Il mago Draghi: con una mano dà, con l’altra toglie

Il mago Draghi: con una mano dà, con l’altra toglie

Dare con una mano e togliere con l’altra. Questo sembra il gioco della Bce con l’economia europea: da un lato, fornisce ossigeno – speriamo! – con il Quantitative Easing e dall’altro lo toglie con i nuovi, più elevati requisiti di capitale richiesti alle banche europee. Se si dovesse ripetere quanto accaduto nel 2014, l’effetto finale sulla congiuntura sarà più negativo che positivo e probabilmente determinerà una permanenza in recessione per le economie più banco-centriche del Continente. Una su tutte, l’Italia, con buona pace del premier Matteo Renzi, il quale ha previsto che il 2015 sarà un anno felix.

Lo scorso 9 gennaio le banche europee e italiane hanno subito un tracollo in Borsa, in seguito alle indiscrezioni, pubblicate dal Sole24Ore, che la Bce, in virtù del nuovo ruolo attribuitole dalla Banking Union, abbia richiesto a molte banche europee un aumento dei requisiti di capitale. Nel caso del Montepaschi si parla addirittura di un innalzamento al 14% del coefficiente minimo di patrimonializzazione (il cosiddetto Cet1): il doppio del requisito minimo richiesto da Basilea 3 e comunque superiore rispetto al 12,8% riportato dalla banca nel terzo trimestre del 2014. Da notare che, prima della diffusione delle indiscrezioni relative alle banche italiane, sempre nella mattinata di venerdì 9 gennaio il Banco Santander in Spagna annunciava un aumento di capitale di 7,5 mld di euro.

Cosa significa aumentare i coefficienti minimi di patrimonializzazione della banche? E soprattutto, che effetti avrà sull’economia reale? Per capirlo facciamo un passo indietro e spieghiamo come funziona il “canale creditizio”. A parte le grandissime aziende che hanno la possibilità di farsi finanziare direttamente dai risparmiatori attraverso proprie emissioni obbligazionarie, la stragrande maggioranza delle piccole e medie aziende per ottenere i fondi necessari al proprio funzionamento e agli investimenti, si rivolge alle banche. Che raccolgono denaro dai risparmiatori e lo prestano o all’economia reale o allo Stato, per esempio, acquistando Btp.

Prudenzialmente, è richiesto alle banche di disporre di un minimo di capitale per far fronte ad eventuali perdite nell’attività di finanziamento. Quanto più rischiose sono le attività finanziate dalle banche, tanto maggiore è il capitale di cui devono disporre. Ad esempio, per erogare un prestito di 100 euro a un’azienda, la normativa potrebbe richiedere alla banca di avere almeno 8 euro di capitale proprio, consentendo implicitamente una leva di 12,5 volte. Oggi, la normativa assume che i titoli di Stato siano senza rischio e, quindi, non richiedano alcun accantonamento di capitale.

Per fare un esempio estremo: se la Bce chiede di aumentare da 7% a 14% la soglia minima di capitale, la banca ha due alternative. La prima: mantenere invariati i prestiti che fa all’economia reale (ad esempio, 100 euro) ed effettuare un aumento di capitale di 7 euro, che porti l’equity a 14 euro. E’ un’alternativa molto costosa, che si possono permettere in pochi, soprattutto in un periodo come l’attuale caratterizzato da una congiuntura ancora difficile e con azionisti dissanguati da precedenti aumenti di capitale. La seconda alternativa è quella di non procedere ad un aumento di capitale e ridurre il volume dei prestiti (che assorbono capitale) a 50 euro, con una diminuzione del 50% del credito erogato all’economia reale. Le risorse così liberate possono essere reinvestite in attività che non assorbono – per ora – capitale, come i titoli di Stato.

Quale sia l’effetto sull’economia reale di una contrazione del credito è facile da immaginare e in Italia ne abbiamo avuto un’ampia dimostrazione negli anni passati. Le piccole e medie aziende, che non hanno una dimensione sufficiente per accedere direttamente al mercato dei capitali, soffrono; le grandi aziende soffrono meno o non soffrono affatto perché hanno perlomeno la possibilità di sostituire il credito bancario con emissioni obbligazionarie.

La Bce può contrastare l’effetto depressivo di un innalzamento delle soglie minime di capitale aumentando la liquidità in circolazione. Le banche infatti presteranno di meno a parità di risorse disponibili, ma, se aumentano le risorse disponibili grazie a operazioni straordinarie come il Quantitative Easing, l’effetto finale potrebbe risultare espansivo. Il condizionale, tuttavia, è d’obbligo perché l’effetto leva, in finanza, è ben superiore all’effetto base e, quindi, è più probabile che accada il contrario.  In ogni caso, per valutare l’impatto complessivo bisognerebbe conoscere i nuovi coefficienti patrimoniali – ma al momento è tutto coperto dal riserbo – e le caratteristiche del Quantitative Easing,  e anche in questo caso non sappiamo né il quantum né il quando.

Anche queste informazioni non bastano, perché le scelte dei banchieri si basano sulle previsioni delle future mosse della Banca Centrale Europea. Se la Bce scegliesse, come sembra, la strada della massima prudenza nel trattamento delle sofferenze, del rischio sovrano, i prossimi anni saranno caratterizzati da richieste continue d’integrazioni patrimoniali e di stress test. Di fronte a questo scenario, un banchiere,  anche solo minimamente prudente, cercherà di risparmiare il più possibile capitale, evitando finanziamenti rischiosi all’economia reale, con tanti saluti alla crescita e alle sorti progressive del Quantitative Easing. Alla fine, l’obiettivo di creare un sistema bancario sicuro al 100% sarà probabilmente raggiunto, ma al prezzo di altri sette anni di recessione. E se nel frattempo l’Unione Monetaria non si sarà trasformata in unione politica, la Banking Union non solo si rivelerà inutile, ma anche controproducente.

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