I superstiti di “Charlie Hebdo”: “Ci sono notizie?”

I superstiti di “Charlie Hebdo”: “Ci sono notizie?”

I giornalisti sopravvissuti all’attacco contro la redazione di Charlie Hebdo hanno ripreso il lavoro venerdì negli uffici di Libération. Con i morti e i feriti in mente, per far uscire il giornale mercoledì. La cronaca del quotidiano francese. 

In tutto, la riunione di redazione di Charlie Hebdo è durata più di tre ore. Oltre agli argomenti e alle scadenze, venerdì mattina dobbiamo anche parlare dei morti, dei feriti, dei tributi, dei funerali. La stanza in cui Libe di solito tiene la riunione quotidiana è occupata per l’occasione dai superstiti del settimanale satirico. La sala, illuminata da un lato da una grande finestra rotonda, è sia surriscaldata sia aperta ai quattro venti per lasciar uscire il fumo delle sigarette.

Posizionato sul grande tavolo rotondo, un computer prestato dal gruppo Le Monde. Seduti intorno ci sono tutti gli autori: Willem, Luz, Coco, Babouse, Sigolène Vinson, Antonio Fischetti, Zineb El Rhazoui, Laurent Léger…In tutto, più di 25 persone, l’aspetto grigio e gli occhi gonfi, il nocciolo duro e collaboratori vicini o occasionali stanno preparando il prossimo numero di Charlie Hebdo. È in uscita il prossimo mercoledì e verrà stampato in un milione di copie, circa venti volte la tiratura normale normale.

«Ho potuto vedere tutti in ospedale». Gérard Biard, caporedattore di Charlie, inizia così. «Riss è stato ferito alla spalla destra, ma il nervo non è interessato. Stava ovviamente molto male. La prima cosa che ha detto è che non è sicuro che sarà in grado di continuare a fare il giornale». Fabrice Nicolino, colpito più volte nell’attacco, «sta meglio», anche se «ovviamente soffre molto». Patrick Pelloux dottore e columnist a Charlie, poi spiega l’infortunio alla mascella di un’altra vittima, Philippe Lançon, giornalista anche di Libération. Simon Fieschi, il webmaster, è stato nel frattempo «posto in un coma artificiale». Una giovane donna crolla. «Non devi sentirti in colpa!», la conforta Gérard Biard. Tutti annuiscono in silenzio. Quella che piange è la giornalista Sigolène Vinson, presente nella redazione al momento del dramma di mercoledì ma risparmiata dagli aggressori.

Biard si sposta sui morti. Come organizzare il funerale? E tributo nazionale? Con quale la musica? Perché non delle bandiere?  «Non dovrebbe esserci un simbolo che avrebbero odiato», dice qualcuno attorno al tavolo. «Hanno ucciso delle persone che hanno disegnato delle caricature. Non degli stendardi. Dobbiamo ricordare la semplicità di queste persone, del loro lavoro. I nostri amici sono morti, ma non dobbiamo esporli sulla pubblica piazza». Tutti annuiscono. 

Un giornalista spiega che un’asta creata spontaneamente da sconosciuti su Internet ha già raccolto 98.000 euro in meno di 24 ore. I sopravvissuti di Charlie sono sommersi dalle richieste di sottoscrizione, che non possono gestire per ora. Ma ben presto, dovrebbero ricevere aiuto di Lagardère su questo punto. L’avvocato di Charlie Hebdo, Richard Malka, prende la parola. «C’è denaro proveniente da tutto il mondo. Aiuti, strutture, personale per gestire le richieste…». «Abbiamo ricevuto molto sostegno dai media», gli fa fa eco Christophe Thevenet, un altro avvocato della testata. Ci sono donazioni, già 250mila euro tramite l’associazione Press et pluralisme, i milioni promessi da Fleur Pellerin…Avrete finanze come mai prima Charlie!». L’avvocato ne sa qualcosa: è stato lui che ha creato gli statuti del giornale, che ha fatto le assemblee generali della testata. Negli ultimi mesi il settimanale aveva fatto un appello per le donazioni per cercare di salvare la testata, in cattive condizioni.

«Beh, abbiamo fatto il giornale?»,  chiede Gérard Biard, che è visibilmente impaziente di andare. «Cosa abbiamo messo nelle pagine?». «Non lo so, c’è qualche notizia?”, butta lì Patrick Pelloux. Risate nervose. Biard continua: «Io, io sarei per un numero, tra virgolette, normale. Che i lettori riconoscano Charlie. Nemmeno un numero eccezionale». «Non male!» dice qualcuno intorno al tavolo. Alcuni evocano l’idea di lasciare spazi vuoti in cui i morti di mercoledì avrebbero dovuto scrivere o disegnare. Ma alla fine, il gruppo è contrario. «Io non voglio che ci sia materialmente vuoto», afferma Gérard Biard. Devono essere tutti lì, nelle pagina. E anche Mustapha». Mustapha Ourrad, il correttore, fa parte della lunga lista delle persone uccise nell’attacco di mercoledì. «Quindi cerchiamo miei errori!», ridono Patrick Pelloux e gli altri.

«Oh guarda! Fidel Castro è morto!» tuona Luz , scoprendo la notizia (che sarà presto smentita) sul suo telefono. Il giornalista Laurent Léger cerca di riorientare il dibattito sul giornale: «Penso che non dobbiamo fare i necrologi, non faremo un numero tributo». La redazione discute i contenuti del giornale. Gérard Biard: «Spero che si smetta di trattarci da laici fondamentalisti, che si smetta di dire “sì, ma” alla libertà di espressione». Laurent Léger: «Penso che possiamo anche dire che eravamo molto soli negli ultimi anni». Luz: «Bisogna anche che questo numero parli anche del dopo». Corinne Rey: «Far passare il messaggio che siamo vivi!”  Richard Malka: «E che non lasciamo da parte la critica alle religioni».

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