Il Quantitative Easing di Draghi: 60 miliardi al mese

Il Quantitative Easing di Draghi: 60 miliardi al mese

È arrivato l’attesissimo annuncio di Mario Draghi sulle decisione della Bce sul Quantitative Easing. Gli acquisti di bond da parte della Banca centrale europea saranno pari a 60 miliardi al mese, da marzo 2015 e fino al settembre 2016, e comunque «fino a quando l’inflazione si riporterà a livelli ritenuti coerenti con i suoi obiettivi», cioè appena sotto il 2 per cento. Si tratta di 19 mesi, per un totale di 1.140 miliardi di euro.

L’altro annuncio non scontato riguarda la ripartizione dei rischi: il 20% degli acquisti sarà soggetto a condivisione rischi, quindi sarà a carico della Bce, il resto sarà a carico delle banche centrali. 

Il nuovo intervento ingloberà i precedenti programmi di acquisto di prestiti bancari cartolarizzati (Abs) e di obbligazioni bancarie garantite (covered bond).  «La decisione di oggi aiuterà la guidance sui tassi – ha detto il presidente della Bce – e rinforza il fatto che ci sono differenze tra il ciclo di politica monetaria e l’andamento dell’economia. Insieme questi fattori dovrebbero incrementare la domanda e supportare la crescita del credito contribuendo all’incremento dell’inflazione».

«Le misure di oggi sosterranno l’ancoraggio delle aspettative sulle inflazione nel breve e nel medio termine – ha detto -. Le condizioni delle famiglie nell’area euro continueranno a migliorare». Saranno acquistati titoli di Stato, ha specificato, con scadenze tra 2 e 20 anni. 

Poco prima dell’annuncio c’è stato il voto del consiglio della Banca Centrale Europea sul piano di acquisti di titoli di Stato che la Bce ha proposto, seguendo gli esempi della Fed negli Usa e della banca centrale giapponese, per contrastare il rischio di deflazione nell’Eurozona e rilanciare l’economia.

Rispondendo a una domanda di un giornalista, Draghi ha detto che c’è stata «unanimità sul fatto che il Quantitative easing fosse uno strumento di politica di bilancio», non c’è stata unanimità «sulla necessità lanciare subito» tali politiche, mentre c’è stato consenso sul risk sharing al 20 per cento. «La misura si avvicina molto alle stime iniziali», ha aggiunto il presidente Bce. 

La diretta video dell’annuncio di Mario Draghi

Le indiscrezioni delle ultime ore avevano parlato di una misura su base mensile inferiore ma su un periodo più lungo. Ogni mese, secondo le anticipazioni, sarebbero dovuti essere messi sul piatto 50 miliardi di euro, partendo da marzo e fino alla fine del 2016. In totale si sarebbe trattato di 1.100 miliardi di euro, ben più dei 500 miliardi che si attendevano dalla misura. Ma la scansione mensile permetterebbe di interrompere la misura, se gli obiettivi fossero raggiunti in anticipo o se l’efficacia non fosse all’altezza delle aspettative. 

Risk sharing: solo il 20% alla Bce

Il secondo grande punto che si doveva chiarire è in che misura il rischio (e i profitti) insito nei bond che si comprano ricada delle spalle della Bce e delle varie banche centrali. I Paesi favorevoli al Quantitative Easing hanno spinto perché fosse completamente sulle spalle della Bce, e quindi completamente condiviso. I Paesi del Nord, guidati dalla Germania, hanno chiesto invece che ogni banca nazionale comprasse i titoli del proprio Paese e se ne assumesse il rischio. Il compromesso a cui si è arrivati (solo il 20% a carico della Bce) è quindi da leggere come una vittoria della linea tedesca. 

