La politica del Papa, pugni e carezze all’Islam

La politica del Papa, pugni e carezze all'Islam

Il Papa non è Charlie, il che era prevedibile. E con lui i maggiori leader religiosi islamici del mondo arabo. L’attentato di Parigi al giornale satirico con la strage della redazione, gli scontri proseguiti con altri morti nella metropoli francese, hanno innescato un dibattito su molti piani che tocca nodi delicati e nevralgici de rapporto fra religione e laicità, tanto più che al centro dell’evento sanguinoso c’è proprio la Francia, il Paese che sul concetto di ‘laicité’ ha fondato la propria storia moderna. Nel frattempo, tuttavia, sta emergendo una realtà più complessa anche sul fronte del fondamentalismo: scontri fra estremisti e forze di sicurezza si sono verificati anche in Belgio dove sono morti altri due terroristi, mentre altri arresti sono stati compiuto in diversi Paesi europei. Lo scenario è insomma cupo e lascia intendere che la vicenda delle vignette sia stato un pretesto, per quanto ben visibile, per scatenare un’offensiva in piena regola. 

E’ dunque in un contesto non facile che papa Francesco, sul volo che dallo Sri Lanka lo portava nelle Filippine, ha toccato il tema dell’opportunità di una satira offensiva contro le religioni. “La religione non può mai uccidere, non si può farlo in nome di Dio” ha ribadito il pontefice che poi ha aggiunto:  “ma non si può provocare, non si può prendere in giro la religione di un altro. Non va bene”. “Se un mio amico dice una parolaccia – ha precisato ancora – contro mia mamma, gli arriva un pugno”. Non si può insomma “giocatolizzare” la religione, “non si può provocare”, ha detto Francesco con uno dei suoi consueti neologismi. In sostanza scherza con i fanti ma lascia stare i santi in quanto “la libertà di espressione è un diritto, ma anche un dovere”. 

Il Pontefice ha quindi posto un problema di carattere generale sui limiti cui deve attenersi la satira quando parla di fede. Il profeta dell’Islam, è il sottinteso, non può essere insultato o deriso e nemmeno Gesù Cristo. Va da sé. Del resto, che Charlie Hebdo aveva pesantemente irriso o scherzato anche sulla Chiesa, sul papa e via dicendo. Certo è che all’indomani dell’attentato terroristico le affermazioni del papa sono apparse come qualcosa di più di un precetto generale,  e paiono intervenire direttamente sulle cause dell’assalto alla rivista; non forniscono una ‘giustificazione’ eppure rappresentano un distinguo che pesa. “Non bisogna gettare altra benzina sul fuoco, si vuole evitare che cresca un clima di scontro e contrapposizione”, dicono in Vaticano spiegando il senso delle parole del pontefice. Il rischio che s’intravede, dicono, è che il giudizio di condanna verso i terroristi si estenda a tutte le comunità musulmane in Europa creando una saldatura fra integralisti e ambiente che li circonda. 

Ma forse non è una sorpresa che molti dei leader islamici arabi sono – sia pure con accenti diversi – sulla stessa lunghezza d’onda del papa.  “Al-Azhar chiede a tutti i musulmani di ignorare questa frivolezza odiosa”’, ha affermato in un comunicato la celebre istituzione teologica sunnita del Cairo quando è uscito il nuovo numero del settimanale francese con nuove caricature. “La statura del profeta della sua misericordia e il suo umanitarismo sono così grandi e alti da non poter essere danneggiati da vignette slegate dalla decenza e da standard civili” proseguiva Al Azhar. Il refrain è lo stesso quasi ovunque. No al terrorismo, ma le vignette sono un’offesa e una provocazione. 

L’Unione mondiale degli Ulema, con base in Qatar e vicina ai Fratelli musulmani,  ha affermato che “non è né ragionevole né logico, né saggio pubblicare disegni e film che che offendono il profeta o attaccano l’Islam”. Anche per l’Iran, siamo quindi nel filone sciita dell’Islam, la pubblicazione delle nuove vignette ha rappresentato “un insulto, i disegni sono un attacco ai sentimenti dei musulmani e possono portare a nuova violenza”, si tratta anzi di una “blasfemia”. Hamas, l’organizzazione integralista palestinese di Gaza,  ha fatto sapere che non è “una questione di libertà di espressione, è un atto contro i musulmani in tutto il mondo”. La condanna degli atti di terrorismo è unanime, ma in generale viene messa sullo stesso piano della “provocazione” compiuta da Charlie Hebdo.  

