Grecia: la lunga e fredda notte prima del voto

Grecia: la lunga e fredda notte prima del voto

“La speranza arriva. La Grecia va avanti. L’Europa cambia”. Lo slogan della campagna elettorale del leader di Syriza, Alexis Tsipras, il partito di sinistra favorito per la vittoria delle elezioni di domenica 25 gennaio, cerca di rappresentare lo stato d’animo di un intero popolo. In contrapposizione al partito di Tsipras si pone Antonis Samaras, presidente uscente e punto di riferimento dei conservatori di Nea Demokratia, che nel suo manifesto elettorale rivendica: “Diciamo la verità. Vi garantiamo il domani”. Nel mezzo si trovano gli elettori: insofferenti verso chi negli ultimi anni li ha spremuti cercando di risolvere una crisi senza precedenti, e diffidenti nei confronti di chi propone un cambio di rotta radicale.

Da una parte Tsipras, intenzionato a prendere di petto l’Europa, dichiarando guerra alla corruzione e chi ha messo KO la Grecia (nei programmi distribuiti presso la sede del suo comitato dedica una pagina in 8 punti intitolata “Cacciare via quelli che…”); dall’altra Samaras che invita i cittadini a non gettare al vento anni di dolorosi sacrifici, consegnandosi nelle mani di persone inaffidabili.

L’atmosfera che avvolge Atene il giorno prima del voto trasmette la consapevolezza e il realismo dei suoi cittadini: il cambiamento non è una questione tra destra e sinistra, tra Siryza e i conservatori di Nea Demokratia, ma una questione di esasperazione. Gli anni di crisi in cui è precipitato l’intero paese stanno presentando un’emergenza che, probabilmente più di altre, spiega la sofferenza e, allo stesso tempo, la tenacia dei greci: l’emergenza sanitaria. Sono oltre 1 milione i cittadini ormai privi di assistenza sanitaria. «Io sono fortunato, ancora posso permettermi di pagare 4.500 euro di contributi sanitari all’anno, ma il 60% dei miei colleghi non è in regola con la contribuzione e non può pagare l’assistenza sanitaria né per se né per la propria famiglia», spiega Giorgos, 50 anni, architetto.

Lo stato di disoccupazione per più di un anno porta alla perdita del diritto di accesso al servizio sanitario pubblico. Per rinnovare la propria registrazione al servizio bisogna aver lavorato almeno 50 giorni in un anno e, se senza lavoro, si ottiene una nuova copertura annuale. Nel 2014 la disoccupazione è arrivata al 27%, di cui circa il 72% non ha un’occupazione da più di un anno. Per questo medici, associazioni e semplici cittadini hanno dato vita alle cosiddette cliniche sociali.

Nel quartiere popolare di Nea Filadelfia (Nuova Filadelfia), in cui andarono ad abitare i reduci greci della guerra combattuta contro i turchi, appena dopo la Prima Guerra Mondiale, è nata una delle 16 cliniche sociali dell’Attica e delle 40 presenti in tutto il paese. Qui, in Proskopon Aidiniou Square, dal settembre del 2014 opera l’Ambulatorio Popolare Autogestito che fornisce assistenza sanitaria gratuita a chi è rimasto senza. I suoi 40 medici volontari condividono la gestione del centro visitando ogni giorno una media di 20 persone. «Non c’è un capo dei medici, spesso come curare un paziente diventa oggetto di una vera e propria assemblea a cui partecipano tutti, anche chi non e’ dottore. Si sta creando un sistema sanitario solidale parallelo», racconta sorridendo Aris Kaikis, 30 anni e medico internista.

L’abbassamento del tenore di vita ha innescato una reazione a catena: con meno igiene, una peggiore alimentazione e l’assenza di riscaldamento nelle case, sono tornate d’attualità malattie come la tubercolosi e la malaria. «È un problema di welfare e di prevenzione, non si può intervenire solo quando si palesa la malattia, ma nessuno si può più concedere controlli costosi», ripetono come un mantra nell’Ambulatorio popolare. Senza dimenticare l’incremento dei casi di diabete e delle malattie cardiovascolari.

I pazienti di queste cliniche ripagano come possono, spesso semplicemente contribuendo alla manutenzione dei locali utilizzati per le visite, mettendosi a disposizione per i lavori necessari. I medicinali vengono donati da chi non ne ha più bisogno, da altri paesi o da organizzazioni internazionali.

Al vuoto lasciato dalla propria classe dirigente i greci stanno rispondendo facendo comunità. Per questo l’esito del voto di domani sembra lasciare indifferente gran parte della popolazione. Tra la speranza invocata da Tsipras e la paura evocata da Samaras, regna la consapevolezza che da lunedì, qualsiasi sia il verdetto uscito delle urne, si dovrà continuare a rimboccarsi le maniche aiutandosi l’un l’altro.

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