Kobane è solo una piccola vittoria

Kobane è solo una piccola vittoria

Le immagini della liberazione di Kobane dallo Stato Islamico, colte dal turco Bulent Kilic, migliore fotografo di news del 2014 secondo la rivista Time, stridono con i giudizi dei media d’opinione, che sfuggono alla retorica.

A small victory , una piccola vittoria, scrive il Washington Post, in un editoriale piuttosto critico nei confronti di Obama: Kobane è diventata un simbolo mediatico della resistenza all’Is, ma nel momento in cui il mondo celebrava l’eroica resistenza dai curdi dell’Ypg, protetti dai bombardamenti della coalizione, la Siria continua a scivolare nelle mani di al-Baghdadi e l’afflusso di miliziani non si arrestava (è «la più grande mobilitazione di foreign fighters nei Paesi islamici dal 1945», più dell’Afghanistan invaso dai sovietici, riporta il londinese King’s College).

Majid Rafizadeh – politologo americano di origini mediorientali, accademico di Harvard, commentatore per Cnn, New York Times e al Arabiya – sentito da Linkiesta, prende le distanze dai minimizzatori: «La battaglia che si è combattuta attorno a questa cittadina siriana, costruita un secolo fa vicino al confine con la Turchia, ha un’importanza strategica e geopolitica, oltre che simbolica. Il fallimento o il successo a Kobane della coalizione a guida americana, si è detto, sarebbe stata la cartina di tornasole del piano di Obama contro il jihad. Inoltre, la città rappresenta una via diretta di accesso alla Turchia, il che significa che, se lo Stato Islamico l’avesse conquistata, avrebbe potuto minacciare direttamente un membro della Nato».

Insomma, non è un turning point della guerra, ma l’Is si è dimostrato battibile. C’è chi sostiene che al Baghdadi si sia infilato inutilmente in vicolo cieco, perdendo un numero significativo di combattenti (circa 2.000, secondo un funzionario dell’amministrazione Obama).

Al tempo stesso, però, gli alleati hanno concentrato su Kobane il 75 per cento dei bombardamenti aerei, da settembre in poi, mentre l’Is continuava ad espandersi altrove: «È vero. Come ha detto il Pentagono venerdì scorso, lo Stato Islamico, tra Siria ed Iraq, possiede ora una superficie di 22.000 miglia quadrate (più di 35.000 chilometri quadrati, ndr). Dall’inizio degli strike, l’otto agosto 2014, l’IS ha perso in Iraq solo l’un per cento del territorio conquistato, mentre in Siria, sicuramente, ha guadagnato terreno. Questo avviene per un motivo, perché i bombardamenti aerei, di per sé, non sono sufficienti».

Boots on the ground , soldati sul territorio, quindi? «Gli strike della coalizione contro lo Stato Islamico sono come quelli dei droni contro i membri di al Qaida, lanciati dagli Stati Uniti in vari angoli del mondo. Possono uccidere alcuni membri dell’organizzazione, ma non smantellare la sua struttura. Per quello servono forze di terra. Lo ripeto: senza boots on the ground i bombardamenti non servono e questa guerra non si vince».

Al momento, però, gli unici soldati sul campo sono i guerriglieri curdi e Obama non ha intenzione di impantanarsi in un nuovo conflitto: «Nel discorso sullo stato dell’Unione il presidente ha chiesto al Congresso di votare l’autorizzazione all’uso della forza per distruggere lo Stato Islamico, ma io credo che lui voglia semplicemente rafforzare la propria campagna aerea. A questo scopo, si è rivolto al Congresso, in modo da avere i fondi necessari».

Gli Stati Uniti, però, stanno addestrando 5.000 combattenti, che dovrebbero entrare in

Siria a primavera. È questa l’opposizione “moderata” di cui si tanto si parla, quella

che l’Occidente dovrebbe sostenere? Majid è piuttosto scettico sull’uso di questi termini: «Etichette come quella di ‘moderato’ sono arbitrarie. La guerra in Siria è talmente complessa che è molto difficile individuare un gruppo definibile come moderato. Il punto è che la maggior parte dei gruppi è interconnessa». Le parole di Rafizadeh riecheggiano quelle di Bashar al Assad, che inun’intervista molto interessante concessa alla rivista Foreign Affairs ha detto che non esistono moderati, esistono solo i ribelli.

Una parte di questi supposti moderati è confluita in al Qaida, o nell’Is, altri, sostiene il presidente, sono tornati a combattere per l’esercito regolare. Nello stesso colloquio, Assad ha mostrato la volontà di giungere a un accordo coi ribelli, perché «ogni guerra termina con una soluzione politica».

Del resto, il regime, anche se ha perso terreno sul campo, è più solido di un anno fa, gli Stati Uniti hanno smesso di ripetere che «i suoi giorni sono contati», le Nazioni Unite lavorano ad una tregua intorno ad Aleppo e la Russia prepara colloqui per un futuro governo di coalizione tra le parti.

Majid non è molto convinto di questo sbocco: «Non credo che, a questo punto, ci siano gli spazi per una soluzione politica. La complessità del conflitto siriano deriva dal fatto che ci sono quattro forze di tensione che sono assolutamente concentriche. C’è una battaglia interna, tra il regime e i ribelli. C’è una guerra fredda regionale. C’è uno stallo, forte, della comunità internazionale. E poi c’è un ruolo, altrettanto forte, degli attori non statali. Insomma, è tutto molto complicato. Ed è uno dei campi di battaglia più grandi per la nostra generazione».