Il mini-euro può essere la svolta del 2015

Il mini-euro può essere la svolta del 2015

Da anni è un freno all’export e alla crescita, almeno da quando è iniziata la crisi del 2008. Il super-euro rispetto al dollaro ha contribuito a buona parte dell’euroscetticismo divampato nel Vecchio Continente negli ultimi anni. Ora il problema si sta trasformando in una delle poche luci che si vedono nel 2015 e la discesa del rapporto euro/dollaro sotto la quota di 1,20, il più basso da nove anni a questa parte, apre nuovi scenari. Nessun entusiasmo eccessivo (anche perché dal 2006 si sono registrate altre tre discese sotto quota 1,30) ma si tratta comunque della differenza tra una crescita modesta e il rischio di una nuova recessione. 

Gli effetti sul 2015 dell’euro debole

Neanche il 2015 sarà un anno facile per l’economia italiana, questo è bene chiarirlo subito. Le difficoltà congiunturali internazionali, con in testa le tensioni politiche ed economiche in Russia e il rallentamento atteso in Cina non aiutano, così come la mancata ripresa degli investimenti e della domanda interna. Su questo fronte la clausola di salvaguardia sull’Iva e rischio di aumento dell’imposizione sulla casa con la riforma del catasto rischiano di sterilizzare lo sforzo di stimolo del bonus Irpef di 80 euro. Per questo, e partendo dalle scarse performance dell’ultimo trimestre 2014, l’ultimo report sugli scenari macroeconomici di Intesa Sanpaolo ha rivisto ancora una volta al ribasso le stime di crescita del Pil nel 2015: dal +0,6% al +0,4 per cento. Sperando che non ci siano altri ritocchi. 

Tuttavia lo scenario sarebbe stato peggiore se non ci fossero stati due fattori concomitanti: la discesa del prezzo del petrolio e la discesa del valore dell’euro rispetto al dollaro. Secondo la maggiore banca italiana «il nuovo profilo del tasso di cambio euro/dollaro e del prezzo del petrolio ha ceteris paribus un impatto positivo di 0,3% sulla crescita italiana nel 2015; tale effetto potrebbe essere più ampio nel 2015, ed estendersi anche al 2016, nel caso in cui il recente calo delle quotazioni dell’euro e delle materie prime si accentuasse ulteriormente: uno shock simultaneo del 10% sul tasso di cambio e sul brent avrebbe nelle nostre stime un impatto di 0,5% sulla crescita media del Pil dopo un anno (tale impatto rientrerebbe però quasi interamente nell’anno successivo)». 

Secondo Paolo Mameli, Economista Area Euro di Intesa Sanpaolo, il solo deprezzamento del 10% del tasso di cambio euro/dollaro rispetto allo scenario base avrà un effetto positivo dell’1,5% sull’export e dello 0,4% sul Pil (tenendo conto dell’effetto di retroazione dell’export sulle importazioni). Non è poco, tenendo conto che nel 2015, la ripresa sarà «ancora una volta molto dipendente dall’estero. Infatti le esportazioni nette potrebbero aggiungere lo 0,3% al Pil, dopo lo 0,5% del 2014. L’export è atteso accelerare al 3,3% dopo l’1,9% di quest’anno, a fronte di un import anch’esso in ripresa (+2,5% da +0,4%)».

Esportazioni premiate

Saranno ovviamente premiate le esportazioni verso gli Stati Uniti, mentre Russia e Medio Oriente saranno frenati dalle tensioni geopolitiche e dall’effetto di minore domanda indotto dal calor delle quotazioni delle commodity. 

Già quest’anno gli Usa sono stati il vero ossigeno per l’economia italiana. Da gennaio a novembre 2014 il saldo commerciale è stato positivo per 15,6 miliardi di euro, in crescita del 9,9% rispetto allo stesso periodo del 2013. Nel solo novembre le esportazioni sono state di 1,5 miliardi di euro, in salita del 15% rispetto al novembre precedente. Russia (-23%) e Giappone (-19,6%) sono invece state le aree che più hanno penalizzato le esportazioni. 

Le attese dei produttori

Quello che si aspettano le associazioni di categoria e le imprese è stato ricostruito da una serie di interviste in un articolo de La Stampa del 5 gennaio. «Il mercato americano sta marciando alla grande, l’export vale almeno il 52% del fatturato complessivo», ha sintetizzato Gianfranco Di Natale, direttore del Sistema Moda Italia. «Il dollaro così forte per noi è una grande occasione – ha commentato il presidente di FederlegnoArredo Roberto Snaidero -. Abbiamo fatto programmi per aumentare la nostra presenza negli Stati Uniti: il 15 gennaio parto per presentare il Salone del Mobile agli americani». Secondo Alessandra Lanza, partner della società di consulenza Prometeia, «ora le imprese più favorite sono quelle del Made in Italy tradizionale, mentre chi lavora nell’energia faticherà di più». I benefici sono attesi soprattutto per le imprese del Nord Ovest, in particolare di Lombardia e Piemonte. 

Le previsioni vedono un nuovo calo

Negli scambi della mattina del 5 gennaio, l’euro è sceso sotto la quota di 1,20 dollari, dopo essersi svalutato del 12% nel corso del 2014. Ha toccato quota 1,186, il suo livello più basso dal marzo 2006, prima di chiudere a quota 1,195. Come ha sottolineato il Financial Times, all’ultima accelerazione nella discesa hanno contribuito le voci sulla possibilità che la Germania permetta l’uscita della Grecia dalla moneta unica. 

Ma che possibilità ci sono che il calo dell’euro continui? Come ha riportato un’analisi del Giornale, secondo gli analisti la discesa della moneta unica proseguirà per tutto l’anno, con attese ribassiste che si spingono fino a 1,10 dollari a dicembre previsti da Bank of New York Mellon: sarebbe il livello più basso dal 2003. Per Bnp la discesa si fermerà a 1,15 dollari, Rabobank vede l’euro a 1,20 dollari a fine anno, mentre Société Générale si spinge fino a 1,14 dollari.

Secondo un altro scenario di Intesa Sanpaolo, «la svolta accomodante della Bce e l’attesa di tassi Usa in rialzo hanno indebolito l’euro e rafforzato il dollaro (…). Da qui in avanti la divergenza tra azione di Bce (espansione della liquidità) e Fed (rialzo tassi) dovrebbe aumentare favorendo un ulteriore calo dell’euro (rialzo del dollaro). Il rialzo dei tassi Fed può peraltro rafforzare il dollaro contro la maggior parte delle valute. Tra queste si segnala lo yen, già passato da 102 in luglio a 121 in settembre, anch’esso indebolito dall’azione della Banca del Giappone che risulta ancora più accomodante di quella della Bce».

Secondo Morgan Stanley, ha ricordato ancora Il Giornale, «un apprezzamento del 10% dell’euro comporta una riduzione della ricchezza europea di mezzo punto percentuale: per l’Italia questo significa 8 miliardi di euro, perchè il made in Italy, dalla moda all’alimentare d’alta gamma, vive soprattutto di esportazioni. Nel tessile, per fare un esempio, il 2008, anno di Supereuro, ha visto un calo dell’8% dell’export, con una flessione del 4,6% dei fatturati. Al contrario, il rafforzamento del biglietto verde gioca a favore delle nostre aziende esportatrici: il rovescio della medaglia è l’aumento dei prezzi di tutto ciò che è quotato in dollari, a cominciare dal petrolio».