L’improvvisa popolarità delle banche popolari

L’improvvisa popolarità delle banche popolari

Ho aspettato di leggere un bel po’ di commenti sulla controversa riforma proposta per decreto legge dal governo che tocca il sistema di voto di dieci banche popolari. Ho letto di tutto, argomenti accesi quasi incendiari contro e contro argomenti più pacati ma ugualmente taglienti a favore. Non intendo per ora aggiungerne altri, sulla questione del voto, perché chiunque può facilmente portare acqua all’una o all’altra tesi usando argomentazioni strumentalmente e trascurandone altre. Mi piacerebbe molto sapere quanto abbia pesato il parere e la moral suasion della Bce, che ha sotto controllo anche quelle dieci banche, rispetto al parere del nostro ministro dell’economia e delle finanze.

Tuttavia nello spirito che ha sempre animato questo blog, vorrei che vantaggi e svantaggi fossero letti nell’ottica della finanza per le imprese e quindi dell’economia reale, senza pregiudizi partigiani.

Cosa cambia la riforma delle dieci più grosse banche popolari per le imprese clienti?

Nell’immediato nulla. Non soltanto durante i 18 mesi in cui è consentito diluire il percorso (irto di ostacoli formali che saranno usati strumentalmente) della trasformazione in società per azioni abolendo il sistema curioso del voto capitario, (curioso per chi poi vuole essere valutata con le regole di un’impresa privata). Occorrerà tempo anche per vedere le ricadute sul sistema del credito delle fusioni oggi velocemente ipotizzate o demonizzate, anche qualora fossero imbastite per i casi urgenti di crisi bancarie, come nel caso Mps e Carige che popolari non sono.

Il credito non cambia per un cambio del meccanismo di voto in assemblea, ma in funzione dell’andamento economico del Paese e della voglia delle banche di accollarsi rischi

Il credito non aumenta o diminuisce significativamente per effetto di un cambio del meccanismo di voto in assemblea. Il credito aumenterà o diminuirà in funzione dell’andamento economico del Paese Italia e della voglia di tutte le banche (nessuna esclusa) di accollarsi nuovi rischi, dopo avere constatato che per ogni 5 euro prestati in passato, 1 euro e passa ha scarse probabilità di tornare alla base.

Se poi la discussione si sposta sull’equivalenza “Trasformazione in spa = fusioni bancarie”, una cosa è sicura, almeno per quanto riguarda la mia personale diretta esperienza e quella di “frequentatore” del sistema banca-impresa: nessuna fusione bancaria italiana ha mai realmente beneficiato la clientela. Neppure quelle che hanno portato alla creazione dei campioni bancari italiani, Unicredit e Intesa. Lo dicono i numeri su un arco di tempo sufficientemente lungo: distruzione di valore per gli azionisti, svalutazioni massicce dei disavanzi da fusione, eccesso di rete sportelli, perdita di cultura locale (vedi Mps-Antonveneta) e molto spesso abbassamento della qualità del servizio (percepito da utenti).

Al contrario pressoché tutte le fusioni bancarie hanno avuto gestazioni lunghe (o infinite), rotazione vorticosa di personale, sgradita ai clienti, e in ultima analisi riduzioni di credito perché 1+1 nel credito fa raramente 2.

Se la trasformazione in spa ha l’obiettivo di accelerare le fusioni bancarie, l’aspettativa per le imprese è di un altro periodo di peggioramento del servizio e di un ulteriore motivo per contingentare il credito

Perciò se la trasformazione in spa è stata fatta con l’obiettivo di accelerare le fusioni bancarie (Renzi dice «abbiamo troppe banche») e se queste dovessero avvenire, l’aspettativa ragionevole per le imprese è quella di un altro periodo di peggioramento del servizio e di un ulteriore motivo per contingentare il credito. Immaginate la più chiacchierata combinazione tra Mps e Ubi, che sulla stessa azienda hanno ciascuna esposizioni pari al 20% del totale (un rapporto che molte banche non vogliono superare) e chiedetevi se accetteranno di mantenere una quota del 40 per cento.

Ma la trasformazione in spa non dovrebbe servire al salvataggio delle banche in crisi, bensì a fare un salto di qualità. Come?

Ho sentito in questi giorni il nuovo presidente di Alitalia, Luca Cordero di Montezemolo pronunciare più o meno queste frasi:

• «In ogni azienda che si rispetti i clienti sono il principale patrimonio da tutelare»

• «La nuova Alitalia non solo vuole conservare i propri clienti, ma che questi, quando volano con Alitalia, si sentano ‘ospiti’»

Gran buona lezione: il servizio bancario non trasporta passeggeri, ma ha altrettanti clienti e trasporta la fiducia dei risparmiatori e le speranze/progetti degli imprenditori.

Ecco, avrei preferito che commentatori, professori, esperti, economisti avessero basato i loro commenti irosi e precipitosi pensando agli “ospiti” e ai servizi bancari. Non basta sventolare statistiche del credito erogato, perché ci sono tanti altri motivi per sollevare dubbi che sia stato erogato male e magari proprio agli amici soci , quelli più influenti, delle popolari.

Occorre invece domandarsi quanto la riforma delle banche popolari, per ora limitata a solo dieci grandi banche, sia pensata per scatenare processi virtuosi in Borsa e di vero efficientamento di un settore che in Europa mostra andamenti poco brillanti e una redditività del tutto insufficiente per i soci.  Se la trasformazione in spa significa, per i soci vecchi e nuovi, una maggiore probabilità di guadagno è altamente probabile che le regole del mercato e della competizione inducano processi di miglioramento di cui potranno beneficiare i clienti.

E per chi vuole leggere alcuni dei primi commenti più polemici pro o contro – e capire il senso di questo post – ecco una piccola selezione

1) HUFFINGTON POST

2) REPUBBLICA 1 E REPUBBLICA 2

3)  FORMICHE.NET e il complotto internazionale secondo Giulio Sapelli

4) FORMICHE.NET e il parere del prof. Ferri

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