a retrocedere. Il peso delle partecipazioni sul totale dei capitali in Borsa è sceso dal 9,1 al 6,1 per cento. Non poteva che essere così, vista la scelta di Mediobanca e Intesa Sanpaolo di uscire da una serie di partecipazioni non strategiche, portata avanti nell’ultimo anno. 

Come leggere questi dati? Carlo Daveri, fondatore e amministratore delegato della banca d’investimenti Dvr Capital, non ha alcun dubbio. «È un fatto estremamente positivo – commenta -. Dimostra che ci sono aziende interessanti per gli investori esteri. Se un’azienda è finanziata anche da capitali esteri è un bene, perché il più delle volte questo significa portare sviluppo che altrimenti sarebbe venuto meno. Così come l’aver reso le aziende più contendibili con il superamento dei patti di sindacato».

Secondo Giampaolo Trasi, responsabile del mercato azionario e del credito di Intesa Sanpaolo, quello a cui si è assistito nell’ultimo anno è il passaggio a una “nuova normalità”. «Non vedo affatto la maggiore presenza di investitori stranieri come un problema – commenta -. Lo vedrei come un’evoluzione del mercato italiano. I fondi pensioni e i fondi sovrani hanno cominciato a comprare, a partire dal settore bancario». Blackrock ha per esempio acquisito quote attorno al 5% nei maggiori istituti di credito, comprese Unicredit e Intesa Sanpaolo. Per Trasi «non sono conquiste surrettizie, i capitali non hanno bandiere. Gli investitori cercano rendimenti e, se non lo fanno con operazioni mordi e fuggi, è un fatto positivo, non scontato fino a qualche anno fa».

Per arrivarci c’è stato bisogno di superare le reti delle partecipazioni incrociate, il cosiddetto Salotto buono. «La chiamiamo “new normality” – commenta Trasi -. In un profilo di medio termine, la normalizzazione del capitalismo italiano è un fatto importante. In questa normalizzazione rientra anche il superamento dei patti di sindacato. È successo per esempio con Mps: a volte si fanno le cose giuste per ragioni sbagliate». La crisi ha insomma obbligato tutti a rivedere le priorità. «Sei-sette anni fa i membri dei patti di sindacato non pensavano minimamente di ridurre le presenze – commenta Trasi -. Ma negl tempo avere quote piccole in tante società è diventato costoso e i patti di sindacato sono stati messi in discussione. È un fatto estremamente positivo, è però un fatto evoluzionario, non rivoluzionario. Non avviene di colpo ma negli anni. Il problema della sottocapitalizzazione delle imprese viene fuori, ma le aziende come dimostrano questi investimenti dall’estero si stanno organizzando».

All’aumento dei capitali esteri un ruolo determinante lo hanno avuto le operazioni sponsorizzate dallo Stato, prima dal governo Letta e poi da quello Renzi. La maturazione è stata anche politica, perché sono venuti meno veti che riguardavano aziende ritenute di interesse nazionale, come Cdp Reti, finita a luglio a State Grid of China, assieme a numerose partecipazioni in altre società. 

La decisione di tenere le partecipazioni a breve, come fanno tipicamente i fondi di investimento, o a medio-termine, «sarà figlia dell’andamento dei mercati. Certamente i mercati finanziari sono stati caratterizzati negli ultimi anni da una fortissima volatilità», conclude Daveri. Le scelte dipendono però anche dal soggetto e in parte anche dalla nazionalità di luglio, come ricostruito da un’analisi de Linkiesta di qualche mese fa. 

Se questa è la fotografia allo scorso giugno, cosa è successo da allora e soprattutto cosa succederà ora? «Considerando che il valore del Ftse Mib è sceso da 21mila a 18mila, è probabile che il valore assoluto degli investimenti esteri si sia ridotto, ma che il peso relativo sia aumentato», commenta Trasi.

Quello che accadrà d’ora in avanti dipenderà dal valore del dollaro e del petrolio. Tradotto: un ripiegamento degli investimenti dei fondi sovrani che galleggiano sul petrolio, soprattutto da Paesi arabi (ma anche Norvegia) e un incremento dei fondi americani. «È ragionevole che ci sia questo spostamento geografico – commenta Trasi -. I fondi sovrani del Medio Oriente hanno riserve di cui non si vede la fine, ma certo sarà centrale il prezzo del petrolio, difficilmente a breve il prezzo salirà sopra i cento dollari al barile e i surplus vengono meno. Dagli Stati Uniti si vede già una crescita». A conti fatti non ci dovrebbe essere una diminuzione. «Il rischio è una fine dell’accelerazione», aggiunge Trasi. Questo è preoccupante, perché «il nostro Pil rimane statico e le condizioni del sistema economico italiano sono sicuramente poco favorevoli». 

«Per quello che vediamo, anche personalmente, gli Usa sono tornati a essere forti acquirenti. Lavorano in modo molto dinamico e quando ci sono le condizioni per acquisire, tendono a essere effettivamente acquisitivi. Sono investitori molto razionali e super-benvenuti». Secondo Daveri, invece, se dalla Russia sicuramente i flussi diminuiranno, «i fondi sovrani legati al petrolio hanno talmente tanto denaro che anche se il petrolio scende, gli investimenti non diminuiranno. Negli scorsi anni hanno diversificato per proteggersi da futuri cali del petrolio e probabilmente continueranno a farlo». 

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