Non “sacralizziamo” Charlie Hebdo

Non “sacralizziamo” Charlie Hebdo

Come ogni essere umano decente, sono inorridito per quello che è successo al settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi. Non sappiamo ancora con certezza chi è il responsabile del massacro di 12 persone, nonostante gli attentatori abbiano urlato “il profeta è stato vendicato”, suggerendo che il collegamento con un gruppo islamico estremista. In ogni caso, siamo sicuri che ad armare l’attacco sia stata una delle molte immagini satiriche pubblicate sul magazine. Charlie Hebdo era nel “business” dell’oltraggio, e provava a farlo senza risparmiare nessuno – destra e sinistra, protestanti e cattolici, musulmani ed ebrei, uomini e donne, Occidente e non Occidente. Era, se si perdona l’espressione, un delinquente dalle eguali opportunità, che esultava nella sua libertà di infastidire e irritare.

Se la sfrontatezza multidirezionle del magazine fosse stata limitata alle parole, probabilmente non sarebbe finita in un bagno di sangue. Il lunguaggio crea confini che le parole non possono trascendere, perfino con l’aiuto dei traduttori. Le immagini, tuttavia, possono oltrepassare i confini linguistici. Le immagini sono immediate, il loro effetto è viscerale, e come ci ha ricordato il giornalista Jeet Heer, circolano rapidamente. I disegnatori di Charlie Hebdo non si sforzavano di smussare l’impatto delle loro immagini o di illustrare il pieno contesto storico fuori dal quale quell’immaginario era cresciuto. C’è una vecchia tradizione parigina di uno humor sfacciato che non rispetta niente e nessuno. I francesi hanno anche una parola specifica per identificarlo: “gouaille”. Basta pensare alle immagini offensive di Maria Antonietta e gli atri reali, dei preti colti in flagranza di reato con le suore, dei diavoli che scoreggiano in faccia al papa o ancora alle caricature di re Louis-Philippe ritratto come una pera. È una forma anarco-populista di oscenità che punta a sminuire chiunque si metta su un piedistallo come venerabile, sacro o potente. Questo humor ha poco in comune con la satira acuta alla quale gli americani si sono abituati guardando per esempio Jon Stewart o John Oliver. Mentre non è apolitica (gli attacchi a Maria Antonietta di sicuro avevano una valenza politica), la “gouaille” non cerca di prendere una posizione politica o di deridere un partito politico per aiutare un altro. È diretta invece contro ogni autorità in generale, contro la gerarchia e contro la presunzione che un individuo o un gruppo abbia il possesso esclusivo della verità.

La satira che Charlie Hebdo faceva era più blasfema che politica, e le sue radici poggiano nella storia europea, in un tempo in cui si voleva cambiare l’autorità mentre l’autorità si paragonava essa stessa a una divinità. Rispetto a questo, i fanatici non sbagliano: Charlie Hebdo puntava a danneggiare il sacro in quanto tale.

Come conseguenza della tragedia, molte pubblicazioni in Occidente si sono precipitate a stampare riproduzioni delle copertine di Charlie Hebdo come prova che la violenza dei terroristi non può oscurare la libera espressione. Questo omaggio al magazine nella sua agonia in un certo senso c’entra ed è appropriato, ma in un altro senso è il preciso opposto di quello che Charlie voleva essere.

Riprodurre l’immaginario creato dai disegnatori uccisi tende a sacralizzarli come raffigurazione dell’ideale della libertà di espressione. Ma molti dei giornali che in queste ore onorano i morti come martiri ieri avrebbero respinto quei lavori come privi di gusto e osceni, e in effetti lo erano. Le caratteristiche principali della satira di Charlie Hebdo erano proprio l’oscenità e la mancanza di rispetto, che rendevano quei lavori impubblicabili altrove.