Draghi ha spiegato le ragioni che hanno portato alla decisione sul 20% dei rischi a carico della Bce. Il presidente della banca centrale europea si è detto «sorpreso che la questione del rischio condiviso sia diventata una questione così centrale». Concetto ribadito in seguito, quando la questione è stata definita «abbastanza futile». «Il problema di come distribuire il rischio – ha aggiunto – è stato un problema che il consiglio ha voluto affrontare fin dall’inizio. Abbiamo voluto arrivare a una decisione in modalità “risk sharing”. Originariamente vi erano due tipi di collateral: uno era il Tier1, dove il rischio veniva condiviso, e il Tier2, dove il rischio non veniva condiviso. Due anni fa abbiamo scelto un sistema senza condivisione del rischio. Questa volta abbiamo una situazione in cui il programma è molto ampio. Da una parte volevamo mantenere il principio della condivisione del rischio. Dall’altro volevamo attuare una decisione che potesse attenuare le preoccupazioni di alcuni membri della banca europa su conseguenze impreviste» del quantitative easing». 

La Germania è stata la più contraria al Qe, perché l’intervento della Bce, secondo Berlino, provocherebbe un allentamento degli sforzi di riforma dei Paesi più indebitati.  

Il voto nel consiglio della Banca centrale europea ha posto termine a mesi di negoziazioni proseguite fino a ieri sera. Draghi ha considerato importante contenere il dissenso e ottenere la votazione del numero più alto possibile tra i 21 membri votanti del board (sui 25 totali). Contrari erano il consigliere tedesco Jens Weidmann, la rappresentante tedesca del comitato esecutivo Sabine Lautenschlaeger e Klaas Knot della Banca d’Olanda. Tra i consiglieri in bilico ci sono stati il lussemburghese Yves Mersch, sempre del comitato esecutivo, i governatori di Lettonia, Lituania, Lussemburgo e Slovacchia. 

Cos’è il Quantitative Easing e quali sono gli obiettivi

Il Quantitative Easing è l’acquisto di titoli pubblici da parte di una banca centrale. In Italiano si traduce in “alleggerimento quantitativo”. Concretamente, la Banca centrale europea stamperà 1.100 miliardi di euro per acquistare dalle banche i titoli di Stato dei paesi dell’area Euro, dai Bund tedeschi ai nostri Btp. Una misura, questa, che si spera possa generare una specie di reazione a catena: le banche aumentano la liquidità a loro disposizione, che si suppone prestino alle imprese e ai privati per finanziare i loro investimenti e i loro consumi.

Non solo: una tale massiccia iniezione di denaro dovrebbe svalutare ulteriormente l’Euro, rendendo più competitive le nostre esportazioni sui mercati extra-continentali. Generando, a sua volta, nuovi investimenti e nuovi consumi. Tutto questo dovrebbe portare a una crescita delle economie europee, che a sua volta migliorerebbe lo stato dei conti pubblici – maggiori introiti fiscali – e permetterebbe ai governi di migliorare, grazie alla crescita del denominatore, il rapporto debito/Pil e deficit/Pil.

Tra gli effetti sperati c’è l’aumento dell’inflazione, che per la Bce deve rimanere vicina al 2% ma sotto tale quota. Dall’ottobre del 2013 è invece sotto l’1% e nel dicembre 2014 è stata negativa, -0,2 per cento. Il modo tradizionale di ottenere l’aumento dell’inflazione, far scendere i tassi d’interesse, non è praticabile perché i tassi sono  già a zero. 

I dubbi sull’efficacia

L’efficacia del Quantitative Easing è stata indubbia negli Stati Uniti. Ci sono però forti dubbi sulla possibilità che gli interventi siano altrettanto utili in Europa. Il motivo è semplice: Europa e Usa sono due cose diverse. In particolare, le imprese americane si finanziano in Borsa, quelle europee – soprattutto le piccole e medie imprese europee – in banca. In altre parole: l’immissione di liquidità nel sistema economico, in America, è istantantea, mentre in Europa è necessario che le banche prestino soldi alle imprese. Che lo facciano è tutto da vedere. Le banche europee sono infatti ancora molto deboli; il 10% di loro ha fallito gli stress test della Bce dello scorso ottobre e un altro 24% li ha passati con un margine molto ridotto.