Lo strano caso del “siam tutti Tsipras”

Lo strano caso del “siam tutti Tsipras”

Un fantasma aleggia da ieri nella discussione politica italiana, affetta come sempre da strani casi di miopia che seguono, senza soluzione di continuità, altrettante lenti da ipermetrope. È il fantasma di Alexis Tsipras e della vittoria nelle elezioni legislative greche del partito – Syriza – da lui fondato.

Una breve carrellata di dichiarazioni di uomini politici di ogni estrazione descrive meglio di qualsiasi riassunto in termini concisi  – ma chiari –  lo strano fenomeno del “saltiamo sul carro del vincitore” che pare aver affetto tutta una classe politica, passata durante gli anni da appoggi, certamente di convenienza – alle politiche di austerità, al rifiuto dell’austerità stessa in nome di mai troppo chiariti “ragionamenti politici”, che come spesso accade sono completamente distaccati da qualsiasi valutazione empirica, non dico seria, ma quantomeno non chiaramente pelosa.

La caratteristica che più di tutte colpisce, di solito, l’osservatore straniero è la grande varianza di ricette politiche che caratterizza il nostro sistema democratico. Nonostante una lunga serie di tentativi di riforma, il nostro arco costituzionale allargato non si fa di certo mancare l’astrusità delle prese di posizione più disparate, spesso con l’intento, nemmeno tanto nascosto, di posizionare il proprio mini partito nella ridda di cori da stadio senza perdere di vista il proprio 1,2% di intenzioni di voto che il sondaggio settimanale dona alla propria formazione politica. Ebbene allora, cosa fa sì che un tale consenso si coaguli attorno alla figura dell’ingegnere greco, che vuole almeno nelle sue intenzioni rinegoziare i patti e il pacchetto di aiuti, con le corrispettive obbligazioni, firmato a suo tempo con la Ue?

Ci permettiamo di rispondere abbastanza semplicemente con il grafico seguente, che mostra i dati Istat sui conti delle amministrazioni pubbliche cumulati al terzo trimestre di ogni anno. È la spesa pubblica, bellezza. I nostri partiti, in continuo mutamento dagli anni ’90 in avanti, sembrano accomunati da un singolo e potente collante: la spesa corrente. Come si nota dal 2010, anno d’inizio della crisi specificamente italiana, non vi è stato verso di scalfire la spesa al netto degli interessi. Ciò che si è aggiustato, come un guanto su una mano “delicata”, è la pressione fiscale necessaria a finanziare da una parte la spesa pubblica, dall’altra a garantire allo stesso tempo dei flussi di surplus in grado di rassicurare i mercati sulla tenuta del nostro debito pubblico.

Fonte: Istat

Visti questi dati, non deve stupire il concerto grosso in Do minore di dichiarazioni pro Tsipras. È solo un modo per rimarcare l’allergia della nostra classe politica a qualsiasi politica di bilancio che non sia l’ortodossia delle tasse a ogni costo. L’austerità attaccata da tutti è stata scelta dal nostro Parlamento e dai nostri Governi, addirittura con una legge costituzionale. Le decisioni di politica economica, sia i saldi di bilancio sia la composizione delle entrate e delle uscite, sono in definitiva scelte politiche. Se il mercato ci ha “obbligato” controvoglia a saldi positivi, in presenza di un debito mostruoso e crescita inesistente da 20 anni, ricordiamo che la composizione di entrate e uscite è scelta con raziocinio dai responsabili di politica economica, e poi ratificata in leggi dal Parlamento. Dove erano tutti coloro che ora gridano al falò dei debiti pubblici, quando gli italiani erano sommersi da una marea di tasse? Non esisteva altra via per correggere i chiari squilibri di bilancio apertisi dopo la crisi del debito sovrano italiano?

Si può certo obiettare che la spesa sia “rigida” e difficilmente attaccabile senza prezzi politici – anche pesanti – da pagare. Il coro pro Grecia è, però, l’ennesimo tentativo di scappare a questo durissimo trade-off che i nostri politici non sanno, né vogliono, accettare. Bere un estratto di cicuta da soli è, certamente, non consigliabile. Inghiottirla a forza perché in dissesto finanziario e poi lamentarsi senza assumersi la responsabilità di fronte agli elettori è, invece, abbastanza patetico. 

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