Anche il Gran Mufti di Gerusalemme, Mohammed Husein, ha definito le nuove vignette “un insulto”’, che danneggia anche ‘”le relazioni tra i fedeli delle religioni abramitiche”’. Sulla stessa questione ci sono poi segnali che non vanno sottovalutati, come quello del giornale ultraortodosso ebraico ‘HaMevaser’ (L’Annunciatore), fondato da un deputato del partito ‘Torah Unita’ presente in parlamento, che ha rimosso  “per modestia” la cancelliera Angela Merkel dalla fotografia nella quale sono rappresentati i capi di stato mondiali alla guida della marcia repubblicana di Parigi. Dallo scatto sono state cancellate pure il capo della diplomazia Ue Federica Mogherini e il sindaco di Parigi Anne Hidalgo. Lo stesso sedicente stato islamico, infine, ha parlato a proposito delle nuove vignette di “gesto stupido”. 

In tale contesto si muovono però anche le reazioni fra le diverse leadership religiose, ed è un quadro dal quale emergono alcuni nodi di fondo rimasti irrisolti. In primo luogo il cosiddetto dialogo interreligioso fra cristianesimo e leadership islamiche mostra da tempo la corda: oltre affermazioni generiche relative al rifiuto della violenza compiuta in nome di Dio non si va, tutta la sfera della laicità e soprattutto dei diritti umani e civili, non viene toccata né messa all’ordine del giorno. Senza contare l’ambiguità degli interlocutori del papa e degli altri leader cristiani europei come il primate di Canterbury anglicano o i luterani tedeschi. Dalla parte islamica del tavolo, infatti, troviamo esponenti religiosi che sono, quasi sempre, anche rappresentanti politici di movimenti integralisti o Stati teocratici (Hamas, Iran), quando non si tratta di figure legate a poteri politici autoritari (è il caso dell’università di Al Azhar in Egitto vicina al generale Al Sisi), per non dire di paesi come l’Arabia Saudita. Si tratta di realtà e contesti diversi in cui la parola libertà è di fatto bandita, e la commistione fra fede e politica è uno degli strumenti di poteri quasi sempre oppressivi dei loro stessi popoli. Poco importa, poi, che quanti dialogano con il papa siano i più ‘presentabili’ di istituzioni legate a tali poteri. 

Allo stesso tempo i rappresentati illuminati del mondo islamico, sunnita o sciita, vengono marginalizzati, arrestati o uccisi. La repressione contro i settori laici della cultura musulmana in Iran, in Libano, in Egitto (dove pure c’era una componente importante di giovani nella prima ondata della Primavera araba) sono state durissime. Un caso ancora a parte è la Siria scossa oggi dalle brutalità dell’entità statale-terroristica dello Stato islamico, e ‘governata’ da un regime efferato come quello di Assad. Non per caso, quindi, proprio il nunzio apostolico a Damasco, mons. Mario Zenari, ha inquadrato gli attentati di Parigi in un contesto diverso: “quello che si è visto in questi ultimi giorni nei tragici eventi di Parigi – ha detto – fa pensare che tra le principali soluzioni del fenomeno del terrorismo c’è quella anche di andare alle radici, di tagliare un po’ l’erba sotto i piedi a questo fenomeno. Perciò finché dura questo conflitto siriano, purtroppo, ci sarà dall’altra parte la continuazione di questo terribile fenomeno del terrorismo: una cosa richiama l’altra”. 

Infine non bisogna dimenticare, guardando alle parole del Papa, anche l’aspetto diplomatico e strategico della questione. La Santa sede mantiene rapporti importanti con il mondo islamico, dall’Iran al Medio Oriente, ma non sempre facili. Francesco per altro si trova a dover guidare la Chiesa universale in un doppio cruciale confronto. Da una parte c’è il tentativo, in atto, di rinnovarne profondamente il cattolicesimo riaprendo un confronto forte con la modernità e le mutazioni culturali e sociali dell’epoca, dall’altra c’è una globalizzazione segnata da conflitti violenti, da tragedie umanitarie come quella che sta vivendo la Siria, e da crisi economiche  profonde che generano – fra le altre cose – ondate di razzismo in Europa e non solo. Una navigazione dunque non semplice, nella quale anche Bergoglio cerca di barcamenarsi e di tenere la rotta senza aprire troppi fronti tutti insieme; allo stesso tempo il vescovo di Roma prova a salvaguardare un gregge e una città eterna esposti a tutte le violenze di un tempo incerto. Una strategia che, dietro le parole studiatamente semplici, comprende una buona dose di realpolitik e di consapevolezza circa l’effettiva debolezza del cristianesimo occidentale; anche per questo il papa, proprio in questi giorni, sta cercando di aprire la via asiatica alla Chiesa di Roma.